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Eletto presidente Figc senza tessera, Malagò diventa il commissario che deve rimettere a posto la Figc. Paradossi, pareri di parte e voto a rischio.

in breve 2 minuti di lettura

Il caso nasce da un dettaglio che sarebbe comico se non avesse tenuto in ostaggio la Federcalcio per mesi: Giovanni Malagò, eletto presidente il 22 giugno con il 68,58% dei voti contro il 29,17% di Abete, non era tesserato alla Figc quando ha presentato la candidatura. Lo ha rivelato Il Fatto a metà luglio e l’avvocato Renato Miele, già aspirante candidato, ci ha costruito un ricorso. La Figc ha sostenuto che il tesseramento non fosse indispensabile; le norme dicono il contrario e la Procura generale dello Sport lo ha confermato. Il Coni ha raccolto il parere di quattro giuristi, la Figc ne ha opposti cinque: consulenze di parte, e dunque una decisione di fatto politica.

Il 6 ottobre la soluzione: la Giunta del Coni ha commissariato la Federcalcio per riportarla alla legalità e ha nominato commissario straordinario Giovanni Malagò. Rileggiamo: per ripristinare la regolarità è stato incaricato l’uomo la cui elezione era irregolare, con ratifica all’unanimità di Giunta e Consiglio, nuove elezioni entro il 31 gennaio 2027 (Malagò indica il 14 dicembre come prima data utile) e un candidato, stavolta tesserato, che con ogni probabilità sarà anche l’unico. Buonfiglio, presidente del Coni e successore di Malagò, lo ha definito una vittima, uno a cui serviva qualcuno che gli facesse notare la mancanza, aggiungendo che “non si deve creare un precedente”: un irregolare promosso commissario è, in effetti, un precedente notevole.

Nel mezzo, il pasticcio sul voto. Malagò, parte in causa, non votava; Bianchedi, dimessasi da capodelegazione della Nazionale, e Spina, calciatrice del Milan, avrebbero dovuto valutare l’astensione per conflitto d’interessi. Per la Figc una regola dirimente non c’è, e l’Anac, interpellata, si è dichiarata incompetente. Questione che l’esito unanime ha reso in gran parte accademica, ma che prometteva ricorsi a catena.

Il paradosso, allora, è doppio: se il tesseramento è un principio fondamentale, la sanzione non può essere un incarico; se è un cavillo, non si commissaria una Federazione. Dietro, secondo Il Fatto, l’inimicizia di pezzi del governo (Giorgetti, Abodi, Barelli) e un calcio che fa quadrato sulla propria autonomia: le regole valgono finché non servono, e intanto il Paese che salta il terzo Mondiale di fila passa l’autunno a discutere di un tesserino. Chi controlla, quando il controllato è anche il controllore?


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Un commento

  1. profound3b51012663 7 Ottobre 2026

    …ricorda una vicenda molto simile, svoltasi secoli or sono. In Egitto. Regnante il faraone Ramses III… un sacerdote, tale Penanit del tempio del Dio Khnut, essendo stato accusato di peculato, truffa ed estorsione….fu messo a capo…. dell’ inchiesta che doveva appurare la Sua colpevolezza! …passano i secoli, le nazioni e i popoli….maaaa…

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