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Il classico del giovedì: Il giovane Holden di Salinger, ovvero perché i ragazzi non si salvano per decreto

il giovane holden
Categoria letture
Pubblicato il 22 Ottobre 2026
Autore massideconca
Tempo di lettura 10 minuti

Il giovane Holden lo hanno letto tutti a sedici anni o credono di averlo letto, e il guaio comincia da lì: nella memoria comune è il romanzo del ragazzo arrabbiato, un lamento da cameretta con la manopola dell’insofferenza girata al massimo.

Il libro è un’altra cosa, e assai più scomodo: è l’atto d’accusa di un sedicenne contro la lingua degli adulti e insieme la storia di un ragazzo che sogna di fare il custode del precipizio e, nelle ultime pagine, rinuncia. L’occasione di rileggerlo è propizia per tre ragioni che si tengono: il 16 luglio il romanzo ha compiuto settantacinque anni; nel fine settimana del 17 e 18 ottobre Milano ha vissuto la rivolta dei ragazzi con 271 fermati e 32 arrestati; la rassegna stampa di mercoledì, per metà, era una sola domanda posta da firme diverse: chi risponde a questi ragazzi, e con quali parole?

La tesi di questo giovedì: Il giovane Holden non è il romanzo di chi si ribella, è il romanzo di chi scopre che salvare i ragazzi dal precipizio è una fantasia da adulti e che l’unica risposta onesta è restare accanto a loro senza recintare, senza predicare e senza parlare la lingua dei finti. È la storia a rovescio del decreto sicurezza, che promette di prenderli tutti prima della caduta e della politica che dopo Milano dice di cercare risposte mentre cerca soltanto un vocabolario.

Il giovane Holden in breve: Pencey, tre giorni a New York e una clinica

Holden Caulfield ha sedici anni, è stato espulso da Pencey Prep dopo essere stato bocciato in tutte le materie tranne inglese, e racconta in prima persona da una clinica, dove è finito dopo un crollo nervoso, i tre giorni trascorsi a New York, con la sorellina Phoebe come unica fonte di conforto. Alle spalle ha un lutto che non passa: il fratello minore Allie, morto di leucemia, di cui conserva il guanto da baseball coperto delle poesie che Allie vi scriveva.

Negli Stati Uniti il libro esce il 16 luglio 1951 ed è l’unico romanzo di J. D. Salinger, nato nel 1919 e morto nel 2010 a novantun anni dopo un lungo ritiro dietro un muro. In Italia la storia editoriale è una piccola commedia di titoli: la prima edizione è del 1952, per Casini, si intitola Vita da uomo e conta meno di mille copie; il nome che conosciamo arriva con Einaudi nel 1961, nella traduzione di Adriana Motti, con una nota di Italo Calvino (quello della trilogia degli antenati) che spiegava come The Catcher in the Rye fosse intraducibile, mentre quel giovane richiamava i dolori del giovane Werther per rendere il libro più familiare. Nel 2014 la ritraduzione di Matteo Colombo ha lasciato il titolo com’era.

L’acchiappatore nella segale: la fantasia del custode e la sua rinuncia

Il titolo nasce da un equivoco: Holden storpia i versi di una ballata di Robert Burns, canticchiati da un bambino per strada, e ne ricava la fantasia di un campo di segale (rye) sull’orlo di un dirupo dove lui, unico adulto presente, prende al volo i bambini che stanno per cadere. Nel ventiduesimo capitolo lo dice a Phoebe e lei gli fa notare che ha sbagliato i versi: nell’originale la faccenda è meno innocente di come l’ha rimodellata lui.

una frase del giovane Holden

Poi il romanzo fa ciò che i riassunti scolastici saltano: smonta la fantasia. Nel venticinquesimo capitolo Holden trova sul muro della scuola di Phoebe una scritta oscena, la cancella indignato all’idea che la leggano i bambini, ne trova subito un’altra che non riesce a togliere, e capisce che il guaio del mondo è proprio questo, non si possono cancellare tutti i messaggi osceni. Poi arriva la giostra: Phoebe si sporge per afferrare l’anello d’oro, rischia di cadere e lui non dice nulla, perché ritiene meglio lasciare che i bambini cadano che interferire. Il custode del precipizio depone l’incarico proprio quando potrebbe usarlo.

