Il film del venerdì è La promessa dell’assassino, il thriller londinese di David Cronenberg del 2007 che valse a Viggo Mortensen la candidatura all’Oscar come miglior attore, una statuetta che quell’anno prese Daniel Day-Lewis. Avviso di rito: seguono anticipazioni sulla trama, finale compreso.
La promessa dell’assassino non racconta la mafia russa, racconta l’ospitalità. Il crimine di Cronenberg non si nasconde, si serve a tavola, con la zuppa e il sorriso del nonno, e il vero oggetto dell’indagine non è il boss ma chi mangia, cioè la quantità di cortesia che siamo disposti a incassare prima di chiederci chi paga il conto. Camuffarsi, per la malavita, è un mestiere; convivere, per noi, è un’abitudine; e le abitudini hanno una genealogia, che va dai campi sovietici ai tribunali lombardi del 2026.
- La promessa dell'assassino in breve: una storia di diari e di ristoranti
- Come si camuffa la malavita: il ristorante, il taglierino, la camicia bianca
- Il corpo come registro: tatuaggi e bagno turco
- Chi recita che cosa: quattro modi di tenere la copertura
- Come si convive: la tavola, il traduttore, la fotocopia
- Dalla Londra di Cronenberg alla Lombardia del 2026
- Negare per convivere: da Sciascia a Calvino
- Che cosa c'entra con la scuola, il lavoro e il dissenso

La promessa dell’assassino in breve: una storia di diari e di ristoranti
A Londra l’ostetrica Anna (Naomi Watts) assiste al parto di una quattordicenne che muore dando alla luce una bambina; dal diario della ragazza, scritto in russo, risale al Trans-Siberian, il ristorante di Semyon (Armin Mueller-Stahl), affabile proprietario e capo di una famiglia mafiosa. Intorno a lui ci sono il figlio Kirill (Vincent Cassel) e l’autista Nikolai (Mortensen), che per la voce inglese di Wikipedia è un agente dell’FSB infiltrato, con la licenza del governo britannico. Il diario racconta che Semyon aveva violentato la ragazza, costretta a prostituirsi: nel finale un test di paternità serve a incastrarlo, Nikolai gli succede al vertice e Anna adotta la bambina.
La sceneggiatura è di Steven Knight, le musiche di Howard Shore, le riprese tutte a Londra, per Cronenberg la prima volta fuori dal Canada; in Italia il film è uscito il 14 dicembre 2007.
Come si camuffa la malavita: il ristorante, il taglierino, la camicia bianca
Il Trans-Siberian è l’emblema: fuori un edificio vuoto, dentro un salone lussuoso disegnato dopo una visita all’Ermitage, che secondo le note di produzione riflette l’ambizione di Semyon di imitare Caterina la Grande, con un pizzico di kitsch. Film Stage nota che Semyon ha l’aria del nonno affettuoso e che, quando Anna nomina il diario, l’espressione cambia ma la gentilezza resta. Perfino le armi vestono un costume: i coltelli del bagno turco sono, ricorda Film Comment, taglierini da linoleum, scelti perché chi li porta potrebbe giustificarne il possesso se fermato, per cui la violenza ha lo scontrino e l’attrezzo da lavoro fa da alibi.
Il dettaglio migliore è però uno scambio di cortesie: quando Anna gli parla del diario, Semyon si offre di tradurlo, e il colpevole si propone come interprete del documento che lo accusa, che è la forma compiuta del camuffamento, cioè il servizio. Anna declina e gli lascia una fotocopia; lo zio Stepan, che il diario lo aveva tradotto di nascosto, scompare.
La genealogia è meno esotica di quanto sembri. Nella ricostruzione di Mark Galeotti, secondo il Washington Times, i vory nascono nei gulag staliniani, rifiutano la società legale e lo dichiarano con i tatuaggi; dopo il crollo sovietico si mescolano alla nuova élite, i tatuaggi scompaiono e arrivano gangster-imprenditori in camicia bianca, mentre le imprese di Stato vengono privatizzate a prezzi irrisori e le aziende pagano «protezione»; poi il modello emigra a Londra e a Brighton Beach. Dal marchio sulla pelle alla camicia stirata: il camuffamento non è una degenerazione della mafia, è la sua età adulta.
