Guardare fuori dai confini, in questi giorni, restituisce più un clima che un’immagine. Non è il totalitarismo in senso storico, parola da maneggiare con prudenza perché non abbiamo né partiti unici né polizia politica; è qualcosa di più sfuggente: il potere si personalizza, i corpi intermedi vengono aggirati, il dissenso diventa un problema di ordine pubblico, e ai cittadini si offre una sola forma di partecipazione, la delega a un uomo solo.
Parto da qui, dal clima internazionale e dalla sua versione italiana, per arrivare alla società dei problemi privati che lo rende possibile e, alla fine, alla risposta che la sinistra deve dare: non un altro leader, ma una forza collettiva che porti il conflitto dove nasce, nei luoghi di lavoro, e lo trasformi in alleanza.
- Il clima internazionale: il leader solitario e il dissenso come ordine pubblico
- Il clima in casa nostra: il premier in campagna, la fiducia sul Parlamento
- La società dei problemi privati
- La tentazione speculare e la risposta collettiva
- Il rumore non basta: alleanze e agenda dal basso
- Uscire dal corporativismo, senza semplificare
Il clima internazionale: il leader solitario e il dissenso come ordine pubblico
In Brasile Flávio Bolsonaro ha superato Lula al primo turno, 47,03% contro 45,16%, con un padre condannato a 27 anni per il tentato colpo di stato ancora perno simbolico della campagna e con Trump che parla di «grande vittoria»: il ballottaggio è il 25 ottobre e la politica è una questione di cognome. In Ungheria è caduto Orbán, che in sedici anni aveva riscritto la Costituzione, pensionato d’ufficio centinaia di giudici e occupato circa l’80% dei media, ma a batterlo non è stata la sinistra: è stato un ex uomo di Fidesz, centrodestra vicino al Ppe, cioè un’alternanza di volti più che di paradigma. Nell’ex Germania orientale l’Afd ha vinto in Meclemburgo-Pomerania e a Berlino, dove ha trionfato la Linke, ottiene comunque il 16,3%. In Spagna PP, Vox e Junts hanno fatto cadere i due decreti sulla casa e Sánchez rischia le urne. In Francia studenti e sindacati sono tornati in piazza e il bilancio provvisorio è di 215 studenti feriti e dieci inchieste dell’ispettorato di polizia, nel paese in cui la riforma delle pensioni del 2023 passò con l’articolo 49.3, cioè senza voto.
Nessuno di questi casi è uguale all’altro, ma il filo comune è riconoscibile: la personalizzazione (il capo al posto del programma), l’aggiramento delle sedi collettive (Parlamento, assemblee, corpi intermedi) e la traduzione del conflitto sociale in questione di sicurezza, con le piazze che diventano un problema di polizia prima che di politica.
Il clima in casa nostra: il premier in campagna, la fiducia sul Parlamento
L’Italia non fa eccezione, e lo fa con i mezzi propri. La nuova legge elettorale, lo Stabilicum, obbliga ogni coalizione a indicare un candidato premier il cui nome non figurerà sulla scheda ma attorno al quale si costruirà la campagna, lascia i capilista bloccati e promette il premio di maggioranza a chi raggiunge il 42%: la scelta tra programmi diventa scelta tra volti, decisi dall’alto. Più eloquente ancora il metodo: il governo ha posto la fiducia sui primi tre articoli, la Camera l’ha accordata con 226 voti favorevoli contro 147 sull’articolo 1 e 227 contro 149 sul 2, Meloni ha avvertito che se la maggioranza andasse sotto le conseguenze sarebbero inevitabili, il deputato Federico Fornaro ha parlato di «schiaffo al Parlamento», e il voto finale, a scrutinio segreto, è fissato per giovedì 8 ottobre. Ho già raccontato come la maggioranza costruisca una sua verità attorno a questa legge e come il campo progressista si divida fra primarie e soglie mentre il paradigma non cambia: anche da noi si vota un nome e il Parlamento si aggira.
La società dei problemi privati
Questo clima non si regge soltanto sulla forza che viene dall’alto: ha bisogno di una società disposta a delegare, e la nostra lo è diventata.
La pressione ha anche una declinazione scolastica che conosco da vicino. La Flc Cgil denuncia un clima sempre più intollerabile: uno studente picchiato a Milano, secondo la ricostruzione sindacale, da dodici attivisti del Blocco Studentesco (ne ho scritto qui), la Polizia Municipale alla sede nazionale del sindacato per lo striscione «Qui nessuno è straniero» (regolare, hanno poi verificato) e pressioni sui dirigenti perché facciano rimuovere gli striscioni dalle scuole. Come titola la Flc, quando la scuola diventa un bersaglio il prezzo più alto lo paga la democrazia.
La diagnosi è quella di Filippo Barbera ne Le piazze vuote: pratiche associative e partecipazione sociale non alimentano più il circuito della rappresentanza e i bisogni individuali diventano soluzioni solo se si ricostruisce capacità collettiva «nel governo dei luoghi di vita e di lavoro». Sul posto di lavoro lo si vede ogni giorno: i precari rispondono ai propri problemi individuali più di quanto facessero trent’anni fa, il datori di lavoro propongono spesso accordi singoli, e più si ritarda un accordo, più si lascia lo spazio alla singolarizzazione.
Il risultato è rassegnazione e deresponsabilizzazione: si chiede che un altro risolva il mio problema, e l’uomo solo al comando è la versione politica di quell’altro.