È qui che il libro incontra la cronaca di questa settimana. Azzardo allora una lettura utilizzando il romanzo di Salinger come chiave di lettura (metaforica) di quello che sta succedendo: il decreto sicurezza approvato dal Consiglio dei ministri il 20 ottobre è la fantasia dell’acchiappatore tradotta in diritto amministrativo: un nuovo reato di partecipazione violenta a una manifestazione, genitori chiamati a pagare e 500 militari a Milano, come ho scritto qui e qui, senza la confessione di impotenza che Salinger concede al suo personaggio. Cancellare la scritta dal muro e chiamarlo «decoro»; stendere una rete e chiamarla «fermezza»: è un’idea di tutela che non si chiede mai che cosa succeda ai bambini quando crescono e imparano a scrivere da soli.

Phony: la lingua degli adulti dopo Milano

Holden ha una parola per tutto ciò che suona falso, phony, e la applica con ferocia democratica a presidi, professori e compagni. Il romanzo ne dà l’anatomia nel secondo capitolo, quando va a salutare il professor Spencer: il vecchio insegnante gli riferisce che il preside ritiene la vita un gioco da giocare secondo le regole, Holden pensa che sia un gioco comodo soltanto per chi sta dalla parte dei vincitori, poi lo sente leggere ad alta voce il proprio compito sugli Egizi per fargli vergognare del lavoro e risponde con consolazioni che sa essere bugie, per metterlo a suo agio. È la scena madre della pedagogia italiana di questi anni: l’adulto che predica le regole del gioco, l’adolescente che finge di capire per essere lasciato in pace, e nessuno dei due che dice una cosa vera.

La rassegna di mercoledì ne è la prova. Davide Rondoni, su Avvenire, accusa gli adulti di nascondersi dietro parole vuote come «legalità», «inclusione», «empatia» e «resilienza» senza indicare ai ragazzi una speranza, e sulle parole ha ragione, pur con una diagnosi, antropologica prima che sociale, lontana dalla mia. Gad Lerner, sul Manifesto, ricorda che «maranza» e «baby gang» sono diventati il lessico di disprezzo anche del Viminale e di Palazzo Chigi; Mimmo Battaglia, ancora su Avvenire, osserva che gli adulti chiedono rispetto e autocontrollo mentre umiliano chi la pensa diversamente, e che l’emergenza educativa è prima di tutto un’emergenza degli adulti; Gianfranco Pasquino, su Domani, ricorda ancora che l’ordine è un bene pubblico e che per garantirlo servono credibilità e fiducia.

Un’avvertenza, per non fare il compitino: il parallelo regge sul piano della lingua, non su quello della classe. Holden è un ragazzo della borghesia newyorkese e la sua rivolta è una diserzione che non rompe una vetrina; i ragazzi di Milano sono, secondo Lerner, figli di una precarietà strutturale fatta di logistica, cura e subappalti; il politologo Olivier Roy, intervistato dal Fatto, ricondurrebbe la contestazione alle élite e ai ricchi più che all’islam. Dove i due mondi si toccano è altrove: il bersaglio, in entrambi, è un registro prima ancora che un’istituzione.

Chi dà risposte ai giovani? Nel romanzo, nessuno degli adulti che parlano

Il romanzo è una rassegna di adulti che rispondono male. Spencer predica e umilia; lo psicoanalista della clinica, alla fine, chiede a Holden se a settembre si applicherà nella nuova scuola, e Holden trova la domanda inutile, perché non può saperlo prima di essere lì; il fratello D.B. gli chiede che cosa provi per tutta la vicenda, e lui non sa rispondere. Sono domande che arrivano a cose fatte e chiedono impegno o sentimenti a chi non sa ancora che cosa sentire.

Poi c’è Antolini, il solo che ci prova davvero. Gli scrive una frase dello psicoanalista Wilhelm Stekel, secondo cui l’immaturo vuole morire nobilmente per una causa e il maturo vivere umilmente per essa; poi, nella notte, gli sfiora la fronte con una mano, un gesto che il testo lascia ambiguo e che Holden vive come una minaccia, tanto da andarsene con una scusa. Il miglior adulto del romanzo dà la risposta giusta e la rovina nel modo peggiore: il ragazzo torna solo.