Il corpo come registro: tatuaggi e bagno turco
Nel copione originale i tatuaggi erano appena accennati, finché Mortensen ha trovato un libro e il documentario di Alix Lambert sulle carceri russe, e Cronenberg ha spinto lo sceneggiatore a farne una metafora centrale. Quelli di Nikolai sono quarantatré, applicati in circa quattro ore e, ironia da set, sono decalcomanie: la stella sul ginocchio dice che non ci si inginocchia davanti all’autorità, le cupole contano le condanne, la croce segnala il ladro rispettato. È un curriculum che non si può falsificare e che nel film serve proprio a falsificarlo: un archivio incorruttibile della verità, indossato da un attore che interpreta un infiltrato, cioè un costume dentro un costume. Nikolai riceve le stelle del petto durante l’iniziazione: l’organizzazione scrive l’appartenenza sul corpo per uso interno e la copre con il completo per uso esterno.
La scena del bagno turco è l’unico momento in cui il completo cade. Little White Lies ricorda i circa tre minuti e mezzo in cui Nikolai, disarmato e quasi nudo, è aggredito da uomini con i coltelli, e legge nel corpo nudo il prezzo della violenza; per il resto del film quel prezzo viene fatturato a terzi, come usa tra chi sa fare i conti: qui, per tre minuti e mezzo, si paga in contanti, sulla pelle.
Chi recita che cosa: quattro modi di tenere la copertura
Mortensen recita per sottrazione: ha studiato la lingua, l’accento e le bande degli Urali, ha trascorso settimane in Russia e nei ristoranti russi i clienti lo scambiavano per un boss a causa dei tatuaggi. Film Comment lascia aperto se il gesto finale verso Kirill sia manipolazione o compassione: la grandezza sta nel non scioglierlo, e nel fatto che l’uomo con quarantatré tatuaggi risulti il più illeggibile del film.
Mueller-Stahl fa del nonno una tecnica, con la bonomia come arma bianca, e la vittoria ai Genie per l’attore non protagonista gli dà ragione. Cassel è Kirill, che per Little White Lies nasconde le fragilità dietro una virilità ostentata. Naomi Watts, che ha osservato le ostetriche in ospedale, è il personaggio che sbaglia meno: Anna non è poliziotto né criminale, è la persona che sa leggere un diario e non lo molla.
Come si convive: la tavola, il traduttore, la fotocopia
Il film mette in scena almeno tre modi di convivere con la malavita, e nessuno è eroico. Il primo è quello dell’ospite, che accetta la tavola perché il locale è accogliente e il conto, dopotutto, lo salda qualcun altro. Il secondo è quello di Stepan, il traduttore: sa leggere, sa che cosa c’è scritto, lo tiene per sé e a un certo punto non si vede più. Il terzo è quello di Anna, che pretende di capire e lascia una copia: è il testimone. Alle spalle c’è l’istituzione, con Yuri di Scotland Yard e la licenza britannica a un infiltrato dentro la famiglia: la convivenza più raffinata, quella per cui un po’ di malavita si sopporta purché serva.
Sulla differenza tra testimone e spettatore avevo scritto a proposito di Dead Man Walking: il testimone paga il guardare, lo spettatore lo consuma. Anna è testimone perché guardare le costa la serenità; i clienti del Trans-Siberian, nella mia lettura, sono spettatori che pagano e vanno a casa. La zona grigia è la stessa di Sleepers e del ritratto di Al Pacino, l’attore che ha rifiutato di trattare crimine e legge come categorie morali opposte.
Dalla Londra di Cronenberg alla Lombardia del 2026
Basta spostare la macchina da presa di un migliaio di chilometri. Il 12 gennaio 2026 il gup di Milano ha pronunciato la sentenza dell’inchiesta Hydra: sessantadue condannati in abbreviato, fino a sedici anni, e quarantacinque rinviati a giudizio, con il riconoscimento di un’associazione mafiosa composta da Cosa nostra, ‘ndrangheta e camorra. Nelle motivazioni, 1.840 pagine, il giudice indica la forza del sodalizio in una rete di relazioni capace di influenzare istituzioni e attività economiche, con interferenze sulle scelte di amministratori locali e, in qualche caso, sul voto, e connivenze con imprenditori e dipendenti pubblici, polizia e sanità comprese. È una decisione di primo grado e la colpevolezza dei singoli dovrà reggere negli altri gradi, ma l’impianto è questo: non una banda con la pistola, un’impresa con le relazioni.
