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Non basta votare contro le destre: analisi di sei mesi di governo e di opposizione. Quando il paradigma non cambia

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Categoria domenicale
Pubblicato il 2 Agosto 2026
Autore massideconca
Tempo di lettura 12 minuti

Da elettore di centrosinistra, in questi sei mesi si può leggere una storia consolante: il centrodestra arretra, il campo largo sorpassa, i sondaggi YouTrend certificano settimana dopo settimana l’usura di un governo che compie tre anni. Ma è una consolazione a basso costo, perché non nasce dall’adesione a un progetto alternativo: nasce dalla stanchezza per l’esistente. E la domanda che ci si deve porre, prima di brindare a un sorpasso nei sondaggi, è se dietro quel numero ci sia davvero un paradigma diverso su ciò che conta (salari, sanità, scuola, ambiente, casa) o solo la promessa di gestire lo stesso paradigma con toni più concilianti.

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Il quadro dei sondaggi: si vince “contro”, non “per” – La Supermedia YouTrend degli ultimi mesi racconta un centrodestra in caduta libera dal punto di vista dei consensi, ma non ancora delle poltrone: Fratelli d’Italia scende sotto il 27%, complice anche l’onda lunga della sconfitta del governo al referendum sulla giustizia di marzo, che ha rafforzato in parallelo il Movimento 5 Stelle. La Lega perde terreno a vantaggio di Futuro Nazionale, il partito di Roberto Vannacci — ormai stabilmente nei sondaggi al di sopra del 7%, a tratti davanti alla stessa Lega — alimentato dalle tensioni internazionali, dai casi di cronaca sulla sicurezza e da un’agenda ancora più radicale di quella governativa sull’immigrazione e sull’ordine pubblico. Il campo largo (Pd, M5S, Avs, +Europa, con Italia Viva nella versione più ampia) supera il centrodestra in diverse rilevazioni, arrivando al 43-44% contro il 41-42%., ma il dato più onesto arriva dal giudizio sull’operato del governo, fermo da mesi su un netto -20 (35% di consensi, 55% di dissensi), con il 90% di giudizi negativi proprio nell’elettorato di campo largo contro il 91% di apprezzamento in quello di centrodestra: un dato di polarizzazione tra bolle già convinte, non di conquista di consenso nuovo. Cresce nel frattempo anche l’area del non voto, al 33,5%: segno che buona parte dell’elettorato non si riconosce in nessuno dei due blocchi. E quando si chiede agli italiani cosa pesi di più sulla fiducia nell’esecutivo, le risposte non riguardano il premierato o la giustizia: riguardano il costo della vita, la sanità pubblica, il livello dei salari. È su questi tre punti, esattamente, che si misura se un’alternativa esiste davvero — non sul numero di seggi che un sorpasso nei sondaggi promette.

Un dettaglio che YouTrend restituisce e che vale la pena notare: sono gli elettori di opposizione, non quelli di governo, a spingere per elezioni anticipate. La maggioranza dell’elettorato di centrodestra preferirebbe la scadenza naturale della legislatura, in autunno 2027. È la fotografia di un’opposizione che scommette sull’onda del sondaggio del momento più che su un programma già pronto da sottoporre agli elettori.

Cosa fa la destra sui salari: il Promessometro e il Primo Maggio – Il “Promessometro” di Pagella Politica, che monitora le 100 promesse principali del programma di centrodestra dal 2022, dà un verdetto impietoso a tre anni di governo: 22 mantenute, 59 ancora in corso, 10 disattese, 9 tradite con provvedimenti opposti a quanto promesso (tra queste, la riforma del premierato, che introduce l’elezione diretta del presidente del Consiglio mentre il programma originale prometteva l’elezione diretta del presidente della Repubblica). Sul lavoro, il quadro è a chiaroscuro strutturale: il taglio del cuneo fiscale è diventato strutturale, sono stati introdotti l’equo compenso per i liberi professionisti e sgravi contributivi fino al 120% per le imprese che assumono a tempo indeterminato donne, giovani e residenti del Sud. Le pensioni minime sono state alzate — ma di appena una ventina di euro al mese nella manovra 2026, un aumento in larga parte assorbito dall’inflazione accumulata negli anni precedenti. La flat tax per gli autonomi fino a 100mila euro, promessa esplicita del programma 2022, non ha ancora trovato posto in nessuna legge di bilancio. Resta inoltre lontano l’allineamento degli investimenti in ricerca ai parametri medi europei, e la spesa del PNRR continua a scontare ritardi rispetto al cronoprogramma.

