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Decreto sicurezza dopo Milano: nuovo reato per chi manifesta, genitori che pagano, imputabilità a 14 anni. Il codice penale risponde a una crisi economica.

politicamente scorretto 10 minuti di lettura

Martedì sera, dopo gli scontri di Milano del fine settimana, il Consiglio dei ministri ha approvato l’ennesimo decreto sicurezza: otto articoli, secondo l’ANSA, per rispondere con il codice penale a una crisi che è fatta di affitti, salari e prezzi.

L’ennesimo, perché un numero d’ordine non c’è: Domani lo conta come l’ottavo, Mineo, che somma decreti e leggi su sicurezza e migranti, ne aveva già contati quindici prima di questo; il conto cambia con il criterio, l’abitudine no.
Il titolo è un debito con Lavinia Marchetti, che ha dato alla faccenda la formula più semplice: chi non sa governare comanda. Io aggiungo la variante di bilancio: chi non vuole spendere decreta, perché un decreto non chiede una voce in manovra.

Decreto sicurezza: che cosa c’è e che cosa ancora non sappiamo

Le misure, per come le riportano le cronache della serata, sono queste:
(1) nasce il reato di partecipazione violenta a una manifestazione per chi, in un gruppo di cinque o più persone, lancia pietre, petardi o bastoni (Fanpage).
(2) sempre l’ANSA indica da due a cinque anni e fino a ventimila euro di multa, con pene più alte a volto coperto;
(3) per chi organizza o promuove gruppi violenti, anche con strumenti digitali, da quattro a dodici anni;
(4) il danneggiamento di gruppo va da un anno e mezzo a cinque anni, con arresto in flagranza differita;
(5) le lesioni agli agenti diventano procedibili d’ufficio;
(6) i minori con precedenti rischiano un divieto di aggregazione;
(7) i genitori pagano: Piantedosi ha illustrato una sanzione amministrativa da 500 a mille euro, raddoppiabile, anche quando il figlio non è imputabile, più un’ingiunzione immediatamente esecutiva per i danni ai privati. E dai quattordici anni l’imputabilità si presume.

Sul resto le fonti non coincidono, e conviene dirlo in anticipo. Il fermo preventivo di ventiquattro ore nelle zone della movida, minori compresi, scrive Fanpage, è stato cancellato prima del Consiglio; l’ANSA della tarda serata lo dà invece esteso a chi turba la sicurezza nei luoghi affollati, minori compresi ma dai sedici anni in su, e il Fatto parla di un fermo esteso agli under 18. Dirà la Gazzetta se è la stessa norma ridotta o un’altra. I militari sono cinquecento in più a Milano fino al 31 dicembre, per 4,7 milioni di euro, ma senza poteri di polizia giudiziaria. Il testo non è ancora pubblicato: quello che segue vale per le cronache, non per il decreto.

Il Colle toglie il pezzo più muscolare: l’ironia istituzionale

Resta un’ironia istituzionale che i commenti della sera colgono a metà: il governo scrive un decreto con dentro la norma che il Quirinale deve togliere, e poi presenta il testo emendato come prova di fermezza. Per l’ANSA del pomeriggio quella sui poteri di polizia giudiziaria ai militari era l’unica obiezione del Colle alle bozze; per Fanpage, a quanto risulta, il rischio era l’incostituzionalità; per il Fatto la norma era contrastata anche dal Viminale, con tensioni tra Difesa e Interno. Crosetto la voleva, perché i militari avrebbero dovuto agire come le forze di polizia; Salvini, scrive l’ANSA, si è scontrato con lui sulla «guerra ibrida» come spiegazione di Milano, mentre i primi rilievi, sempre secondo l’agenzia, escluderebbero collegamenti strutturati con realtà antagoniste. Domani racconta che al Colle la formula del via libera non piace, e si capisce: la correzione l’ha fatta un ufficio giuridico, l’approvazione la vende Palazzo Chigi.

Mattarella, nei giorni scorsi, aveva chiesto un’analisi intelligente e approfondita, notando la novità dei soggetti coinvolti (Sky TG24): nel decreto l’analisi non c’è, ci sono le pene.

