Il Senato ha concluso l’esame degli emendamenti al testo che il Palazzo, con understatement quasi involontario, ha ribattezzato “Stabilicum”: voto finale atteso domani, poi terza lettura alla Camera dal 28 settembre. Ma la domanda utile non è quando la riforma diventerà legge, bensì cosa cambierà davvero per chi vota.
La propaganda di maggioranza parla di “preferenze restituite agli italiani” dopo trentatré anni di liste bloccate. La realtà è più prosaica: ogni lista avrà sette nomi, il capolista resta bloccato e viene eletto per primo comunque, l’elettore può tracciare fino a tre croci solo sugli altri sei. Le segreterie continuano a scegliere chi vince per certo; ai cittadini restano le briciole dell’incertezza.
C’è poi la scappatoia di genere, la più elegante delle insidie: l’alternanza uomo-donna scatta dal secondo nome, non sul capolista. Nei collegi “sicuri” nulla vieta quaranta capilista uomini e pochissime donne: la parità formale sopravvive, quella sostanziale evapora proprio nei seggi che contano.
Il premio di maggioranza scatta al 42%, con un bonus fino a 70 deputati e 35 senatori: abbastanza per trasformare una minoranza relativa in maggioranza blindata. Se Camera e Senato divergono, però, si torna al proporzionale puro: un sistema che promette stabilità e, nel nome stesso, “Stabilicum”, nasconde una clausola di instabilità strutturale.
Infine le firme: chi non siede in Parlamento dovrà raccoglierne fino a 450mila per correre ovunque, quadruplicando l’attuale soglia. Un filtro che si autoassolve chiamandosi “anti-frammentazione” e che somiglia più a un salvacondotto per chi già occupa Montecitorio.
La genealogia, del resto, parla chiaro: Porcellum bocciato dalla Consulta nel 2014, Italicum smontato nel 2017. Le opposizioni promettono già ricorsi. La domanda resta la stessa da trent’anni: chi sceglie davvero, in una democrazia rappresentativa, se non l’elettore?
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