Il cuore del consenso oggi è la propaganda, ovvero fornire a ciascun individuo la sua soluzione.
Il decreto scuola mostra il meccanismo in piccolo: è uno strumento di distrazione di massa che serve a far passare altro. Il tetto del 30% ha occupato giornate di dibattito, ma secondo il Politecnico di Milano riguarderebbe circa 290 studenti e 155 classi, contro le 34mila classi evocate dal ministro (anche per Linkiesta appena trecento studenti). Intanto passa il resto: gli istituti tecnici che «diventano licei» e un welfare individuale al posto del contratto, con la polizza sanitaria integrativa da 320 milioni finanziata, denunciano i sindacati, con i fondi per far funzionare le scuole, e l’assegno del 10% fissato per legge. Ciascuno riceve la propria prestazione e nessuno discute più il salario: è il modo con cui si impoverisce l’azione sindacale e si convince ciascuno a trattare da solo.
La tentazione speculare e la risposta collettiva
La scorciatoia della sinistra non deve essere speculare: trovare un buon comunicatore, un volto che buchi lo schermo e riporti la gente a votare. È una tentazione che attraversa partiti e sindacati, e ha un limite empirico: la comunicazione, da sola, non sposta il consenso. L’obiezione seria è che Mamdani ed Eralp sono comunicatori formidabili e hanno vinto. Vero, ma con una promessa materiale consegnabile, il congelamento dei canoni per quasi un milione di appartamenti a New York, il tetto agli affitti e l’esproprio dei grandi gruppi a Berlino, dentro movimenti organizzati attorno alla casa: la comunicazione è il veicolo, non il motore. Rispondere all’uomo solo con un altro uomo solo significa accettare il terreno dell’avversario.
L’alternativa alla personalizzazione è la responsabilità collettiva: rispondere in forza di un mandato dell’assemblea che ti ha scelto, non al proprio profilo. È ciò che una volta per noi era il partito, quello di Berlinguer o di Ingrao, con un centralismo democratico difettoso ma efficace; tolti i difetti, resta un soggetto collettivo in cui mandato e rappresentanza si tengono, la stessa tensione fra organizzazione e spontaneità del dilemma di Luxemburg.
Il passaggio decisivo è far portare poi questo conflitto fuori dall’assemblea, nella società e sul posto di lavaoro.
Lo faremo il 17 ottobre a Roma con la manifestazione della Via Maestra: la Cgil e oltre cento associazioni, riproporranno la rivendicazione di una piattaforma ampia ed articolata che tiene insieme salari, precarietà, fisco, scuola e sanità pubbliche, pace e Costituzione. È l’opposto della delega: mette in fila persone, non nomi. Ma bisogna esserci, perché il dissenso non può vivere soltanto su una chat: un’assemblea di venti persone, di quelle vere, vale più di mille adesioni in un gruppo.
Il rumore non basta: alleanze e agenda dal basso
La Francia dimostra che la piazza non basta: il 6 ottobre erano in 256mila per il ministero dell’Interno e 450mila per i sindacati (dati Alanews), e nel 2023 le piazze non impedirono la riforma delle pensioni; oggi sono le scuole a muoversi, con uno sciopero a novembre all’orizzonte. Il problema non è far rumore: è raggiungere il risultato. Bisogna manifestare perché i temi stiano sull’agenda, ma contemporaneamente bisogna percorrere la seconda strada dell’alleanza politica, che non significa essere cinghia di trasmissione di qualcuno o qualcosa: non basta raccogliere i problemi dal basso se poi non si possono sottoporre a chi può portare una risposta, tocca a chi sta nei luoghi di lavoro, e i partiti vanno misurati su quell’agenda, non sulla simpatia: con un sistema elettorale che sposta il voto dai programmi ai nomi, a maggior ragione serve organizzare le persone prima del voto, non dopo.
Uscire dal corporativismo, senza semplificare
C’è un’ultima condizione: uscire dal nostro corporativismo, inserendo le nostre rivendicazioni in un contesto più grande del nostro. Bisogna incontrare la società civile, le famiglie, gli studenti, i lavoratori per spiegare sempre le ragioni della nostra protesta, per confrontarci con loro, per acquisire visioni differenti ed opinioni differenti. Bisogna costruire alleanze leali e coerenti.
La complessità non va sacrificata: a furia di semplificare perdiamo la capacità di spiegare gli effetti, e la semplificazione è l’ossigeno dell’uomo solo al comando.
Credo nell’egemonia culturale di Gramsci: la mia strategia è lunga, e per questo scrivo articoli lunghi.
Contro il clima dell’uomo solo al comando, una strategia davvero sociale e vincente mi sembra stia in cinque mosse. La prima: rispondere ai problemi individuali con azioni collettive, perché l’individualismo si disarticola solo con l’organizzazione. La seconda: preferire mandato e rappresentanza al leader di turno. La terza: far coincidere il conflitto sociale con il conflitto sul posto di lavoro e portare nelle assemblee ciò che si dice nelle piazze. La quarta: affiancare alla piazza un’alleanza politica non subalterna, scrivendo l’agenda dal basso e misurando i partiti su quella. La quinta: difendere la complessità e la verità dei numeri contro la semplificazione e l’allarmismo. Il resto è comunicazione, e la comunicazione, senza queste cinque cose, è soltanto l’ennesimo modo di cercare qualcuno che risolva il problema al posto nostro.
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