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Il recupero dell'inflazione fino al 90% mette a regola la perdita di potere d'acquisto: dalla scala mobile al 1993, perché il salario povero resta povero.

sindacato 10 minuti di lettura

Sabato 17 ottobre la Via Maestra porta a Roma lavoro, salari, welfare e Costituzione, mentre al tavolo con le imprese, saltato giovedì sera proprio sui salari, resta in campo una bozza che, secondo il Corriere della Sera di venerdì, restituirebbe dopo nove mesi di attesa il 90% dell’inflazione ai contratti non rinnovati.

Sono due scene dello stesso film: la piazza dice che il salario povero è una questione di democrazia, il tavolo la traduce in una clausola, con lo sconto incorporato. Il punto è semplice e fastidioso: un recupero che si ferma al 90%, per quanto rapido, non ripara la perdita del potere d’acquisto ma la mette a regola, mentre l’Istat ci mostra che l’occupazione cresce senza che la povertà cali e che l’economia non osservata vale oltre 218 miliardi.

La Via Maestra del 17 ottobre: perché la strada passa dal salario

Si parte da Roma, dalla manifestazione nazionale promossa dalla CGIL e da oltre cento associazioni dell’alleanza Via Maestra, che secondo l’ANSA tiene insieme Costituzione, pace, fisco progressivo, welfare universalistico, lavoro di qualità, salari e lotta alle disuguaglianze. La Costituzione, poi, ha un articolo sul salario che conviene ricordare: il 36 riconosce a chi lavora una retribuzione commisurata a quantità e qualità della prestazione e in ogni caso sufficiente per vivere, lui e la famiglia, in modo libero e dignitoso.

È un criterio di sufficienza, non di recupero: non dice che il salario debba rincorrere i prezzi con un ritardo accettabile, dice che deve bastare. La distanza dal tavolo, dove la CGIL tratta con le associazioni datoriali (ora tredici, perché l’Ania si è sfilata), si misura qui.

Il 90% di che cosa: un gradino, un indice amputato e nove mesi d’attesa

Il tavolo, per gli industriali più complesso del previsto, giovedì 15 ottobre alle 23 si è inceppato sui salari: stando al Corriere, non passa l’ipotesi di adeguamenti biennali all’inflazione, che i sindacati vorrebbero annuali e gli artigiani quadriennali, mentre sulla rappresentanza l’accordo è sostanzialmente raggiunto e il confronto continua.

Il 90% sta qui, ed è meno rotondo di come lo ripetono i titoli. Per il Corriere le bozze prevedono un meccanismo automatico per i contratti non rinnovati nei termini: dopo tre mesi senza rinnovo i minimi contrattuali crescono di una quota pari al 30% dell’IPCA-NEI, dopo sei mesi il recupero sale al 50%, dopo nove mesi al 90%. Non è il traguardo di ogni anno ma l’ultimo gradino di una scala che si sale aspettando, e il cento non compare. Restano da chiarire a che cosa si applichi la percentuale (all’inflazione di un anno o a quella accumulata dalla scadenza) e che ne sia, al rinnovo, di quanto anticipato: da questo dipende se il dieci per cento sia un ritardo o una perdita.

La proposta unitaria chiede una verifica annuale sull’IPCA-NEI, l’indice dei prezzi depurato dai beni energetici importati, e una quota legata alla produttività, ma non dà percentuali; la formula di Landini non sarebbe un ritorno alla scala mobile.

Ha ragione, e non è un complimento alla formula: la scala mobile scattava da sola e il punto unico di contingenza dava in proporzione di più a chi guadagnava meno. Qui si negozia su un indice che ha già lasciato fuori l’energia importata, e se ne recupera nove decimi solo dopo nove mesi: due sconti che si compongono, perché il secondo si calcola sul primo, e un terzo che è il tempo. Quando i prezzi li guidano le bollette l’indice depurato vede per costruzione meno inflazione di quella pagata dalle famiglie, e i sindacati lo temevano già nel 2022. La rapidità, argomento migliore dei sostenitori, riduce il costo del ritardo, non quello dello sconto: ti restituiscono più in fretta una somma già decurtata.

