C’è un momento — nella storia come nella vita di ciascuno — in cui il potere smette di dissimularsi. Non ha più bisogno di farlo, non si traveste da consenso, non si ammanta di legittimità procedurale, non chiede nemmeno il permesso. Si mostra per quello che è: dominio nudo, esercizio diretto della forza, silenziamento sistematico di chi osa contraddirlo. Siamo in quel momento.
Su dominio e conflitto, potere e resistenza al potere, si concentra l’ultimo libro di Donatella Di Cesare, Il dominio e il dissenso. Breve manifesto per chi resiste (Feltrinelli 2026).

Il titolo pone i due termini in tensione dialettica: il dominio da un lato, il dissenso dall’altro. Non come opposti simmetrici, ma come forze strutturalmente asimmetriche. Il dominio ha le istituzioni, le leggi, i media, i mercati, gli algoritmi. Il dissenso ha la parola, il corpo, la presenza, la capacità di dire no.
Il dominio nell’epoca della sua evidenza – Per decenni, una certa teoria politica liberale ci ha convinti che il potere nelle democrazie mature funzionasse per egemonia soft, per produzione di consenso, per incorporazione progressiva del conflitto nelle procedure istituzionali. Gramsci, rielaborato e ammorbidito, diventava la rassicurante descrizione di un sistema capace di metabolizzare qualsiasi opposizione.Quella stagione è finita.
Il dominio contemporaneo non si legittima più attraverso il consenso: si afferma attraverso la velocità, la saturazione dovuta ad un eccesso di informazioni, la stanchezza cognitiva degli oppressi. Il potere non ha bisogno di convincerti, ha bisogno di persone troppo esauste per resistere. La governance tecnocratica e quella autoritaria, a lungo agli antipodi, convergono oggi in questo punto: entrambe svuotano lo spazio politico del conflitto reale, sostituendolo o con la gestione burocratica o con la mobilitazione emotiva di un nemico sempre disponibile. Il risultato è lo stesso: il dissenso viene reso impraticabile, irrilevante, o direttamente criminalizzato.
Chi dissente, oggi? – La domanda non è retorica, è la domanda più urgente che possiamo farci.Dissente chi scende in piazza contro un genocidio che si consuma in diretta davanti agli occhi del mondo, e viene schedato, denunciato, sospeso dall’università.
Dissente chi organizza uno sciopero in un magazzino della logistica e si trova di fronte non solo il padrone ma tutto l’apparato giudiziario.
Dissente chi, che sia insegnante, ricercatore e/o educatore, rifiuta di adeguare il proprio sapere alle esigenze del mercato e della narrazione dominante.
Il dissenso non è mai stato comodo, ma oggi ha un costo specifico, misurabile, spesso insostenibile. E questa è già, di per sé, una forma di dominio: non la repressione aperta, ma la costruzione di condizioni in cui dissentire diventa semplicemente troppo caro.
Non siamo più di fronte ad uno “scontro di opinioni”, non assistiamo più ad “dibattito democratico”, ma ad un dominio, con tutto il peso filosofico e politico che la parola porta con sé, da Aristotele a Hegel, da Marx a Foucault.
Il conflitto come categoria necessaria – C’è un’operazione ideologica che attraversa trasversalmente il campo avversario, da destra a centro: la patologizzazione del conflitto. Il conflitto è etichettato oggi come eccessivo, controproducente, segnale di una maturità democratica non raggiunta. Il “dialogo”, la “mediazione”, il “confronto costruttivo” vengono proposti come le uniche forme legittime di relazione politica.Ma il conflitto non è una patologia: è la forma normale della politica in una società attraversata da interessi realmente contrapposti. Negarlo non lo elimina; lo sposta, lo rende meno visibile, lo consegna ai rapporti di forza nudi senza la mediazione delle organizzazioni collettive.
Chi lavora nel sindacato e chi segue anche solo dall’esterno le dinamiche delle relazioni fra poteri (padroni ed operai, governo e dipendenti) nell’ultimo ventennio, sa bene di cosa si parla: la concertazione senza potere contrattuale reale non è dialogo, è una resa con cerimonia. Il conflitto, quando viene rimosso dalla contrattazione collettiva, riappare come conflitto individuale, come burn-out, come abbandono silenzioso, come quella che gli anglofoni chiamano quiet quitting e che è, in fondo, la forma che il dissenso assume quando non ha più canali collettivi attraverso cui esprimersi.
La società della disintermediazione – C’è un’altra faccia del dominio contemporaneo, forse la più insidiosa perché si presenta con il volto della liberazione: la disintermediazione.Il racconto è semplice e seduttivo: i corpi intermedi, ovvero i sindacati, i partiti, le associazioni, gli ordini professionali, le istituzioni rappresentative, sono definiti parassiti burocratici interposti tra il leader e il popolo, tra il cittadino e i suoi bisogni, tra l’individuo e la verità. Eliminandoli il potere torna finalmente dove appartiene: direttamente nelle mani di chi conta.