Il caso più chiaro sui salari resta il Decreto Primo Maggio 2026 (D.L. 62/2026): 934-960 milioni di euro stanziati “per i lavoratori”, secondo la retorica di Palazzo Chigi, in coincidenza non casuale con la festa dei lavoratori. Il giudizio del segretario della Cgil Maurizio Landini, a caldo su La7, è stato netto: quei soldi vanno alle imprese sotto forma di sgravi contributivi per chi assume, “i lavoratori non prendono un euro”. Il decreto introduce anche il concetto di “salario giusto”: la premier Meloni ha tenuto a precisare che non si tratta di salario minimo, ma di un parametro legato al trattamento economico complessivo dei contratti collettivi nazionali comparativamente più rappresentativi — una misura pensata contro i contratti pirata, non contro la stagnazione salariale in sé. Il potere d’acquisto non cresce: cambia solo il meccanismo con cui si stabilisce chi ha diritto agli incentivi pubblici. Va aggiunto, per completezza, un dato strutturale che complica qualunque lettura semplificata: il lavoro degli stranieri garantisce oggi il 9% del Pil italiano, circa 177 miliardi di euro nel 2024, quasi sempre a fronte di salari più bassi e minori diritti — un pilastro dell’economia reale che la retorica sull’invasione tende sistematicamente a rimuovere dal conto.

Sanità pubblica: la stessa illusione contabile di sempre – Sul più classico dei beni pubblici, la fotografia della Fondazione Gimbe è netta: il Fondo sanitario nazionale cresce in valore assoluto — da 125,4 miliardi nel 2022 a quasi 143 miliardi nel 2026 — ma cala costantemente in rapporto al Pil, dal 6,3% del 2022 a una proiezione del 5,8% nel 2028. Cartabellotta, presidente Gimbe, la chiama “illusione contabile”: più euro nominali, meno sanità reale, mentre l’80% dell’incremento recente serve solo a rinnovare i contratti del personale, non ad ampliare i servizi. Il risultato: 5,8 milioni di persone hanno rinunciato a cure nel solo 2024 per le liste d’attesa, mentre il tetto di spesa per l’acquisto di prestazioni dal privato continua a salire, premiando strutturalmente le Regioni che già oggi si appoggiano di più al privato. Il divario tra fabbisogno e finanziamento effettivo, secondo le proiezioni Gimbe, è destinato a scaricarsi sui bilanci regionali per 7,5 miliardi nel 2025 fino a 13,4 miliardi nel 2028. Il governo, per bocca del sottosegretario Gemmato, ribatte con il dato assoluto — “più risorse che mai nella storia” — lo stesso terreno retorico usato sulla scuola e sulle pensioni: la cifra che cresce sulla carta, la percentuale che scende nella sostanza.

Istruzione: 250mila precari, 46mila posti, e un contratto scaduto – Chi segue questo blog conosce già i numeri: a fronte di circa 250mila precari tra docenti e ATA, le immissioni in ruolo 2026 stabilizzeranno al massimo 46-47mila posti — meno di un precario su cinque. Il modello di reclutamento resta ancorato ai concorsi PNRR, che premiano nuove assunzioni piuttosto che il riconoscimento del servizio già prestato da chi è in graduatoria da anni. Il contratto Istruzione e Ricerca è scaduto da due anni, mentre i salari reali del personale scolastico sono scesi del 6% tra il 2015 e il 2023 secondo l’Ocse. Anche qui, il paradigma non cambia: si amministra la scarsità invece di invertirla, con un’infrazione europea aperta dal 2019 sull’uso abusivo dei contratti a termine nella scuola che l’Italia si trascina, di rinvio in rinvio, fino al deferimento alla Corte di Giustizia.

