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Stabilicum, ovvero come cambiare le regole quando il gioco si fa duro

giorgia meloni e galezzo bignami
Categoria domenicale
Pubblicato il 31 Maggio 2026
Autore massideconca
Tempo di lettura 8 minuti

C’è un sistema che in politica diventa quasi legge di natura: quando non riesci a vincere con le regole, cambia le regole. Il governo Meloni ci ha messo poco a trasformare questo perla di saggezza in disegno di legge: lo ha chiamato “Stabilicum” — nomen omen— e lo ha depositato in commissione Affari costituzionali di Montecitorio il 26 febbraio scorso.

Il testo definitivo della proposta, che porta la firma del deputato di Fratelli d’Italia Galeazzo Bignami come primo firmatario, inizierà il suo iter in Aula alla Camera il prossimo 26 giugno, con l’obiettivo di ridefinire le regole del sistema di voto prima della pausa estiva: blindare la riforma entro l’estate, insomma, per poi andare eventualmente al voto con nuove regole già scritte. La fretta, si sa, è cattiva consigliera, ma dà una chiara idea delle intenzioni con le quali nasce questo disegno di legge.

Cosa prevede – Il cuore della riforma è semplice e spudorato: l’impianto normativo elimina i collegi maggioritari e al loro posto introduce un sistema proporzionale con un premio di maggioranza. Nello Stabilicum 2.0, la soglia per aggiudicarsi il bonus sale dal 40 al 42%, e spariscono i ballottaggi: se non c’è un vincitore, i seggi si assegnano con proporzionale puro. Scende anche il tetto massimo per chi vince: da 230 a 220 seggi alla Camera e da 114 a 113 al Senato.

Tra le novità più discusse, l’obbligo di indicare il candidato Premier direttamente sulla scheda, pena l’inammissibilità della lista: una norma che spingerà le opposizioni a dover trovare rapidamente una leadership condivisa. Le coalizioni devono indicare un candidato Presidente del Consiglio quando depositano il programma elettorale al Viminale. Il nome del candidato non compare nella scheda elettorale, ma dimostra che l’Italia si è spostata verso un “leaderismo” ancora più netto rispetto al passato.

Il Rosatellum, il sistema vigente, ha permesso al centrodestra a guida Meloni di ottenere una larga maggioranza nel 2022. Ma un risultato non chiaro alle prossime politiche costringerebbe FdI e PD ad una larga coalizione o a un governo tecnico: esattamente ciò che sia Meloni sia Schlein hanno giurato di non fare mai, facendone un tratto distintivo delle rispettive leadership.

I (molti) vantaggi secondo la maggioranza – L’obiettivo dichiarato è quello di dotare l’Italia di una riforma che “garantisca governabilità e stabilità, per l’intera legislatura, a chiunque vinca le elezioni.” Non è un’ambizione da poco: la storia repubblicana italiana è segnata da governi nati e morti nel giro di qualche stagione, e l’argomento della stabilità ha sempre una certa presa sull’elettorato stanco.

Lo Stabilicum è un vestito che sembra tagliato su misura per la mentalità politica di Giorgia Meloni che ha sempre manifestato una profonda avversione per i governi di compromesso, preferendo una logica bipolare netta: o governare con una maggioranza chiara e omogenea o stare all’opposizione.

In teoria, il sistema premierebbe anche la chiarezza dell’offerta politica: chi si presenta con un leader indicato, un programma firmato e una coalizione coesa sa cosa offre agli elettori. Rispetto al magmatico proporzionale della Prima Repubblica — o al Rosatellum con i suoi effetti distorsivi sui collegi uninominali — c’è una certa logica interna. In teoria, appunto.

I (tantissimi) rischi, quelli veri – Proviamo a elencarli.

Il rischio costituzionale. Centoventisei costituzionalisti hanno firmato un appello contro il testo, e non si tratta di una petizione di quartiere. L’Italia ha avuto cinque diverse leggi elettorali in trent’anni, e ben due di queste sono state dichiarate incostituzionali. La Corte costituzionale è il fantasma che aleggia su tutta la riforma. I giuristi dem evidenziano una quantità industriale di falle costituzionalmente insanabili. Se la Corte Costituzionale dovesse sollevare obiezioni sul testo, i tempi per rimediare sarebbero strettissimi. Traduzione: si rischierebbe di andare al voto con il Rosatellum, dopo mesi di iter parlamentare speso per nulla.
Il rischio del boomerang. Un professore di diritto pubblico della Luiss ha dichiarato che la legge potrebbe dare un premio di maggioranza al centrodestra in una camera e al centrosinistra nell’altra, minando l’obiettivo di garantire un governo stabile. Il Porcellum, a suo tempo, fu costruito da Calderoli per far vincere la destra e finì per far vincere il centrosinistra. La storia, evidentemente, non insegna abbastanza.

