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Democrazia e mercati: il guinzaglio, e chi lo tiene

democrazia e mercati
Categoria domenicale
Pubblicato il 18 Ottobre 2026
Autore massideconca
Tempo di lettura 9 minuti

Domenica 18 ottobre tre quotidiani hanno posto con tre verbi diversi la stessa questione, quella di democrazia e mercati. Sulla Stampa Gustavo Zagrebelsky scrive che troppa ricchezza uccide la democrazia, e aggiunge che la patrimoniale eccita l’odio sociale. Sul Sole 24 Ore Sebastiano Maffettone parla di una prosperità tradita. Sul Manifesto Paul B. Preciado, intervistato, legge le piazze come una reazione alla violenza economica. Una ricchezza che uccide, una prosperità tradita, una violenza economica: tre costruzioni in cui l’agente è un sostantivo astratto, e quando l’agente è astratto nessuno risponde dei danni.

Questo è un testo domenicale: cerca la domanda, non il fatto del giorno. La domanda suona così: chi decide quando a decidere sono, come dicono i telegiornali, i «mercati»? La tesi: il guinzaglio non è un incidente della globalizzazione, è stato intrecciato con cura (Polanyi e Slobodian), è diventato abitudine interiore (Brown), ha spostato altrove la legittimazione (Habermas) e produce una distribuzione che è una scelta, quindi si può scegliere altrimenti (Piketty).

Il conto della patrimoniale e l’aggettivo sociale

Il ragionamento attribuito a Zagrebelsky ha due metà: una diagnosi, per cui oltre una certa soglia la concentrazione della ricchezza consuma la democrazia, e una cautela, per cui l’imposta che la toccherebbe fa crescere il rancore. Insieme custodiscono una simmetria sospetta: la ricchezza concentrata è un dato di natura, l’imposta un atto politico, e l’odio viene addebitato all’atto e non al dato. È una scelta di grammatica prima che di economia: chi decide il soggetto decide anche chi è in debito verso chi.

Un controllo sui fatti non guasta. Venerdì l’Istat ha confermato per settembre un’inflazione al 4,2% annuo: secondo il Diario del Lavoro l’energia regolamentata è salita del 25,8% e nel terzo trimestre il rincaro ha pesato il 4,4% sulle famiglie a bassa spesa contro il 2,9% su quelle ad alta spesa. Sabato la CGIL ha rilanciato l’importanza di stabilire un contributo di solidarietà dell’1% sui patrimoni netti sopra i due milioni: secondo l’ANSA riguarderebbe circa 500 mila contribuenti e renderebbe 25-26 miliardi, ma il calcolo è del sindacato. L’odio sociale, in questo conto, ha già una fattura: arriva ogni mese e cresce in modo disuguale prima che qualcuno proponga di tassare chicchessia.

In Norvegia, come ho scritto a luglio, l’imposta sul patrimonio esiste dal 1892 e nel 2024 ha reso circa 32 miliardi di corone; nel 2022 oltre trenta miliardari avrebbero lasciato il paese dopo un inasprimento. Quella democrazia non è caduta: ha messo a nudo la domanda su chi possa andarsene, che appartiene ai mercati.

Polanyi: il laissez-faire era pianificato

Karl Polanyi in La grande trasformazione (1944) racconta come si sia arrivati a un’eccezione storica: un mercato regolato dai prezzi e una società che ne dipende. La tesi, nella lettura di Kenney Jacob, è che il mercato autoregolato non sia una forza naturale: l’ha costruito lo Stato, e il laissez-faire è il risultato di un intervento. Lavoro, terra e moneta, poi, non sono nate per essere vendute, e trattarle come merci produce danni sociali e ambientali. Segue il doppio movimento: all’espansione del mercato risponde un contromovimento di protezione fatto di sindacati, leggi sul lavoro, sanità, welfare, regolazione.

Qui sta ciò che la cautela sull’odio lascia in ombra: la protezione non ha una forma garantita. Andrea Zhok ricorda che le reazioni anticapitaliste sono state spesso autoritarie e legge nelle dittature fra le due guerre il secondo movimento arrivato a trovare un capo. Così l’odio sociale non è l’effetto collaterale della patrimoniale: è il contromovimento in cerca di indirizzo, e la forma dipende da chi glielo offre. Un’imposta è una forma; un comizio, un’altra.