Ambiente: bocciati dal WWF, in ritardo di sei anni sulle rinnovabili – Il bilancio ambientale di tre anni di governo, secondo il WWF Italia, è netto: bocciato. Il consumo di suolo non rallenta, il dissesto idrogeologico resta scoperto di fondi nonostante gli eventi climatici estremi in crescita, il rilancio di infrastrutture impattanti come il Ponte sullo Stretto di Messina distoglie risorse senza una reale valutazione degli effetti — e delle 64 procedure d’infrazione europee aperte contro l’Italia, 23, il gruppo più numeroso, riguardano proprio l’ambiente. Sulle rinnovabili, Legambiente certifica che a marzo 2026 l’Italia ha raggiunto solo il 33,2% dell’obiettivo 2030: mancano 53mila MW, e al ritmo attuale il traguardo arriverebbe con quasi sei anni di ritardo, mentre 2,4 milioni di famiglie restano in povertà energetica e il governo continua, secondo Legambiente, a foraggiare le fonti fossili puntando su un ritorno al nucleare. Nel frattempo l’esecutivo ha rinviato di un anno lo stop ai diesel Euro 5 nonostante le sentenze della Corte di giustizia UE sulle emissioni di PM10 e biossido di azoto, ha chiesto la sospensione del sistema ETS di scambio delle quote di CO2 con l’aggravarsi della crisi in Medio Oriente, e ha spostato fondi dal Piano Sociale per il Clima — mossa contestata insieme da WWF, Greenpeace, Legambiente e CGIL come contraria alle stesse regole stabilite dall’Unione Europea.

Città e casa: 970 milioni contro affitti che crescono del 4% l’anno – Il Piano Casa 2026 (D.L. 66/2026) stanzia 970 milioni di euro fino al 2030 per recuperare alloggi pubblici inutilizzati, promuovere rigenerazione urbana e canoni calmierati, con il coinvolgimento di investitori privati, formule di rent to buy e un Commissario straordinario con poteri in deroga fino al 2027. Sono soldi reali, ma sproporzionati rispetto alla scala del problema: nel secondo trimestre 2026 i canoni di locazione sono cresciuti del 4,2% su base annua, i prezzi di vendita del 4,1%, mentre restano decine di migliaia di alloggi ERP non assegnabili per carenza di manutenzione — le stime associative parlano di oltre 48mila unità. È di nuovo lo schema che si ripete su ogni bene pubblico osservato finora: un intervento reale ma di scala insufficiente, costruito intorno all’incentivo al privato piuttosto che alla gestione pubblica diretta.

Cosa vorrebbe dire davvero puntare al socialismo – Vale la pena essere precisi su cosa chiede chi, come chi scrive, non si accontenta di un’alternanza di governo. Non significa evocare genericamente “il socialismo” come orizzonte romantico: significa scegliere quale via percorrere davvero, e dirlo agli elettori prima del voto, non dopo. Il modello socialdemocratico scandinavo che questo blog ha già raccontato non nasce da un incentivo fiscale reversibile a ogni cambio di maggioranza: nasce da una gestione pubblica diretta e strutturale dei beni fondamentali — sanità, scuola, casa, energia — finanziata da una tassazione progressiva reale sulla ricchezza, non da bonus contributivi che il prossimo governo di segno opposto può smontare in una legge di bilancio. Misurato con questo metro, nessuno dei due schieramenti oggi in campo sta davvero proponendo un’inversione di paradigma: uno lo amministra con più mercato, l’altro promette di amministrarlo con più equità, ma entrambi restano dentro la cornice dell’incentivo, non dell’investimento pubblico diretto e della redistribuzione strutturale della ricchezza.