Genealogia di una discesa: dalla scala mobile al 90%

Chi legge la storia contrattuale come una conquista progressiva dovrebbe provare a leggerla al contrario: è una scala che scende. Nel 1945 un accordo tra Confindustria e CGIL introduce l’adeguamento automatico ai prezzi, nel 1975 il punto unico schiaccia i differenziali, poi vengono il protocollo Scotti del 1983, il referendum del 1985 che non ripristina il meccanismo e la fine nel 1992, tutto nella Treccani. In mezzo c’è la svolta dell’EUR del 1978, quando il salario smette di essere una variabile indipendente: l’ho ricostruita nel pezzo sul salario che non è più indipendente.

Il protocollo del luglio 1993 affida l’adeguamento ai contratti nazionali e prende come riferimento l’inflazione programmata, cioè un’inflazione attesa invece di quella effettiva. Nel 2009 l’accordo separato la sostituisce con l’IPCA depurato e la CGIL non firma: l’Ires-Cgil stimava che il nuovo indice avrebbe sottratto circa mezzo punto reale all’anno e chiedeva l’IPCA generale. Oggi torna al tavolo con una percentuale che si ferma a novanta, per giunta dopo nove mesi.

Si può discutere l’asprezza, non la serie: dal punto di contingenza all’inflazione programmata, dall’inflazione programmata all’indice depurato, dall’indice depurato a una percentuale dell’indice depurato. Una scala mobile al contrario, che a ogni gradino toglie qualcosa e lo chiama riforma.

La matematica del dieci per cento: come il salario povero diventa regola

La tesi non riguarda il dieci per cento del salario, che sarebbe un’enormità, ma il dieci per cento di ogni inflazione: una frazione trascurabile finché non la si lascia lavorare. Nelle bozze il 90% scatta dopo nove mesi di ritardo, ma il caso limite, quello in cui diventa il metro a regime, dice parecchio: con un’inflazione del 3% annuo un recupero del 90% porta i salari a più 2,7%, e manca lo 0,3 ogni anno, che diventa l’1,5% in cinque anni, il 2,9% in dieci, il 4,3% in quindici e l’8,4% in trent’anni (conto mio, a inflazione costante). Quindici anni non sono un numero a caso: il 15 ottobre Marchesini ha descritto l’accordo quadro, per come lo riferisce il Diario del Lavoro, come un’intesa destinata a reggere dieci-quindici anni. Una perdita così non è un incidente ma un parametro: tra l’uno e l’altro passa la differenza tra una crisi e un modello.

Nelle cifre riprese da Domani nell’ottobre 2025, tra il 2019 e il 2024 le retribuzioni contrattuali erano cresciute dell’8,3% a fronte di un’inflazione cumulata del 17,4%, circa il 7,8% di potere d’acquisto in meno (conto mio); l’Organizzazione internazionale del lavoro misurava dal 2008 al 2024 un calo dei salari reali dell’8,7%, il peggiore del G20. Oggi, per i dati Istat riportati da Sky TG24, le retribuzioni contrattuali orarie crescono del 2,5% contro un’inflazione del 3%, dopo dieci trimestri in cui avevano battuto i prezzi.

Da qui il titolo al pezzo: il 90% si applica a un livello, e il livello è basso. Per l’Istat i lavoratori poveri sono circa 2,5 milioni, il 10,2% degli occupati, quasi due punti sopra la media europea: recuperare il 90% di un salario povero significa conservarne la povertà, con qualche mese di ritardo.

Basta più lavoro? I numeri dell’Istat dicono di no

La tesi secondo cui basterebbe più lavoro merita rispetto, perché sul lavoro i numeri sono buoni: nel secondo trimestre il tasso di occupazione è il più alto dall’inizio delle serie, il 63,1%, e ad agosto gli occupati sono 24 milioni 352 mila, 291 mila in più su un anno. Il difetto è che la povertà non li ha seguiti: il 15 ottobre l’Istat ha descritto come stabili la povertà assoluta e quella relativa del 2025, con 5,4 milioni di persone (il 9,3% contro il 9,8%).

Dentro la media c’è il salario: tra le famiglie con persona di riferimento operaia la povertà assoluta è del 14,3%, contro il 7,7% degli occupati nel complesso, come riporta l’ANSA. Il manifesto nota che il calo statistico non coincide con una vita migliore per chi lavora e paga l’affitto.

