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🔴 I candidati di Bernie Sanders vincono le primarie in USA. Il campo largo in Italia cerca un'identità, ma esprime figure nuove come Lorenzo Pacini che scombussola la geografia del PD a Milano. Sulle due sponde dell'Atlantico i partiti dem riprendono a parlare di socialismo 🗞️🗳️

politicamente scorretto 9 minuti di lettura

In Maine, quest’anno, Chuck Schumer ha scelto con cura il proprio candidato al Senato: ha perso contro un allevatore di ostriche, Graham Platner, con una campagna che il resto del partito ha faticato a capire mentre succedeva. Non è un episodio isolato: in Colorado una ventinovenne socialista ha battuto una deputata storica, in Michigan Abdul El-Sayed ha vinto la sua primaria al Senato nonostante nove dollari spesi contro ogni dollaro a favore — 32 milioni solo dalla lobby Aipac, la cifra più alta mai spesa per una corsa al Congresso — mentre cinque dei sei candidati sostenuti da Bernie Sanders nello stesso stato vincevano lo stesso giorno, portando alla Camera quello che sarà quasi certamente il nono deputato dichiaratamente socialista.

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Al centro di tutto questo c’è il precedente di Zohran Mamdani, il sindaco di New York che Jacobin Italia descrive ormai come un modello da replicare, non l’incidente di percorso che l’establishment sperava fosse. Il filo che lega questi nomi è sempre lo stesso, ed è vecchio di un decennio: Bernie Sanders, che nel 2016 rese possibile la nascita dei Democratic Socialists of America (DSA) come forza politica seria, oggi con Alexandria Ocasio-Cortez fa campagna nei collegi che nessuno considerava terreno di conquista, costruendo — parole sue — un movimento di lungo periodo, alternativo tanto all’establishment repubblicano quanto a quello democratico.

Ma cosa sta succedendo davvero, nel Partito Democratico? La domanda di fondo non è se i socialisti stiano vincendo delle primarie (quello i numeri lo confermano), ma se quello che stanno costruendo sia un cambiamento duraturo o solo la forma che la rabbia anti-Trump ha scelto di prendere in un momento preciso. Il sistema elettorale americano, a differenza di quello di quasi ogni altra democrazia occidentale, premia chi vince le primarie con un piccolo elettorato molto motivato e poi deve convincere un elettorato enormemente più largo e più centrista alle elezioni generali: è il motivo per cui i democratici più anziani citano ancora, come un incubo ricorrente, la débâcle di George McGovern nel 1972, quando un candidato uscito da una base entusiasta perse quarantanove stati su cinquanta. Sanders lo sa meglio di chiunque altro ed è per questo che la sua scommessa non è ideologica in senso stretto: è che il malcontento economico — salari, sanità, costo della vita — sia oggi maggioritario anche fuori dai collegi urbani, e che intercettarlo con proposte concrete valga il rischio di spaventare il centro. Per ora ha ragione lui più spesso di quanto i suoi critici vorrebbero ammettere. Ma “per ora” e “sempre” restano parole diverse, e nessuno, nemmeno a Washington, sa ancora quale delle due si applichi qui.

Il Mamdani meneghino – Chi guarda tutto questo dall’Italia non deve sforzarsi di trovare un parallelo. Ce l’ha in casa, a Milano, e si chiama Lorenzo Pacini. Trent’anni, assessore al Verde, alla Casa e alle Politiche Giovanili nel Municipio 1, candidato alle primarie del centrosinistra per succedere a Sala con una lista che si chiama, senza pudore, “La Rivoluzione di Milano”. Lettera43 lo ha già battezzato senza girarci intorno: il modello dichiarato è Mamdani, punto e basta. Ottantunomila follower su Instagram, “anguriate” di quartiere nelle periferie più disagiate tre volte a settimana, un seguito che mescola ventenni mai stati in un circolo Pd e reduci della vecchia campagna di Pisapia commossi a risentire parole come “rivoluzione” e “tassazione dei ricchi”. Il partito si è già spaccato: mentre Pacini raccoglie piazze, altri settori del Pd remano verso il profilo più moderato di Mario Calabresi, e il front-runner ufficiale resta Pierfrancesco Majorino.
Poi è arrivato l’inciampo mediatico che ogni fenomeno del genere, a un certo punto, produce da solo. Intervenendo a La Zanzara, Pacini ha detto che “i fascisti li combattiamo alle urne e poi, se servirà, coi fucili” e nei giorni successivi, applausi compresi, l’ha riconfermato invece di ritrattare. Fratelli d’Italia, per bocca del vicepresidente della Camera Fabio Rampelli, ha chiesto a Schlein l’espulsione immediata. Non è arrivata, ma il caso è uscito dai confini municipali esattamente come era già successo a Mamdani a New York con le accuse, poi rivelatesi infondate, di simpatie per il jihad: un candidato giovane e radicale nei toni, imbarazzante per il proprio establishment quanto comodo per la destra, che può concentrarsi su una frase invece che sui propri fallimenti amministrativi. Il paradosso, per chi guida oggi il Pd milanese, è che liquidare Pacini come un incidente rischia di costare più voti di quanti ne costerebbe tenerlo: sono proprio i quartieri dove porta le sue anguriate, quelli con l’astensione più alta della città, a decidere spesso chi arriva al ballottaggio.