Il resto è contabilità. Nel 2024 le prefetture lombarde hanno adottato cinquanta interdittive antimafia, anche a imprese edili impegnate in un cantiere olimpico e in un subappalto del PNRR. A luglio il Tribunale di Milano ha disposto l’amministrazione giudiziaria di una spa comasca della carta: per la Procura aveva rapporti continuativi dal 2019 con una società riconducibile a un esponente della locale di Fino Mornasco, e il management avrebbe reagito con inerzia, che è il verbo di chi convive.
E il 14 ottobre, al processo Hydra, un collaboratore di giustizia ha raccontato che nel 2017 il sindaco di Buscate, invece di chiamare le forze dell’ordine contro l’occupazione abusiva di una casa popolare, si sarebbe rivolto alla ‘ndrangheta: racconto non provato, il sindaco non risulta indagato, servono riscontri. Se reggesse, mostrerebbe ciò che Cronenberg ha già filmato: dove lo Stato arriva tardi, qualcuno si offre di tradurre. La lettura è mia, ma con un’emergenza abitativa lasciata a se stessa il servizio ha un mercato.
Negare per convivere: da Sciascia a Calvino
Questa convivenza ha bisogno di un alibi culturale, e il più venerabile si chiama negazionismo. Sciascia, nel Giorno della civetta del 1961, immagina una linea della palma che sale verso nord; Luigi Sabino ricorda su Il Fatto Quotidiano che per decenni si preferì sostituirla con la pratica dello struzzo, e Giovanni Tizian, su L’Espresso, la riprende per l’Emilia, dove nel 2019 i giudici d’appello, nel caso Femia, non sembravano pronti a riconoscerla.
La citazione più affine, però, è di Calvino, e riguarda il paese che ci convive. Nell’Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti, uscito su Repubblica il 15 marzo 1980, Calvino immagina un paese dove le istituzioni esistono ma il sistema funziona con fondi illegali, ogni gruppo identifica il proprio interesse con il bene comune e i tribunali che applicano la legge sono sospettati di regolare conti tra fazioni. Gli onesti sono una minoranza che non sa quale ruolo avere: non predica e può solo conservare una diversità che un giorno forse dirà qualcosa di essenziale e finora non detto. È la posizione di Anna: non ha un piano, ha una fotocopia.
Che cosa c’entra con la scuola, il lavoro e il dissenso
Che cosa c’entrano il Trans-Siberian e i tribunali lombardi con ciò di cui qui scrivo di solito? C’entrano per tre vie. La prima è la sicurezza: come scrivevo a luglio, la politica securitaria di questo governo ha il volto di un quattordicenne in tuta, tra fermo preventivo ai minorenni e disegno di legge sui «maranza», mentre il volto dei sistemi descritti dalle sentenze è quello di un revisore dei conti. La seconda è il lavoro: nel pezzo sulla catena dei subappalti parlavo di sicurezza e caporalato, non di infiltrazioni, ma la struttura è la stessa, perché più la catena è lunga meno si vede chi comanda, e già nel dicembre 2022 il manifesto riferiva le proteste di sindacato e associazioni antimafia contro il subappalto a cascata, liquidate dal vicepremier come critiche ideologiche.
La terza è la scuola, dove l’«educazione alla legalità» arriva di solito come progetto di fine anno con il magistrato ospite, mentre il compito sarebbe insegnare a non accettare l’ospitalità senza chiedersi chi paga il conto, che è poi la definizione più sbrigativa di spirito critico. Chi ha letto il pezzo sullo squadrismo che torna a scuola sa che il camuffamento della violenza non è un’esclusiva dei ristoratori.
La promessa dell’assassino finisce con un uomo che prende il posto del padrone e una donna che tiene in braccio la bambina: il potere cambia mano e la bambina cresce altrove. Non è una consolazione, è un programma: se la malavita impara a vestirsi da ristorante, il nostro compito non è smettere di mangiare ma imparare a leggere il conto. E se domani qualcuno si offrisse di tradurci il diario, avremmo il coraggio di lasciargli una fotocopia e di tenerci l’originale?
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