Le puntate sul tramonto lento e su come disobbedire si chiudevano su un bivio affine: Martin Wolf chiede di correggere il capitalismo con concorrenza e diritti economici, Mészáros sostiene che Stato e capitale siano inseparabili. Polanyi sta in mezzo ed è più scomodo di entrambi: il mercato puro non è mai esistito senza qualcuno che lo imponesse.

Slobodian: il guinzaglio ha un disegno

Se Polanyi spiega che il mercato è stato costruito, Quinn Slobodian in Globalisti (2018) spiega da chi e a quale scopo. Nella sintesi del New Books Network i neoliberali non erano contrari allo Stato in quanto tale ma allo Stato-nazione, e cercavano regole sovranazionali che limitassero il potere delle maggioranze democratiche. La recensione di Foreign Affairs indica il gruppo raccolto attorno a Hayek e Mises, la scuola di Ginevra, e un obiettivo: proteggere proprietà e capitale dalle masse democratiche con organismi come il GATT, l’Unione europea e l’OMC, capaci di vincolare gli Stati senza rispondere a un elettorato. Incapsulare il mercato, più che liberarlo.

L’idea può avere un nome di «vincolo esterno»: la convinzione che i trattati disciplinino una politica nazionale ritenuta incapace di disciplinarsi da sola. L’espressione è ufficiale e la sua ambiguità istruisce: è una garanzia per chi desidera stabilità e un guinzaglio per chi desidera decidere, e tutto dipende da quale capo si impugna.

La stessa recensione segnala i limiti: è difficile dimostrare come quelle idee abbiano plasmato le singole istituzioni, e la storica Jennifer Burns accusa il libro di vedere un complotto neoliberale in tutto l’ordine internazionale. Resta la conclusione: la questione decisiva è chi stabilisce le regole. Non un complotto, dunque: un archivio di decisioni con firme leggibili.

Brown: il demos disfatto dall’interno

Wendy Brown in Undoing the Demos (2015) sposta il problema dalle istituzioni alle persone. Nella recensione di Jodi Dean il neoliberalismo è per lei una razionalità politica: riduce ogni ambito della vita a termini economici, sostituisce l’homo politicus con l’homo oeconomicus e concepisce il soggetto come capitale umano, un investitore obbligato a investire su di sé. Ne esce perfino il desiderio di democrazia: libertà, uguaglianza e sovranità popolare conservano il lessico e perdono il senso. Il demos non viene sconfitto; viene disfatto, che è meno drammatico e più efficace.

Dean accetta la diagnosi e contesta la prudenza: Brown sottovaluta contraddizioni e violenza del neoliberalismo, dalla militarizzazione della polizia al salvataggio pubblico delle banche, e la crisi della democrazia può aprire spazi politici. Qui entra Preciado: leggere le piazze come reazione alla violenza economica significa schierarsi con Dean contro la quiete di Brown, perché se il demos fosse davvero disfatto nessuno scenderebbe in strada.

Lavinia Marchetti, su Substack, accosta Slobodian e Brown per concludere che la protesta diventa un problema di ordine pubblico e che la proprietà privata gode di una tutela più forte del diritto di manifestare. Gli esiti sono due: soggetti che non chiedono più democrazia e, dove la chiedono, la polizia. Gramsci chiamava casematte i luoghi in cui il consenso si fabbrica; oggi stanno nei server di poche aziende private. Per questo ho letto la piazza del 17 ottobre come dissenso che si fa istituzione.

Habermas: lo Stato debitore e la legittimazione in trasferta

La pagina più esplicita di Jürgen Habermas su democrazia e mercati è del 2013, una recensione a Gekaufte Zeit di Wolfgang Streeck. Nell’estratto di India Seminar i mercati finanziari limitano il potere decisionale degli Stati, lo Stato fiscale diventa Stato debitore e il salvataggio delle banche indebita gli Stati in un circolo vizioso; le regole di bilancio concentrano potere a Bruxelles e, senza un Parlamento europeo più forte, sottraggono le decisioni alla volontà democratica. Habermas condivide la diagnosi di Streeck, per cui la politica di crisi prosegue il modello favorevole al capitale che ha prodotto la crisi, ma ne rifiuta la cura: tornare allo Stato nazionale degli anni Sessanta e Settanta è nostalgia, perché quello Stato non controlla più i mercati.