La leadership del campo largo, o come litigare sull’Ucraina invece che sui salari – Se a Milano la frattura riguarda i toni, a livello nazionale riguarda direttamente chi comanda. Giuseppe Conte ha proposto di usare le primarie di coalizione per sciogliere i nodi programmatici del campo largo, a partire dal sostegno militare a Kiev — sapendo bene che il M5s, su quel punto, non è disponibile a votare aiuti militari, mentre altri alleati la pensano diversamente. Schlein ha bloccato la mossa senza troppi giri di parole: prima il programma condiviso da tutta l’alleanza, poi le primarie, perché chi le vince deve guidare l’intera coalizione, non solo il proprio partito. Un editoriale di Today.it ha letto la mossa di Conte come una trappola quasi perfetta: se Schlein accetta il voto ai gazebo su un tema divisivo come Ucraina e riarmo, rischia una base mobilitata dalle correnti pacifiste che la sconfigge o la logora; se lo rifiuta, passa per chi teme il proprio stesso elettorato. Matteo Renzi, che di scissioni interne alla sinistra ha una certa esperienza personale, ha liquidato tutto il dibattito con una battuta che vale la pena riportare: gli italiani chiedono stipendi, bollette e caro-vita, non un’ennesima discussione sulle primarie.

Quali sono, allora, i limiti reali del campo largo? Messi in fila, i tre casi di queste settimane — Pacini, Kiev, la leadership — non sono episodi separati: sono tre linee di frattura diverse che corrono parallele e possono aprirsi indipendentemente l’una dall’altra. La prima è economica: la patrimoniale sopra i 5 milioni proposta da Fratoianni, che riguarderebbe lo 0,1% della popolazione, resta bloccata dalla stessa Schlein per la contrarietà del M5s e l’assenza di una cornice fiscale europea — un programma comune, a tre anni dall’insediamento di questo governo, ancora annunciato per “dopo l’estate” e mai scritto per davvero. La seconda è di politica estera, ed è quella su cui litigano oggi: Ucraina, riarmo, un M5s che su questo dossier non condivide la linea atlantista di Pd e +Europa, e nessun meccanismo condiviso per deciderlo che non rischi di far saltare tutto. La terza è generazionale e di stile: cosa fare di candidati come Pacini, che portano voti ed entusiasmo ma anche uscite che il resto della coalizione deve poi disinnescare in conferenza stampa. Una coalizione che deve tenere insieme un partito atlantista di governo, un M5s che scommette sul pacifismo elettorale e un’ala movimentista che si ispira apertamente a Mamdani non ha, ad oggi, nessuna delle tre faglie davvero richiusa — ha solo deciso, per ora, di non farle esplodere tutte insieme.

Possono esserci outsider nel campo largo? Se Conte e Schlein continuano a non sciogliere il nodo, l’ipotesi che circola da mesi tra i retroscena romani è che la soluzione arrivi da fuori il duopolio, con la stessa logica del “terzo uomo” che in altri momenti di stallo ha già sbloccato la politica italiana. Il Tempo racconta da maggio la crescita di Silvia Salis, sindaca di Genova, come possibile guida del campo progressista, un percorso che però richiederebbe a Schlein di passare da capitano a junior partner e a Conte di rinunciare alle primarie, due condizioni che nessuno dei due sembra disposto a concedere facilmente. I numeri reali, però, raccontano una storia più prudente di quella dei retroscena: secondo il Governance Poll 2026, Salis è al 55% di consensi, trentatreesima in classifica, con una crescita più modesta di quella che i titoli di giornale suggerirebbero, comprensibile, avendo concluso solo il primo anno di mandato.
Chi invece i numeri li ha davvero solidi è Antonio Decaro, passato dal Comune di Bari alla presidenza della Regione Puglia con un consenso del 66%, il più alto tra tutti i governatori italiani e in crescita di due punti sul risultato elettorale. Non a caso il Fatto Quotidiano lo ha già incoronato come il vero, possibile outsider: uno che “studia da anni” per Palazzo Chigi e che negli ultimi mesi ha coltivato rapporti solidi proprio con Conte, senza risultare sgradito ai Cinque Stelle. Dietro di lui, la stessa lista di nomi che si ripete a ogni stallo: Roberto Gualtieri, sindaco di Roma, in piena risalita nei sondaggi (54%, otto punti in più rispetto al 2025); Gaetano Manfredi a Napoli, sempre solido; più defilati Giorgio Gori, che alla leadership nazionale ha già guardato in passato senza mai davvero tentare l’assalto, e qualche governatore regionale pronto a farsi avanti se lo stallo tra Roma e il M5s dovesse incancrenirsi ancora. Il punto in comune tra tutti questi nomi, a differenza di Pacini, è che nessuno di loro promette una rivoluzione: promettono soltanto di essere gestibili per entrambe le parti, il che — in una coalizione che fatica a mettersi d’accordo persino su un programma — potrebbe bastare a renderli gli unici candidati possibili.

Negli Stati Uniti, dove questo post ha preso inizio, il collante che tiene insieme centristi e socialisti sotto lo stesso simbolo resta Donald Trump, l’avversario comune che rende sopportabile una convivenza altrimenti impossibile.
In Italia il collante ha lo stesso nome e cognome, solo declinato al femminile: si chiama Giorgia Meloni, e senza di lei è tutt’altro che scontato che Pacini, Conte e Schlein staremmo qui a parlarne come della stessa squadra.


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