Trump ne è l’esempio paradigmatico, ma sarebbe un errore liquidarlo come un’anomalia americana: la logica della disintermediazione attraversa tutto l’Occidente, con declinazioni diverse, ma struttura identica. Lo dimostra Giorgia Meloni, Presidente del Consiglio, che bypassa il Parlamento con i decreti d’urgenza. Lo dimostrano i registri elettronici che scavalcano dirigenti scolastici e docenti. Ne sono un esempio i manager che comunicano le decisioni aziendali su un canale Telegram, su un Whatsapp, in una mail, invece che al tavolo sindacale. Ogni volta la retorica è la stessa: più velocità, meno burocrazia, contatto diretto con la realtà.
La disintermediazione non avvicina il potere alle persone: avvicina il potere a chi già ce l’ha, rimuovendo gli ostacoli che la storia delle lotte sociali aveva faticosamente eretto.
Ma cosa si elimina davvero, quando si eliminano i corpi intermedi? Si elimina la mediazione del conflitto, si eliminano le sedi in cui interessi contrapposti vengono costretti a confrontarsi, a negoziare, a produrre un compromesso che riconosca l’esistenza dell’altro.
Un sindacato non è una burocrazia inutile: è lo strumento, ovvero il dispositivo, attraverso cui un lavoratore spesso isolato, un lavoratore che non ha nulla da opporre al suo datore di lavoro se non la propria sostituibilità, diventa parte di un soggetto collettivo capace di contrattare. Dissolto quel soggetto, rimane solo il rapporto di forza nudo, e il rapporto di forza nudo, senza mediazione, ha sempre un vincitore predeterminato. E non è il lavoratore, non è il cittadino.
La disintermediazione è, in questo senso, la forma contemporanea della lotta di classe dall’alto: non si attacca il lavoro frontalmente, si dissolve la sua capacità organizzativa spacciando la dissoluzione per emancipazione.
Democrazia totalitaria: Marcuse aveva già visto tutto – Tutto questo lo aveva visto — e scritto — con sessant’anni di anticipo Herbert Marcuse, che, nel 1964, pubblicava L’uomo a una dimensione, un libro scomodo allora, profetico oggi.La sua tesi centrale è incontrovertibile e di drammatica attualità: le democrazie liberali avanzate non hanno bisogno della violenza aperta per esercitare il dominio, perché lo esercitano attraverso un meccanismo ben più sofisticato — e ben più difficile da contrastare — che Marcuse chiama razionalità tecnologica. Il sistema produce e distribuisce beni, comfort, distrazioni; genera quella che lui chiama la felice coscienza, la convinzione diffusa che il reale sia razionale, che il sistema funzioni, che i problemi siano tecnici e non politici, gestibili e non strutturali.
In questo quadro, il conflitto non viene represso, viene assorbito; l’opposizione non viene silenziata: viene incorporata. Qual è il risultato? Il sindacato viene “invitato” al tavolo purché non metta in discussione i fondamentali. Il dissidente viene intervistato, purché resti una voce tra tante. La protesta viene tollerata, purché non disturbi il funzionamento del sistema.
La democrazia totalitaria di Marcuse non è una dittatura con la faccia democratica, ma un sistema democratico che produce, strutturalmente, effetti totalitari. Totalitario non nel senso del terrore, ma in senso etimologico: un sistema che tende alla totalità, che incorpora tutto — compresa la propria critica — neutralizzandola.
L’uomo a una dimensione è esattamente questo: un soggetto che ha perso la capacità di pensare la negatività, di immaginare il fuori, di concepire che le cose potrebbero essere radicalmente diverse. Non perché gli venga impedito di farlo, ma perché il sistema ha occupato e si è impossessato anche dei suoi desideri, dei suoi bisogni, perfino del suo linguaggio.
Marcuse aveva un nome anche per il meccanismo ideologico attraverso cui tutto ciò si perpetua: tolleranza repressiva. L’idea, sviluppata nel celebre saggio del 1965, è paradossale e fulminante: la tolleranza liberale, che permette a tutti di parlare, che ospita tutte le opinioni, che garantisce la libertà di espressione, è essa stessa una forma di repressione, perché mette sullo stesso piano la voce del potere e la voce di chi lo sfida, neutralizzando quest’ultima attraverso l’equivalenza formale. Tollerare il dissenso è il modo più efficace per renderlo inoffensivo.
Oggi questa intuizione ha trovato la sua forma compiuta negli algoritmi dei social media, nella proliferazione infinita delle opinioni, nel rumore di fondo permanente in cui ogni posizione vale l’altra e nessuna riesce a incidere. Non è libertà di parola: è saturazione del campo discorsivo, che produce lo stesso effetto del silenzio, cioè l’impossibilità di farsi ascoltare davvero.
Ma c’è un secondo punto di Marcuse che si articola direttamente con la disintermediazione. Il sistema non ha bisogno di sopprimere i corpi intermedi con la forza, perché li svuota dall’interno, li trasforma in ingranaggi della propria riproduzione.