Lo Stato penale low cost: Wacquant, i genitori e il conto

Il sociologo francese Loïc Wacquant ha dato un nome a questo meccanismo: Stato penale. Nel suo Punishing the Poor, come lo riassume la recensione di Betty Reid Mandell, welfare e sistema penale non sono due sfere ma una strategia sola, la mano sinistra che cura (scuola, sanità, casa) e la mano destra che reprime, secondo la formula di Bourdieu; quando la prima si ritira, la seconda cresce, e disciplinare un mercato del lavoro precario tocca ai commissariati. Lo Stato è permissivo verso l’alto e autoritario verso il basso, e non per un piano: per aggiustamenti successivi, per tentativi ed errori. Spiega il carattere seriale di questi decreti: nessuno ha progettato lo Stato penale, ognuno ha reagito all’ultimo titolo.

Il low cost del titolo è letterale. Cinquecento militari fino al 31 dicembre costano 4,7 milioni; il reato nuovo non costa niente finché qualcuno non ci finisce dentro; il conto dei danni, invece, viene girato alle famiglie, con la sanzione del prefetto ai genitori anche di chi non è imputabile. Non è una novità assoluta: il decreto Caivano aveva già previsto fino a due anni di reclusione per i genitori che non mandano i figli a scuola (Fatto), e il pacchetto di febbraio una sanzione per i genitori di minori che commettono reati con le armi (Pagella Politica). La coerenza è perfetta: la mano sinistra taglia, la destra fattura alle famiglie.

Quello che il decreto non nomina è la materia della rabbia.
Secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio le retribuzioni lorde reali sono scese del 6,6 per cento dal 1990 (una stima, con metodologia non dettagliata), e per l’OCSE su dati Eurostat l’Italia è l’unico Paese dell’area in cui il salario medio a prezzi costanti è calato tra il 1990 e il 2020. L’ISTAT ha misurato a settembre un’inflazione del 4,2 per cento contro il 3,3 di agosto, trainata dall’energia (dato provvisorio). Meloni ha spiegato nel video del Consiglio che il disagio non può essere un «alibi» per la violenza: ha ragione, il disagio non è un alibi, è un movente. Riconoscerlo obbligherebbe a discutere rapporti di proprietà e privilegi fiscali e a toccare le rendite, aggiungo io; un decreto, invece, tocca soltanto i ragazzi.

–> Sugli affitti, che prosciugano i salari, e sul lavoro ho scritto il 6 ottobre (la casa come questione pubblica) e a settembre (il naufragio dei salari).

A cosa sono servite le strette precedenti? La genealogia e le carceri

La domanda che il dibattito della sera non fa è la più semplice, e la serie la ricostruiva il Fatto già il 5 febbraio: ha la regolarità di un rituale, un fatto di cronaca, lo sdegno di un ministro, una norma. Ottobre 2022, il decreto Rave, da tre a sei anni per gli organizzatori; febbraio 2023, Cutro; il 2023 di Caivano, con il daspo urbano dai quattordici anni; gennaio 2024, gli «eco-vandali» con multe fino a sessantamila euro; il 2025, undici nuovi reati e altrettante aggravanti dopo le piazze di primavera; febbraio 2026, le misure «anti-maranza», la stretta sui coltelli, l’accompagnamento in questura fino a dodici ore. Otto mesi dopo, il bersaglio dichiarato di quel pacchetto ha riempito le strade di Milano, e la risposta è il pacchetto successivo.

Il bilancio sta nei numeri di Antigone, riportati dall’ANSA: oltre 55 nuovi reati, più di 60 aggravanti e oltre 65 inasprimenti di pena introdotti dal governo, e 64.436 detenuti a fronte di 46.318 posti, un affollamento intorno al 139 per cento (il calcolo è mio). Mineo, con un altro conto dei posti, scrive 65mila detenuti per 51mila. Ne ricavo che le strette hanno prodotto più reati e più detenuti, e nessuna sicurezza che il decreto di ottobre non dichiari insufficiente; Mineo osserva che ogni nuovo decreto sembra il rimedio a un problema generato dal precedente. A luglio, nelle armi di distrazione di massa, contavo sei decreti in quattro anni e mettevo a confronto i fondi per la repressione con quelli per la prevenzione; da allora il conto si è allungato di un decreto.

