Il 23 settembre, a Madrid, Maricarmen Abascal, 87 anni, è stata sfrattata dalla casa in cui viveva da oltre settant’anni e portata via in barella, in diretta televisiva.
Da quell’immagine sono nate una settimana di tende a Puerta del Sol, la piazza degli Indignados del 2011, e due decreti d’urgenza del governo Sánchez, con lo stop agli sfratti dei vulnerabili fino al 2030 e il rinnovo automatico degli affitti; il voto del 2 ottobre li ha respinti, con Partito popolare, Vox e gli indipendentisti di Junts dalla stessa parte. Il giorno dopo decine di migliaia di persone hanno invaso oltre cinquanta città gridando “sciopero generale”, e ora Sánchez va al voto, il 29 novembre. Non è un caso spagnolo: a New York un sindaco ha congelato gli affitti di un milione di appartamenti, a Berlino una candidata di origine turca ha vinto le elezioni promettendo un tetto ai canoni, e in Italia Filippo Barbera, sul manifesto, vede la stessa sofferenza che però, dice il titolo, “resta privata”.
La frase che conta
Il passaggio da isolare, perché contiene un programma politico in due righe, è questo:
«Ri-politicizzare l’economia della vita quotidiana, cioè riportare all’interno del conflitto democratico beni che sono stati spoliticizzati, consegnati alla logica della rendita immobiliare o ridotti a questione privata, dovrebbe essere una priorità per l’opposizione. La casa deve tornare a essere una questione pubblica.»
Dentro ci sono tre osservazioni capitali. La prima è il lessico: l'”economia della vita quotidiana” è ciò che il sommario del pezzo chiama economia fondamentale, i beni e servizi (acqua, energia, cibo, sanità, cura, trasporti) che permettono una vita dignitosa e di cui la casa è il perno. La seconda è la diagnosi: questi beni non sono stati lasciati al mercato, sono stati “spoliticizzati”, sottratti al conflitto dalla rendita, che li trasforma in asset, e dalla privatizzazione della sofferenza, che li trasforma in colpa individuale. La terza è la prescrizione, la più scomoda: prima delle buone leggi serve il conflitto, perché una questione diventa pubblica solo quando c’è qualcuno che la rivendica e qualcuno che deve votare contro, in aula, con nome e cognome. È l’economia della vita quotidiana su cui questo blog è tornato più volte, dal pieno di benzina a 100 euro al naufragio dei salari.
Un’immagine, un sindacato, una piazza
Il caso spagnolo contiene i tre ingredienti che in Italia mancano. Un’immagine: una donna di 87 anni su una barella, che trasforma una statistica in un volto. Un’organizzazione: il Sindicato de Inquilinas, che trasforma l’indignazione in presidio, con CCOO e UGT che hanno appoggiato i cortei. Un luogo: Puerta del Sol, dove la memoria del 15-M lega la crisi alla democrazia.
Il Congresso ha bocciato entrambi i decreti (178 a 172 e 184 a 166) nonostante la ministra Rodríguez avesse ricordato che “una democrazia avanzata non può permettersi un altro sfratto”: parte della maggioranza ha votato con le destre, e ogni gruppo ha dovuto mettere il proprio nome sotto una scelta. Ora la casa rischia di essere il punto di rottura della legislatura: a questo punto per Sánchez non resta che andare a votare il 29 novembre, mentre Feijóo lo accusa di usare l’emergenza per calcoli elettorali. Qualunque sia il calcolo, un tema trattato per anni come faccenda privata può far cadere una legislatura.
Non solo Madrid: New York e Berlino
Il movimento non è spagnolo, e questo cambia la scala del problema. A New York il sindaco Zohran Mamdani, in carica dal 1° gennaio, ha mantenuto la promessa che aveva scandito la campagna: il Rent Guidelines Board, nove membri nominati dal sindaco, ha votato 7 a 1 il congelamento dei canoni per quasi un milione di appartamenti a canone regolato, circa il 40% degli affitti della città, sui rinnovi dal 1° ottobre 2026 al 30 settembre 2027. Lo accompagna il piano Block by Block: 28 miliardi in dieci anni per 200mila alloggi accessibili nuovi e altri 200mila preservati. I critici temono meno offerta e più degrado, come sintetizza L’Opinione riprendendo il Wall Street Journal: un’obiezione di merito dentro il conflitto, non la sua rimozione.