Il risultato? Contrattare i dettagli salariali senza mettere in discussione i rapporti di produzione; operare come partito di opposizione adottando il linguaggio e le categorie dell’avversario. Ogni istituzione che dovrebbe mediare il conflitto finisce per mediarlo verso il basso, verso l’accettazione, verso l’integrazione.
La disintermediazione populista di Trump o di Meloni non è, da questo punto di vista, una rottura con la democrazia totalitaria descritta da Marcuse: ne è la sua ultima evoluzione. Il sistema, dopo aver svuotato i corpi intermedi della loro funzione conflittuale, non ha più bisogno di fingere di tollerarli, perché li butta via apertamente, proclamando coerentemente che erano inutili sin dall’inizio.
Marcuse ci lasciava però aperta una porta: la Grande Opposizione non può venire dall’interno del sistema integrato: viene dai margini, da chi il sistema non è riuscito ad incorporare, da chi non ha nulla da perdere nell’integrazione. Dai lavoratori della gig economy, dai migranti, dagli studenti che non vedono futuro, da tutti quelli che la felice coscienza non riesce a raggiungere perché le promesse del sistema non li riguardano. Ogni volta che qualcuno dissente davvero — non per performance, non per stile, ma per necessità strutturale — la democrazia totalitaria mostra la sua crepa.
Il monopolio dell’ovvietà: quando il dissenso diventa incomprensibile – C’è poi un meccanismo psicologico e politico che accompagna il dominio disintermediato, e che merita di essere chiamato con il suo nome: il disconoscimento sistematico delle ragioni altrui.Chi esercita il potere in questa fase storica non si limita a vincere: pretende di rappresentare una maggioranza talmente schiacciante da rendere il dissenso statisticamente irrilevante e moralmente sospetto. Non “ho vinto le elezioni”: “il popolo mi ha dato un mandato unanime”. Non “la mia proposta ha prevalso”: “tutti i cittadini perbene sono con me”. Il dissenso, in questo quadro, non è una posizione legittima che ha perso: è un’anomalia che chiede spiegazione.
E la spiegazione, puntualmente, arriva: chi dissente è in malafede, è prezzolato, è mosso da interessi oscuri, oppure, nella versione paternalista, è semplicemente un poveretto che non ha capito, va compatito, va rieducato. In entrambi i casi, non va ascoltato.
Se chi si oppone è per definizione una minoranza irrilevante o in malafede, allora non esiste più una dialettica tra posizioni: esiste solo la verità del potere da un lato e la devianza dall’altro.
È esattamente la struttura del pensiero autoritario, indipendentemente dal fatto che si manifesti in regimi formalmente democratici. La democrazia non muore solo con i colpi di Stato: muore anche quando lo spazio del dissenso viene progressivamente colonizzato dall’ovvietà del dominante, quando dissentire richiede non solo coraggio civile ma la disponibilità a essere trattati come pazzi o traditori.
Chi ha praticato il conflitto sindacale nelle assemblee, ai tavoli di trattativa, nelle vertenze, conosce questa dinamica dall’interno. Succede quando la controparte ti dice “ma i lavoratori vogliono lavorare, mica fare sciopero”: come se lo sciopero fosse una perversione incomprensibile invece che l’esercizio di un diritto costituzionale. Il datore di lavoro che ti guarda con commiserazione mentre esponi una piattaforma rivendicativa: come se fosse lui a sapere cosa è bene per chi rappresenti.
Il disconoscimento non è mancanza di informazione, ma è una scelta politica, è il modo in cui il dominio si protegge dall’obbligo di rispondere.
Resistere, oggi – Per chi resiste, recita il sottotitolo di Di Cesare: la scelta del destinatario è già una presa di posizione, non “per chi vuole capire”, non “per il lettore curioso”, ma per chi resiste. Il problema non è convincere della necessità della resistenza, ma dotare chi dissente di strumenti concettuali per farlo meglio, con più consapevolezza, con meno senso di colpa.Perché il dominio, tra i suoi effetti più sottili, produce il senso di colpa in chi si oppone. Ti fanno sentire irragionevole, estremista, fuori dal tempo, incapace di “stare alla realtà”, ti offrono mille buone ragioni per sederti, per aspettare il momento migliore, per non esagerare.
Resistere, invece, significa prima di tutto rifiutare di essere compatiti, significa rivendicare la piena razionalità del conflitto, la piena legittimità del dissenso, la piena necessità dei corpi intermedi come sede in cui il pluralismo non viene solo dichiarato ma praticato.
Significa non cedere alla tentazione di spiegare le proprie ragioni come se fossero ovvietà incomprese, ma affermarle per quello che sono: posizioni politiche che chiedono riconoscimento, non comprensione.
Resistere significa — per dirla con una categoria che Di Cesare eredita dalla grande tradizione della filosofia continentale — riaffermare la dimensione della negatività contro l’integrazione totale.
Il dominio vuole interlocutori da istruire, non avversari da affrontare. Il dissenso degno di questo nome rifiuta di farsi istruire.
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