Il Senato ha appena riscritto la legge elettorale lasciando ai cittadini una preferenza depotenziata, con circa il 57% dei seggi ancora nelle mani delle segreterie di partito.
Nello stesso momento, il campo largo di centrosinistra non riesce a concedere ai propri elettori nemmeno quella stessa preferenza per scegliere il proprio candidato premier. Le primarie del campo largo, promesse e rinviate da mesi, restano bloccate su un nodo identico a quello appena sciolto dalla maggioranza: chi decide, e con quale grado di autenticità.
Un anno di rinvii sulle primarie del campo largo
Il duello fra Elly Schlein e Giuseppe Conte attraversa l’estate e l’inizio dell’autunno senza una data, senza un metodo condiviso, e ormai senza nemmeno un pronostico stabile. Il 26 agosto l’agenzia Ansa fotografava un Partito Democratico spaccato: Schlein tiene il punto sulle primarie, ma i big del partito frenano. La provocazione del dem Roberto Speranza (evitare il duello puntando su una figura simbolica, “un neo diciottenne o un anziano partigiano”) restituisce la misura dello smarrimento interno. Una prima ipotesi di rinvio al 2026 inoltrato, circolata a fine agosto, non ha retto: la pressione mediatica e le scadenze parlamentari hanno riportato il tema in cima all’agenda già a metà settembre. Il confronto pubblico dell’8 settembre fra Fratoianni, Conte, Schlein e Bonelli non ha sciolto il nodo. Il 15 settembre arriva il colpo più duro: un sondaggio di Alessandra Ghisleri per Porta a Porta attribuisce a Conte il 38,8% dei consensi in un’ipotetica primaria contro il 24,7% di Schlein, con Silvia Salis terza al 19,6%. Il dato più severo per la segretaria dem riguarda proprio il proprio elettorato: Conte raccoglierebbe solo il 20,3% dai votanti Pd, ma il 79% da quelli M5S.
Il campo largo, un ossimoro politico
Un’analisi del Fatto Quotidiano ha sintetizzato la contraddizione in una formula che coglie il punto: il campo largo è “un ossimoro”, largo solo nel numero delle sigle coinvolte, strettissimo sul piano politico. All’interno del Partito Democratico convivono almeno due strategie opposte. Il cosiddetto correntone, che include Dario Franceschini e Andrea Orlando, punta a disinnescare uno scontro diretto considerato troppo rischioso per la tenuta del partito. Il fronte riformista, con Lia Quartapelle in prima fila, richiama la lezione di Arturo Parisi per sostenere il contrario: evitare le primarie rischia di produrre più danni che affrontarle. Il 12 settembre l’ex presidente del Consiglio Massimo D’Alema ha definito le primarie “una follia” in questo contesto, proponendo un processo ordinato verso una figura di mediazione condivisa. Un editoriale dell’Eco di Bergamo del 16 settembre ha descritto l’immobilismo come una vera e propria tattica di logoramento: la coalizione resta favorita nei sondaggi sul centrodestra, ma si indebolisce da sola ogni settimana in cui rinvia la decisione.
AVS, la sinistra più credibile (con qualche riserva)
Dentro questo stallo, Alleanza Verdi e Sinistra rappresenta oggi il pezzo di sinistra italiana con la traiettoria più solida. Le rilevazioni più recenti — dal 7,3% del sondaggio Ixè realizzato fra il 3 e il 10 settembre, al 6,9% di Swg per La7 — mostrano una formazione guidata da Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni in crescita costante da mesi, ormai stabilmente sopra Forza Italia in alcune rilevazioni e appaiata a Futuro Nazionale in altre. Un’analisi pubblicata dal Corriere Nazionale il 9 settembre offre però una lettura più critica di questa crescita, definendola “autopoiesi della paura”: secondo questa ricostruzione, AVS non avrebbe bisogno di tradurre le proprie battaglie in riforme strutturali, perché è la reiterazione costante di una narrazione radicale nello spazio pubblico a rigenerare il consenso, con nodi programmatici irrisolti — dalla patrimoniale al 2% sui grandi patrimoni ai veti incrociati su Matteo Renzi — che restano sullo sfondo senza mai essere sciolti. La formazione mantiene inoltre una posizione ambigua sul terreno specifico delle primarie: né Bonelli né Fratoianni compaiono come contendenti credibili nei sondaggi sulla leadership del campo largo, fermi entrambi sotto il 2,5% nelle preferenze personali degli elettori, un dato che stride con la crescita elettorale del proprio simbolo.
