Debutta il giovedì un nuovo appuntamento sui classici. Si comincia con Manzoni: Ascoli aveva ragione sulla lingua, ma I Promessi Sposi restano un romanzo da leggere per intero.

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Comincia da oggi un nuovo appuntamento fisso, ogni giovedì: un classico da consigliare, senza l’ossessione di renderlo attuale a tutti i costi, ma nemmeno con la scusa della polvere per non parlarne. Si comincia, non a caso, proprio mentre le scuole riaprono i cancelli, con l’autore che ogni studente italiano incontra prima o poi sul proprio banco e che, prima o poi, la maggior parte smette anche di leggere per davvero: Alessandro Manzoni.

La domanda che vale la pena porsi, oggi che i licei ricominciano, non è se Manzoni sia un classico (e possiamo dire con certezza che lo è, da ben più di un secolo e mezzo), ma se meriti ancora la fatica di essere letto per intero, e non solo riassunto. La risposta, contro un pregiudizio scolastico diffuso, è sì: ma bisogna prima togliersi di torno un equivoco, quello linguistico, che rischia di offuscare tutto il resto. Perché la figura di Alessandro Manzoni e la sua opera si sviluppano su un confine molto sottile, quello dell’innovazione narrativa, da una parte, e dell’innovazione linguistica dall’altra. In sostanza Manzoni possiamo considerarlo il padre del romanzo moderno in lingua italiana e della stessa lingua italiana, anche se di fondo c’è un grosso fraintendimento che deve essere chiarito.

La polemica con Ascoli, e perché aveva ragione

Nel 1868 Manzoni, incaricato dal ministro dell’Istruzione Emilio Broglio, scrive la relazione Dell’unità della lingua e dei mezzi di diffonderla: propone di adottare il fiorentino colto come lingua d’uso nazionale, da diffondere soprattutto attraverso la scuola, sul modello di quanto era accaduto in Francia con il parigino e a Roma con il latino. È la stessa logica con cui aveva già rivisto, fra il 1827 e il 1840, la propria opera maggiore: la celebre “risciacquatura in Arno”, l’operazione con cui Manzoni ripulì la lingua lombarda e francesizzante della prima stesura per allinearla all’uso vivo dei fiorentini colti, dando alla luce l’edizione definitiva del 1840-42.

Contro questa soluzione si schierò il più autorevole linguista italiano dell’Ottocento, Graziadio Isaia Ascoli, nel Proemio all’Archivio glottologico italiano del 1873, un testo che Carlo Dionisotti ha definito «uno dei capolavori in senso assoluto della letteratura italiana». Ascoli, filologo di mestiere e non letterato per vocazione, contestava a Manzoni l’imposizione dall’alto di un modello municipale, per giunta scelto in una città, Firenze, con un tasso di analfabetismo tutt’altro che trascurabile, e proponeva invece di lavorare per innalzare il livello culturale complessivo della popolazione, da cui sarebbe scaturito naturalmente un italiano comune sovraregionale, come già accadeva fra scienziati e uomini di cultura. Guardava, per questo, al modello tedesco, quello di una lingua nazionale nata senza bisogno di un’unità politica previa, più che a quello francese centralistico che aveva ispirato Manzoni. Bollò le tesi manzoniane come fonte di «esagerazioni deplorevoli» e di una «nuova artifiziosità», e la storia gli ha dato ragione: come riconosce la stessa voce Treccani dedicata ad Ascoli, la sua diagnosi «doveva rivelarsi in gran parte fondata». L’italiano nazionale non nacque per imitazione del fiorentino colto imposta dalla scuola, ma per la lunga, complessa, tutt’altro che lineare diffusione dell’istruzione di massa, della stampa, della radio, della televisione — esattamente il percorso che Ascoli aveva immaginato, e che Manzoni, con tutta la sua autorità letteraria, non era riuscito a prevedere.

Vale la pena aggiungere un dettaglio biografico che rende la contrapposizione ancora più netta: Ascoli, nato a Gorizia da famiglia ebraica, non era un letterato di formazione, ma è da considerarsi il fondatore della dialettologia e della glottologia scientifica in Italia, il primo a classificare sistematicamente i dialetti della penisola e a occuparsi, con lo stesso metodo storico-comparativo, delle lingue indoeuropee, semitiche, del romanì e delle lingue celtiche. Il suo dissenso da Manzoni non nasceva da una diversa sensibilità letteraria, ma da un metodo scientifico che il “Gran Lombardo” semplicemente non possedeva: dove Manzoni pensava alla lingua come a una struttura da imitare, Ascoli la studiava come un fenomeno storico-sociale da comprendere prima di poterlo indirizzare. È la differenza, ancora oggi istruttiva, fra chi prescrive una soluzione con l’autorità del prestigio letterario e chi la propone dopo averne studiato le condizioni reali di realizzabilità.

Perché, nonostante tutto, Manzoni va letto

Detto questo, che non è un dettaglio filologico per specialisti, ma il segno di un limite reale nel pensiero linguistico manzoniano, restano almeno tre ragioni solide per continuare a leggere I Promessi Sposi per intero, non nel riassunto liceale.