L’unica a rispondere in modo che arrivi è una bambina. Phoebe lo incalza perché non gli piace niente, gli chiede di nominare una cosa che gli piaccia davvero e non accetta l’alibi della società; poi si presenta con una valigia pretendendo di partire con lui, si arrabbia quando lui dice di no, e sulla giostra si riconciliano.

Ora la cronaca. Il comunicato numero uno del Movimento 17 ottobre, diffuso su Telegram il 20 ottobre, dichiara di non fidarsi di governo e istituzioni, include partiti e sindacati nello Stato che contesta, non ha capi né indirizzi e convoca una mobilitazione generale per il 24 (Avvenire nota che non prende le distanze dai saccheggi e non avanza richieste precise). Lo scrivo da sindacalista e il rilievo mi riguarda: chi chiede ai ragazzi di rivolgersi alle organizzazioni deve prima spiegare perché a loro non sono servite. E quando le organizzazioni tacciono rispondono altri: tra i titoli della rassegna c’è la replica d’insulto di un chatbot a uno studente, che Vies News attribuisce a Gemini e di cui conosco solo il titolo, ma già il fatto che sia una notizia dice chi sta al telefono quando di notte non risponde nessuno.

Come darle: cinque mosse da Phoebe e dal professor Antolini

Primo, domandare prima di classificare: Phoebe chiede a Holden che cosa gli piaccia e lo costringe a dire una cosa vera, mentre decreti e talk show chiedono ai ragazzi soltanto se si pentono.

Secondo, smettere di recintare. L’anello d’oro è il rischio che la crescita comporta, e un ordine che pretende di eliminarlo con un reato in più produce ragazzi più bravi a non farsi trovare. Battaglia chiede adulti presenti e autorevoli e investimenti in scuole, sport e luoghi di aggregazione; Andrea Lavazza, nella rubrica di Avvenire, condanna la violenza ma aggiunge che dare a poche centinaia di facinorosi il potere di decidere la sicurezza di tutti li rende più baldanzosi.

Terzo, offrire una causa da vivere umilmente. È la frase di Stekel passata da Antolini: morire nobilmente in uno scontro o in un fascicolo giudiziario è l’esito che la cronaca ha già pronto; vivere umilmente per una causa vuol dire organizzazione, riunioni, scioperi. È la forza collettiva che ho difeso contro la retorica dell’individuo e il senso dello sciopero generale del 20 novembre, dove il debito con gli studenti si paga e non si deplora.

Quarto, dare risposte materiali. Una lingua vera senza affitti, salari e scuole è l’ennesimo sermone: Lea Melandri, sul Manifesto, legge la rivolta come richiesta di dignità e di una politica che guardi la vita concreta, da parte di una generazione che le istituzioni hanno lasciato ai margini (ne ho letto solo il sommario), e un Paese che manda in classe più divise che docenti fa la scelta opposta.

Quinto, parlare in modo vero: smettere di confondere la fermezza con la risposta e ammettere, come Holden, che non si può cancellare tutto. Il romanzo si chiude con lui che si pente di aver raccontato la sua storia a tanta gente e sente la mancanza di chiunque, anche dei compagni che non sopportava: chi parla molto di sé finisce per sentire la mancanza di tutti.

Perché rileggerlo oggi, in tre punti

Perché è la miglior radiografia della lingua degli adulti scritta da un adolescente, e la lingua è il campo in cui oggi si decide se un decreto sia una risposta o un alibi.
Perché racconta la rinuncia al ruolo di custode, la lezione più impopolare per chi governa.
Perché è stato trattato da pericolo pubblico dagli adulti che descrive: tra il 1961 e il 1982 è stato il libro più censurato nelle scuole superiori e nelle biblioteche degli Stati Uniti.

Per continuare: il documentario di Shane Salerno su Salinger è segnalato da Libreriamo. Nello stesso filone del giovedì c’è Canne al vento di Grazia Deledda, dove la colpa fa da salario, e Il deserto dei Tartari.

Se il custode del precipizio abdica e l’unico adulto credibile è una bambina davanti a una giostra, è facile capire quanti di noi sono disposti a restare seduti sulla panchina senza dire niente.


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