Qui la citazione interessante: Marx, nel capitolo sulla legge generale dell’accumulazione capitalistica, il ventitreesimo nelle edizioni italiane e il venticinquesimo nella versione inglese, spiega che i salari possono salire finché la crescita non rallenta l’accumulazione, e che quando la rallenta è la domanda di lavoro a calare, e con essa il salario. Non è moralismo, è meccanica: occupazione record e salari fermi sono il funzionamento normale. Il recupero fino al 90% è un modo elegante di scrivere il limite nel contratto.

Il sommerso: 3,3 milioni di unità di lavoro fuori dal 90%

Intanto l’Istat fa sapere, nella sintesi del Diario del Lavoro, che nel 2024 l’economia non osservata vale 218,2 miliardi, il 9,9% del prodotto, di cui 198,4 di sommerso e 19,8 di attività illegali. Le unità di lavoro irregolari sono circa 3,28 milioni, oltre 145 mila in più (più 4,6%), con i dipendenti irregolari in crescita del 5,4%, soprattutto nei servizi alle persone e in agricoltura: sono unità di lavoro, cioè tempo pieno equivalente, e non teste, ma il segnale resta chiaro.

Occupazione record e lavoro irregolare in aumento non sono due notizie ma una: più lavoro, e più lavoro fuori dal contratto. Un modello che recupera fino al 90% dell’inflazione parla a chi il contratto ce l’ha e non dice niente a chi ne è fuori; sono in circa trecentomila i lavoratori sotto i «contratti pirata», meno del 2%, e accostare la cifra ai 3,28 milioni di unità irregolari mostra dove sta il problema più grande. Il sommerso è la valvola del sistema: il luogo in cui il salario può scendere mentre quello formale è protetto. I miei pezzi sul salario giusto e sulla trasparenza salariale partivano da 2,2-2,6 milioni di dipendenti sotto i nove euro lordi l’ora.

I trenta miliardi che non ci sono: la domanda sbagliata

La polemica del Foglio sui trenta miliardi di Landini che non ci sono ha la forza di tutte le domande di contabilità poste al momento giusto: dove sono i soldi? Il guaio è che la domanda è sbagliata due volte. Un rinnovo nel privato non è una voce del bilancio dello Stato ma costo del lavoro: non chiede una copertura in manovra, chiede un rapporto di forza. La copertura riguarda solo il pubblico, dove i contratti scaduti sono quelli di 2,8 milioni di dipendenti.

La seconda: i soldi si trovano, quando si tratta d’altro. Il Foglio del 16 ottobre, con Marco Leonardi e Leonzio Rizzo, calcola in circa 8,3 miliardi il fiscal drag 2026-2027 dovuto alla mancata indicizzazione dell’Irpef e avverte che non può essere speso due volte, perché è già nel tendenziale. È vero, ed è il bello: lo Stato incassa dall’inflazione una parte di ciò che i lavoratori perdono, e nessuno chiede dove siano i soldi. Due giorni prima, sul Foglio, Luca Roberto raccontava le promesse costose del governo alle imprese, tra Zes al Nord e sei miliardi di Transizione 5.0: i trenta miliardi sono introvabili solo quando hanno la busta paga come destinazione.

Che cosa chiedere al tavolo e alla piazza

Si può pretendere che un accordo che si chiama modello contrattuale non nasca con lo sconto in tabella: recupero pieno e subito, non dopo nove mesi di scadenza, su un indice che non lasci fuori l’energia, come la CGIL chiedeva nel 2009, esteso al pubblico impiego e collegato a un salario di partenza che non sia povero. Le stesse bozze, per il Corriere, affidano ai «contratti di riferimento» il compito di definire il «salario giusto» e riservano a chi li applica agevolazioni fiscali e contributive: finanziare con denaro pubblico un contratto che nasce con lo sconto sarebbe l’ultimo gradino della scala. La piazza serve a ricordare ai firmatari che la percentuale non è una legge di natura ma l’esito di un rapporto di forza, e che tra il 90 e il 100 passa un’intera idea di che cosa sia il lavoro.

Resta una domanda che nessun tavolo si fa volentieri: se la perdita è del dieci per cento e la regola è di non toccarla, chi ha stabilito che il salario povero sia un incidente e non un progetto?


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