Italia Viva e Azione, ai margini della coalizione
Sui bordi dello stesso campo, Italia Viva di Matteo Renzi e Azione di Carlo Calenda restano forze marginali nei numeri, ma non prive di peso negoziale. Le rilevazioni di settembre collocano Azione intorno al 3% e Italia Viva poco sotto il 2,5%, con Renzi stesso accreditato di un consenso personale residuale nelle simulazioni sulla leadership del campo largo. La loro presenza continua a dividere la coalizione: una parte consistente dell’elettorato progressista si dichiara favorevole a un’alleanza organica con Italia Viva-Casa Riformista, mentre settori più a sinistra, AVS in testa, mantengono un veto di fatto su Renzi. È un ulteriore fronte aperto che si somma, senza risolverlo, al nodo principale della leadership.
Il paradosso delle preferenze, a destra e a sinistra
Il parallelo con la riforma elettorale appena approvata al Senato non è solo retorico. La destra ha costruito un sistema in cui la preferenza dell’elettore resta parzialmente subordinata alle scelte dei vertici di partito, attraverso i capilista bloccati. Il campo largo, dal canto suo, non riesce a decidere se concedere ai propri elettori una preferenza reale — le primarie aperte, con tutto il rischio di frattura che comportano — o se affidarsi a un accordo fra segreterie che riproduce, in scala ridotta, la stessa logica oligarchica appena introdotta dalla maggioranza nel sistema elettorale nazionale. Nessuno dei due schieramenti, in questo momento, sembra disposto a scommettere fino in fondo sul voto diretto quando si tratta delle proprie regole interne di selezione della leadership.
Cosa succede adesso
La due giorni nazionale del Movimento 5 Stelle, in programma il 19 e 20 settembre, rappresenta la prima occasione pubblica in cui Conte potrebbe sciogliere alcune riserve sulla propria strategia. Il banco di prova più concreto resta però la prossima legge di bilancio: Pd e M5S ragionano su una contro-manovra comune, un test che dimostrerebbe la capacità della coalizione di governare insieme prima ancora di sapere chi la guiderà. Il rientro alla Camera della legge elettorale, calendarizzato per il 28 settembre, offre inoltre un’occasione di mobilitazione comune contro un testo che le opposizioni definiscono antidemocratico, come mostrato dal flash mob organizzato il 15 settembre. Restano aperte, in parallelo, la data delle primarie del campo largo, il metodo di selezione dei candidati locali e la composizione definitiva di una coalizione che, numeri alla mano, resta oggi in vantaggio sul centrodestra ma priva di un nome sulla scheda. Un sondaggio Only Numbers per Rti, diffuso nelle stesse ore, colloca Conte al 20,7% come sfidante preferito di Meloni, davanti a Salis all’11,8% e alla stessa Schlein al 10,2%: un’ulteriore conferma della distanza fra il consenso di partito e quello personale dei singoli leader del campo progressista.
Il campo largo affronta un problema di credibilità che precede qualunque programma economico o alleanza territoriale: la capacità di rispondere, con un metodo chiaro e condiviso, a chi debba rappresentarlo. Fra un Partito Democratico spaccato su Schlein e Conte, un’Alleanza Verdi e Sinistra in crescita elettorale ma priva di un proprio candidato premier credibile, e due forze centriste che restano ai margini pur pesando sugli equilibri interni, la coalizione rischia di consumare mesi preziosi proprio mentre la maggioranza di governo, con la propria riforma elettorale, ha già dimostrato quanto sia agevole trasformare la parola “preferenza” in un guscio vuoto. Rimandare ancora la scelta del metodo, primarie o accordo fra vertici, significa consegnare al centrodestra l’argomento più efficace della prossima campagna elettorale: un’opposizione che promette partecipazione diretta ai cittadini, ma non riesce a praticarla nemmeno al proprio interno.
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