Beccaria e l’articolo 3: i due metri della Repubblica

Il milanese Cesare Beccaria scriveva che è meglio prevenire i delitti che punirli e che questo è il fine di ogni buona legislazione (Dei delitti e delle pene, paragrafo XLI). Due secoli e mezzo dopo, proprio dalle piazze di Beccaria, la risposta è il contrario. La Costituzione mette lo stesso criterio in positivo: il secondo comma dell’articolo 3 affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano di fatto libertà e uguaglianza e impediscono il pieno sviluppo della persona e la partecipazione dei lavoratori alla vita del Paese. È il metro con cui misurare un governo democratico: non quanti reati inventa, ma quanti ostacoli rimuove.

Il metro, nel frattempo, è già in piazza: la CGIL ha proclamato lo sciopero generale del 20 novembre: la violenza si condanna, il debito con gli studenti si paga. Quando la risposta ai ragazzi arriva in divisa, come nel caso dell’esercito nelle scuole, il bilancio è di più divise che docenti.

–> Sui pilastri della democrazia sotto attacco, e su cosa resta della vecchia cassetta degli attrezzi, ho scritto a settembre con Condorcet e Gramsci.

Francia: coprifuoco, sindacati a Matignon e una lezione di fascismo

Il confronto con Parigi serve a mostrare che la ricetta non è solo italiana, e dove le ricette si separano. Il governo di Sébastien Lecornu ha lasciato ai prefetti coprifuoco parziali e localizzati, a Parigi, a Lione, a Lille, e per i soli minorenni a Nizza e a Bordeaux (Il Post), tenendo lo stato di emergenza per il giorno in cui sarà utile (ANSA). L’esecutivo ha ammesso di aver perso il controllo delle proteste di sabato; il ministro dell’Interno Nuñez ha riconosciuto di non aver previsto i disordini e Macron ha respinto le sue dimissioni, riferisce l’ANSA. Poi il passaggio che l’Italia ha saltato: Lecornu ha convocato i sindacati a Matignon per mercoledì mattina, mentre per i commercianti il governo promette cassa integrazione e un fondo di sostegno. Tra le misure che le cronache italiane attribuiscono al decreto, un tavolo con sindacati o studenti non compare; della rivolta francese dei licei, e della risposta di polizia, scrivevo il 5 ottobre.

Paul B. Preciado, su Internazionale, legge la repressione delle proteste studentesche francesi come una lezione di fascismo in corso: non un colpo di Stato ma un’abitudine, che si instaura quando una società accetta la violenza istituzionale contro i più fragili e sacrifica i suoi giovani all’ordine definito dagli adulti, con la Spagna del 1933-35 come precedente. È una tesi sua, non un accertamento; il tratto che la rende utile qui è la scelta di che cosa sacrificare per primo.

I quattordicenni, il Codice Rocco e la protezione dell’infanzia

Il paradosso è che il governo che fa della protezione dell’infanzia una bandiera presume capaci di intendere e di volere i quattordicenni e manda il conto ai genitori. Il Codice Rocco prevedeva l’opposto, cioè che la capacità andasse dimostrata, e le massime della Cassazione ripetono che per l’ultraquattordicenne la capacità non si presume ma si accerta in concreto. Il codice è del 1930: su questo punto il governo riesce a essere più severo di un codice del Ventennio, e la protezione dell’infanzia, evidentemente, comincia a quattordici anni di processo. È il paradosso che Preciado attribuisce alle destre, invocare la tutela dei minori per giustificare leggi restrittive, e che l’Italia ha tradotto in un articolo di decreto.

Dunque, ritorno alla domanda di sopra: a cosa sono servite le strette precedenti?
La risposta più onesta è che sono servite a rendere necessaria questa, e a preparare la prossima. Se non sai governare, decreta; se sai governare, rimuovi gli ostacoli, che è un lavoro più lungo, meno fotogenico e con una voce in manovra.


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