La prima è che si tratta del primo grande romanzo storico della letteratura italiana moderna. Manzoni adatta alla materia lombarda del Seicento — la dominazione spagnola, la carestia, la peste del 1630, i tumulti di San Martino — il modello che Walter Scott aveva inventato in Inghilterra e in Scozia, ma lo fa con un rigore documentario e una ambizione morale che vanno oltre il semplice sfondo pittoresco: la storia vera (le fonti d’archivio, le cronache milanesi, il De peste di Ripamonti) si intreccia con la vicenda inventata di Renzo e Lucia in un modo che nessun romanziere italiano aveva ancora tentato con altrettanta sistematicità. È un’invenzione di genere che avrebbe segnato tutta la narrativa italiana dell’Ottocento, dai romanzi risorgimentali fino a Verga.

La seconda ragione riguarda quello che si potrebbe chiamare il senso della frase: il periodo manzoniano, con la sua architettura lunga, calibrata, ironica, resta uno dei vertici della prosa italiana, tanto quanto della sua poesia. Basta l’incipit, quel “ramo del lago di Como” descritto con la precisione geografica di un cartografo prima ancora che con l’afflato lirico di un narratore, per capire che Manzoni scriveva pensando all’architettura complessiva della frase, non solo al contenuto. Ed è un’ironia sottile, non un moralismo pesante, quella con cui tratteggia don Abbondio, l’Azzeccagarbugli, la voce del narratore che finge di correggere un manoscritto secentesco ritrovato per caso: chi si aspetta un mattone didattico e noioso trova, se ha la pazienza di arrivarci, uno dei testi più acuti e divertenti della letteratura italiana. Non è un caso che l’edizione definitiva del 1840-42, la stessa della “risciacquatura in Arno”, uscisse accompagnata dalle celebri illustrazioni di Francesco Gonin: Manzoni curò personalmente ogni dettaglio di quella pubblicazione, dai disegni alla carta, in un’operazione editoriale tanto ambiziosa da rovinarlo quasi finanziariamente, un dettaglio che dice qualcosa sull’ostinazione con cui l’autore trattava la propria opera, non come un prodotto da consegnare in fretta, ma come un progetto culturale complessivo di cui rispondere fino all’ultima pagina stampata.

La terza ragione è il contributo di Manzoni all’idealismo filosofico-cattolico ottocentesco, spesso liquidato a scuola come semplice “provvidenzialismo” senza spiegarne la portata reale. Dopo la conversione del 1810, maturata nel clima giansenista del circolo che ruotava attorno all’abate Eustachio Dègola e alla moglie Enrichetta Blondel, Manzoni sviluppa nelle Osservazioni sulla morale cattolica (1819, due anni prima della prima stesura, quella del Fermo e Lucia) una difesa della morale cattolica contro le accuse di Sismondi, secondo cui il cattolicesimo avrebbe indebolito la società civile europea. Nel romanzo, questa visione diventa la trama filosofica sotterranea: la Provvidenza che guida la storia anche attraverso l’ingiustizia e la sofferenza, senza mai risolverle in una teodicea consolatoria e a buon mercato, il celebre “sugo della storia” che Renzo tira alla fine, imparare a “condire” la vita con la fiducia in un ordine più grande, non è un’ingenuità, ma la sintesi di un pensiero filosofico-religioso costruito con lo stesso rigore che Manzoni applicava alla lingua e alla storia.

Aggiungo, perché conta quanto il resto, una quarta ragione più intima: la fortuna del romanzo nella cultura risorgimentale e post-unitaria. I Promessi Sposi non fu soltanto un capolavoro letterario isolato: divenne, insieme alla stessa relazione linguistica del 1868, un tassello del progetto, riuscito solo in parte, di costruire un immaginario nazionale condiviso attraverso la scuola, prima ancora che attraverso la politica. Il paradosso finale è che il romanzo è sopravvissuto benissimo al fallimento parziale di quel progetto pedagogico-linguistico: generazioni di studenti hanno imparato l’italiano leggendo Manzoni molto più di quanto abbiano imparato a imitarne il fiorentino, e il libro resta oggi, checché se ne dica nelle aule scolastiche, uno dei pochissimi romanzi ottocenteschi italiani letti ancora per intero fuori dagli ambienti accademici.

Manzoni sbagliò sulla lingua, e Ascoli — con la pazienza del linguista contro l’urgenza del letterato — glielo dimostrò con dati alla mano che la storia si sarebbe incaricata di confermare. Ma un romanziere non si giudica solo sulla sua teoria linguistica, e I Promessi Sposi resta un romanzo che inventa un genere, costruisce una delle prose più solide della lingua italiana e mette in scena una filosofia della storia tutt’altro che banale. Non è un tuffo nella noia scolastica: è un tuffo nel passato che, ancora oggi, a scuola ricominciata, vale la pena di fare per intero, senza scorciatoie.


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