Streeck, nella replica ospitata da Verso, osserva che Habermas non analizza interessi economici e conflitti di classe e tratta il capitalismo come un dato sistemico da gestire, non come oggetto di conflitto politico. La domanda che ne esce è una sola: quando i mercati limitano gli Stati, la legittimazione si riconquista a livello nazionale, europeo o non si riconquista affatto? Nemmeno i più forti sono al riparo: sul Manifesto Alessandro Volpi riferisce il giudizio del Fondo monetario sul debito americano, oltre quarantamila miliardi di dollari, ritenuto insostenibile. Se rende conto a chi lo compra l’emittente della valuta di riserva, figurarsi Roma.

Piketty: la disuguaglianza è una decisione

Fra i cinque, Thomas Piketty è quello che porta i numeri. Nella recensione di Annamaria Testa a Capitale e ideologia ogni società giustifica le proprie disuguaglianze con un sistema di idee: non sono naturali, sono politiche e ideologiche. Alla vigilia della Prima guerra mondiale il 10% più ricco possedeva il 92% del patrimonio nel Regno Unito, l’88% in Svezia, l’85% in Francia; tra il 1914 e il 1950 guerre, crisi e rivoluzioni, con imposte progressive e Stato sociale, hanno ridotto il divario, e dagli anni Ottanta la tendenza si è invertita.

Le proposte, riassunte da Anna Bonalume su L’Espresso, sono le più concrete della compagnia: un’eredità di cittadinanza di 120 mila euro a 25 anni, finanziata da un’imposta progressiva sulle successioni; metà dei diritti di voto nei consigli di amministrazione ai dipendenti; un’assemblea transnazionale che decida a maggioranza e superi il veto dell’unanimità.

La cautela sull’odio sociale ha un suo realismo, e uno storico non la liquida. Come lettore di Piketty, però, ne colgo il rischio: presumere che sia eccezionale la tassa e non la concentrazione è il gesto con cui un’ideologia si presenta come buon senso.

Democrazia e mercati: chi decide, dunque

I mercati non decidono: sono il modo in cui alcune decisioni vengono prese altrove e da altri. Decide chi ha scritto la regola che li lascia decidere (un trattato, lo statuto di una banca centrale, un codice fiscale) e chi, potendo riscriverla, non lo fa. Polanyi dice che la regola è stata costruita, Slobodian da chi e perché, Brown che ci siamo abituati, Habermas dove sia finita la legittimazione, Piketty che la distribuzione si cambia con strumenti noti. Zagrebelsky, Maffettone e Preciado danno tre nomi al conto: morte, tradimento, violenza.

Chi ha provato a riscrivere una regola mostra che non è impossibile e che non è gratuito. Nel post sulla casa ho raccontato Madrid, dove due decreti sugli sfratti sono stati bocciati dal Congresso il 2 ottobre con i voti di PP, Vox e Junts; New York, dove il sindaco ha ottenuto il congelamento dei canoni per circa un milione di appartamenti; Berlino, dove la Linke è il primo partito con il 25,7% e un programma di esproprio con indennizzo. Tre tentativi di decidere contro il mercato: uno bocciato, uno ottenuto, uno in attesa di coalizione, tutti con il voto e tutti contestati, e per questo non meno democratici.

In Italia, intanto, l’inflazione sale mentre il tavolo con le imprese discute di recuperarne il 90%, come ho scritto sabato, e il contributo dell’1% resta una proposta in cerca di maggioranza: politica ordinaria, cioè ciò che la formula dei mercati serve a dichiarare esaurito.

Alle tre pagine di domenica manca un soggetto: la ricchezza, la prosperità e la violenza hanno beneficiari, e i beneficiari votano. Il guinzaglio ha due capi, e la democrazia sta da una parte soltanto: chi lo impugna dall’altra? E soprattutto: alla prossima occasione di voto, su quali regole potremo decidere davvero, e su quali ci verrà risposto che hanno già deciso i mercati?


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