A Berlino, il 20 settembre, la Linke di Elif Eralp, 45 anni, figlia di rifugiati politici turchi fuggiti dopo il golpe del 1980, ha ottenuto il 25,7% e 47 seggi su 158, primo partito della città per la prima volta, nel voto tedesco che avevo raccontato qui. Il simbolo della campagna è stato una catenina con la scritta Mietendeckel, tetto agli affitti; la promessa, l’esproprio con indennizzo dei colossi che possiedono oltre tremila appartamenti, in una città dove vive in affitto circa l’85% della popolazione e dove, riassume Il Fatto, la casa è un servizio e non un investimento. Eralp, che in primavera ha avuto la consulenza dello stratega di Mamdani, è per ora la vincitrice e la candidata alla guida del Senato cittadino: serve una maggioranza con Verdi e Spd, non scontata fra le accuse alla Linke e le pressioni della Cdu.
Tre metropoli, tre registri: a New York la casa ha portato al governo un sindaco, a Berlino ha dato il primo posto a un partito, a Madrid fa convocare le elezioni. In tutti e tre i casi è insieme diritto sociale, perché riguarda salario reale e welfare, e diritto civile, perché decide chi può restare a vivere nella città: lavoratori, giovani, migranti, anziani.
L’Italia: gli stessi numeri, nessuna piazza
I numeri non mancano, mancano le tende. Secondo il Country Report 2026 della Commissione europea, citato dal SUNIA, il rapporto fra affitto e reddito per un appartamento di sessanta metri quadrati arriva al 76% a Milano, al 65% a Roma, al 48% a Bologna. Nel 2024, dice il Viminale, gli sfratti sono stati 40.158, il 74,8% per morosità, con 81.054 richieste di esecuzione: più di cento sentenze al giorno, ciascuna con un volto, nessuna con una diretta televisiva. L’edilizia sociale vale il 2,6% dello stock contro il 24% della Svezia e il 29% dell’Olanda; secondo Federcasa oltre 300mila famiglie attendono un alloggio popolare, mentre 61.300 alloggi restano sfitti per mancanza di manutenzione; l’Ifel calcola che 9,5 milioni di abitazioni, il 27%, risultino non occupate. Case senza persone e persone senza case, e nessuna istituzione che si prenda la briga di metterle in relazione.
Perché allora nessuna piazza?
In Italia la casa è stata resa questione privata dalle politiche prima che dalle persone. La Costituzione non riconosce un diritto alla casa in senso stretto: l’articolo 47 impegna la Repubblica a favorire “l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione”, e per decenni la casa è stata il salvadanaio della famiglia, un welfare fai da te. Il patrimonio pubblico è rimasto marginale e, dalla legge 560 del 1993, in parte venduto a chi lo abitava; chi non ha comprato è stato lasciato a un mercato che nelle locazioni turistiche ha trovato rendimenti che le famiglie non pareggiano. Il lessico fa il resto: lo sfratto per morosità si chiama così, e la parola trasforma un fatto sociale in una pecca individuale, vergogna da nascondere ai vicini invece di causa comune da portare in piazza.
Il Piano casa: sfratti più rapidi e 970 milioni
Mentre New York congela, Berlino vuole espropriare e Madrid accampa, il governo italiano risponde con il decreto-legge 66/2026, convertito dalla legge 116/2026: un programma da 970 milioni fra il 2026 e il 2030, un commissario con Invitalia, il recupero di circa 60mila alloggi popolari inagibili, il riscatto di quelli esistenti. Meloni lo ha presentato come un piano da dieci miliardi cui sommare investimenti privati, ma le risorse certe dello Stato sono quei 970 milioni su cinque anni, mentre il fondo per la morosità incolpevole riceve 22 milioni nel 2026 e il SUNIA denuncia un sostegno all’affitto non adeguatamente rifinanziato per il quarto anno consecutivo.
C’è poi il disegno di legge sugli sfratti veloci, che mira a liberare i 22mila alloggi occupati abusivamente e che il SUNIA critica perché accelera l’esecuzione senza soluzioni alternative e con un aumento del canone per ogni giorno di permanenza. Sgomberare le occupazioni abusive mentre 300mila famiglie aspettano è un obiettivo legittimo; che Madrid tentasse di fermare gli sfratti dei fragili e Roma ne acceleri l’esecuzione resta una scelta tutta politica, nel solco securitario in cui il disagio diventa questione di ordine pubblico.
Il paragone che la destra stessa evoca, quello con il piano Fanfani, è il più impietoso. L’INA-Casa, legge 43 del 1949, costruì in quattordici anni oltre 350mila alloggi, aprì ventimila cantieri e diede lavoro a quarantamila operai l’anno; il 40% delle famiglie assegnatarie viveva prima in cantine, baracche e sottoscala. Fu finanziato con fondi in larga parte privati, raccolti con contributi e gestiti da un ente pubblico, in un Paese distrutto e più povero di oggi. Famiglia Cristiana ha notato che Meloni e Salvini dicono di ispirarvisi “almeno a parole”: le parole sono l’unica parte del piano Fanfani che si presta a essere copiata a costo zero.