E la sinistra, nel frattempo? – A luglio 2026, oltre tre anni dopo l’insediamento di questo governo, Elly Schlein annuncia da un palco a Napoli — insieme a Conte, Fratoianni e Bonelli — che il programma del campo largo “lo scriveremo da settembre”: non esiste ancora, restano “proposte unitarie” sparse. Bonelli, dallo stesso palco, richiama l’emergenza climatica e i milioni di persone in povertà energetica denunciando “un governo che fa la guerra ai poveri invece che alla povertà”; Fratoianni ricorda di non voler ripetere “il regalo fatto alla destra nel 2002” con le divisioni interne. Belle parole, che per ora restano tali. Su una misura autenticamente redistributiva — la patrimoniale sopra i 5 milioni di euro proposta da Fratoianni, che riguarderebbe circa 50mila persone, lo 0,1% della popolazione, più 89 miliardari che tra marzo 2025 e marzo 2026 hanno guadagnato circa 4.500 euro al secondo — la stessa Schlein frena pubblicamente, citando la contrarietà del M5S e l’assenza di una cornice fiscale europea condivisa.

Sul salario minimo, la bandiera economica più condivisa del campo largo, pesa un’ironia scomoda: parte della sinistra ha già di fatto ridimensionato la richiesta di un minimo legale sottoscrivendo un impianto di “giusta retribuzione” ancorato ai contratti collettivi, lo stesso paradigma, moralmente più accettabile ma tecnicamente non troppo distante, che il governo rivendica proprio nel Decreto Primo Maggio. L’unica proposta davvero radicale in circolazione — il censimento e la requisizione temporanea delle case sfitte, lanciata da Avs a Firenze e accolta con una prima apertura dal Pd locale — resta marginale, contestata e circoscritta al dibattito toscano. Restano sul tavolo la riduzione dell’orario di lavoro a 32 ore a parità di salario e il congedo parentale paritario al 100% per cinque mesi (evocato da Schlein): proposte reali, ma ancora fuori da un programma condiviso, scritto e sottoposto al giudizio degli elettori.

Perché “votare contro” non basta – Mettendo insieme i pezzi: un governo che amministra la scarsità di salari e beni pubblici con incentivi al privato piuttosto che investimento pubblico diretto, e un’opposizione che vince nei sondaggi per esaurimento dell’avversario più che per l’attrattiva di un progetto proprio, ancora priva di un programma scritto e di un accordo interno sulla misura più simbolicamente di rottura, la patrimoniale. Il rischio concreto, se il campo largo dovesse vincere nella forma attuale, non è tornare al governo Meloni: è amministrare lo stesso paradigma — mercato prima, pubblico dopo, incentivo invece di investimento — con un tono meno securitario e una sensibilità sociale più dichiarata a parole. Non è un’inversione di paradigma, ma una gestione più educata dello stesso paradigma. E la differenza, per chi si aspetta davvero un programma di sinistra, non è piccola.

L’obiezione onesta – Certo, la prudenza sulla patrimoniale non è solo timidezza tattica: senza una cornice fiscale europea condivisa, un prelievo unilaterale sui grandi patrimoni rischia davvero la fuga di capitali, è un problema reale di coordinamento internazionale che riguarda qualunque tentativo di tassare la ricchezza mobile in un solo Paese, e che la stessa storia della patrimoniale italiana (proposta e ritirata nel 2020, riproposta e mai approvata nel 2022-2023) conferma. E l’opposizione del M5S non è un capriccio di Conte: riflette un elettorato di riferimento diverso da quello di Avs, con priorità e sensibilità fiscali proprie che un’alleanza elettorale deve comunque tenere insieme se vuole arrivare al 44% e non restare un cartello di minoranze irrilevante. Tra l’esigere subito un programma compiutamente socialista e l’accontentarsi di un cambio di governo senza cambio di paradigma, c’è uno spazio politico reale in cui questa discussione dovrebbe misurarsi.

I grafici sono stati costruiti inserendo i dati in un assistente IA (Claude.ia)


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