Il rischio politico immediato. Se le opposizioni si presentassero unite nei collegi, soprattutto nel centrosud, il Campo largo potrebbe vincere nella maggior parte dei collegi e aggiudicarsi la vittoria complessiva — ma è possibile anche un risultato di pareggio. Lo Stabilicum elimina proprio questo scenario eliminando i collegi, ma introduce un premio che richiede il 42%: soglia tutt’altro che scontata per una coalizione che nei sondaggi arranca.

Il metodo. L’opposizione contesta i tempi: il nuovo documento è “sbucato in commissione alle 19:00” di un mercoledì sera, con la calendarizzazione già fissata per il giugno successivo. Secondo i parlamentari contrari alla riforma, il nuovo testo sarebbe molto diverso da quello iniziale e richiederebbe nuove audizioni con costituzionalisti ed esperti prima dell’arrivo in Aula. Quando si cambia la Costituzione materiale del paese a colpi di notifiche in chat alle sette di sera, qualcosa nel metodo democratico cigola.

Il segnale delle urne nel 2026 – l 22 e 23 marzo 2026, gli italiani sono stati chiamati a pronunciarsi sulla riforma costituzionale della giustizia voluta da Nordio. La maggioranza degli italiani che ha votato ha scelto il “No”, al 53,7%. L’affluenza definitiva si è attestata intorno al 58,9%. Un dato che merita di essere letto con attenzione.

Regioni come l’Emilia-Romagna, la Lombardia e il Veneto hanno superato abbondantemente la soglia del 50% già alla chiusura della prima giornata; al Sud e nelle Isole la partecipazione è stata sensibilmente più bassa, con Sicilia, Calabria e Campania a mostrare i dati più freddi, con distacchi che arrivano a quasi venti punti percentuali rispetto alle regioni più attive.

Il No ha prevalso nella maggior parte delle regioni italiane, mentre il Sì ha ottenuto la maggioranza soltanto in alcune aree del Nord — in particolare Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia. In parole povere: anche dove il centrodestra governa più stabilmente, e dove l’affluenza è stata più alta, ha perso. Non è un segnale trascurabile.

Le recenti elezioni amministrative di maggio 2026 hanno confermato una fotografia mossa. A dispetto dei pronostici, il centrodestra ha vinto a Venezia al primo turno con il candidato sindaco Simone Venturini, che ha superato nettamente Andrea Martella raccogliendo il 51% dei voti. Ma si tratta di un risultato isolato in un contesto di tenuta complessiva dell’opposizione in gran parte del paese.

La coalizione del governo Meloni resta al 44,9%, pari esatto all’insieme di PD, M5S, AVS, PiùEuropa e Italia Viva. Un pareggio che, con il Rosatellum e i collegi uninominali, rischierebbe di tradursi in una vittoria dell’opposizione — almeno al Sud. Ecco il vero motivo dello Stabilicum: non la gobernabilità astratta, ma la matematica concreta.

Già, ma quando si vota? – La legislatura scade ufficialmente nell’autunno del 2027. Ma la finestra più probabile resta quella di un voto tra fine aprile e maggio 2027. Un anno esatto permetterebbe di tentare di rimettere ordine nei conti pubblici e, soprattutto, in quelli privati degli italiani.

L’ipotesi di un voto ancora più anticipato — giugno 2026 — è circolata dopo la sconfitta al referendum, con una data che riecheggiava nelle discussioni interne al centrodestra: domenica 7 giugno. Ma da alcuni veniva ritenuta l’unica finestra temporale per garantire lo svolgimento del voto nel 2026, prima dell’estate — scenario poi accantonato.

Rimane tuttavia una considerazione strategica cruciale: Meloni teme l’effetto di un Election Day con le comunali nelle grandi città, storicamente più vicine al centrosinistra, che potrebbe spingere l’affluenza e penalizzare il centrodestra sul piano nazionale. Da qui, l’ipotesi più realistica sembra quella di anticipare il voto politico a inizio 2027, separandolo da quello comunale.

Chi è avvantaggiato da un voto anticipato? La risposta dipende da quante variabili si tengono in considerazione, ma il filo conduttore è uno solo: l’affluenza. Il voto del 2022 fu vinto anche grazie a un’astensione record. Il referendum di marzo 2026, con quasi il 59% di partecipazione, ha mostrato che quando gli elettori sentono la posta in gioco — e percepiscono un’alternativa credibile — tornano alle urne. E quegli elettori, in larga misura, non votano centrodestra.

“Stabilicum” è un neologismo rivelatore. Non “Riformellum”, non “Proporzionalino”, non nemmeno il più onesto “Vinciamum”: no, stabilità. Come se il problema dell’Italia non fosse la qualità della politica ma la sua durata. Come se tenere un governo in sella cinque anni, indipendentemente da cosa faccia, fosse di per sé una virtù democratica.

Ci risiamo: è tornata la febbre della legge elettorale, cioè del tentativo spesso riuscito di cambiare le regole in corsa nella speranza di vincere e restare a Palazzo Chigi. Tante modifiche, ma l’obiettivo della stabilità ancora non è stato raggiunto.

Quando qualcuno propone una legge elettorale come soluzione ai problemi della democrazia italiana, è bene controllare prima a chi conviene: si può capire tutto.


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