Il punto scomodo: l’opposizione
Qui il discorso diventa scorretto in entrambe le direzioni, ed è meno facile verso chi dovrebbe fare opposizione. Barbera scrive che la ri-politicizzazione “dovrebbe essere una priorità per l’opposizione”: il condizionale è già un’accusa, perché oggi non lo è. Il campo progressista litiga sul metodo delle primarie, si arrovella sul calcolo dei centristi rispetto alla soglia del 42%, misura veti e alleanze mentre il paradigma non cambia, e la casa, uno dei pochi temi capaci di tenere insieme il ventenne fuori sede, la famiglia monoreddito, il pensionato e il precario di quarant’anni, resta un capitolo del programma anziché il suo centro di gravità. Mamdani ed Eralp non hanno inventato un tema, l’hanno organizzato: “freeze the rent” nella prima campagna, tetto agli affitti ed esproprio nella seconda, e in entrambi i casi la casa ha portato voti, non ne ha tolti, come scrivevo sulla rivolta socialista negli Stati Uniti e sul campo largo. Il tema attraversa ogni fascia, anche l’housing universitario in mano ai privati.
C’è poi l’ostacolo culturale che nessuno nomina: l’Italia è un Paese di proprietari, e un discorso sulla casa che suoni come una crociata contro chi possiede perde le elezioni prima di cominciare. L’esempio berlinese è calibrato per questo: l’esproprio riguarda i grandi gruppi, non la signora con due appartamenti. La frattura rilevante non passa fra chi ha una casa e chi no, ma fra la rendita, soprattutto finanziaria e turistica, e l’abitare. Il riformismo che serve non è l’esproprio delle seconde case, ma la regolazione degli affitti brevi nelle aree a maggiore tensione abitativa (che il SUNIA ricorda sostenuta dalla stessa Commissione europea) e il rilancio del canone concordato; fondi strutturali per affitto e morosità incolpevole; una moratoria graduata degli sfratti per i fragili; e soprattutto un grande piano pluriennale di edilizia pubblica, con una fonte dedicata e non i residui di bilancio, che dica ai cittadini quanto costa e chi lo paga. Un INA-Casa per il Ventunesimo secolo, con una risposta onesta a chi, come a New York, teme che il blocco dei canoni riduca l’offerta: dove si costruisce, con quali soldi, per chi.
Diritti civili, sociali e costituzionali: un’agenda sola
Rimettere al centro i diritti civili, sociali e costituzionali non è una formula da convegno ma una scelta di metodo.
La Costituzione non nomina il diritto alla casa, ma la Corte costituzionale lo ha ricavato più di trent’anni fa: nella sentenza 217 del 1988 ha scritto che il diritto all’abitazione rientra fra i requisiti essenziali della socialità dello Stato democratico e che garantirlo al maggior numero di cittadini possibile è un compito “cui lo Stato non può abdicare in nessun caso”; nella 404 ha aggiunto che è doveroso per la collettività impedire che delle persone rimangano prive di abitazione, collocando il diritto fra quelli inviolabili dell’articolo 2. Chi legge questi passaggi accanto a un piano da 970 milioni e a uno sfratto veloce misura la distanza fra la Costituzione scritta e quella praticata. L’articolo 42 chiede che la proprietà assolva una funzione sociale e sia “accessibile a tutti”.
La casa è anche il punto in cui la finta gerarchia fra diritti civili e sociali si dissolve, come scrivevo sul finto dilemma woke: senza un tetto stabile sono precari il lavoro, la salute, la scuola dei figli, ogni libertà personale. Lo mostrano New York e Berlino, dove una giurista dei diritti dei migranti ha vinto parlando di affitti e un sindaco socialista ha mantenuto in sei mesi la sua promessa-simbolo sul canone. Sono due elenchi dello stesso diritto a una vita dignitosa, e un’opposizione che li tenga separati, i civili in vetrina e i sociali in cantina, perde su entrambi.
In Spagna una signora di 87 anni portata via in barella ha fatto in una settimana ciò che anni di rapporti non hanno fatto: ha riportato la casa dentro il conflitto democratico, al punto che ogni partito ha dovuto schierarsi con un voto e il governo di Sánchez chiama gli spagnoli alle urne. I decreti sono stati bocciati, e non è questo il punto: la casa non è più una faccenda privata, come a New York e a Berlino, dove ha deciso un congelamento e un’elezione. In Italia, dove ogni giorno si emettono più di cento sentenze di sfratto, le stesse persone restano sole davanti a un ufficiale giudiziario, e l’opposizione, per ora, somiglia a un osservatore. La frase di Barbera dice che cosa fare, ri-politicizzare, e per chi: per un’opposizione che voglia essere più di un cartello elettorale. “La casa deve tornare a essere una questione pubblica” è un programma, un metodo e, dopo la Puerta del Sol, un avvertimento.
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