Nobel ad Anne Carson: l’editoria scopre solo dopo il premio
Il Nobel ad Anne Carson, annunciato l’8 ottobre, ha riacceso il solito processo: Ottavio Cappellani su Mowmag scrive che l’editoria italiana è “vergognosa” e dà il merito a una piccola casa, Utopia. La diagnosi è plausibile, la cronologia meno: Autobiografia del rosso era uscita da Bompiani nel 2000 e vent’anni dopo l’ha ripubblicata La Nave di Teseo, che secondo Cappellani avrebbe poi smesso, mentre Elisabetta Sgarbi ha appena annunciato per fine novembre il seguito, Red Doc>.
Lo schema si ripete con Herta Müller e Louise Glück: i piccoli scoprono, i grandi raccolgono. Müller, passata per Marsilio e per Keller (2008), ha trovato Feltrinelli nel 2010, dopo il Nobel del 2009, e oggi con Feltrinelli pubblica il recente libro di discorsi; Glück, da Giano (2003) a Dante & Descartes (2019), è diventata un’autrice del Saggiatore dal 2020, l’anno del Nobel. E la Carson di Utopia e Crocetti porta quasi sempre la firma di un solo traduttore, Patrizio Ceccagnoli: la qualità ha un nome e un cognome, non un piano industriale.
Non è gusto provinciale: è prudenza di bilancio, perché un poeta si compra quando il premio ne ha già garantito le vendite.
Provinciali, poi, non lo siamo in uscita: i diritti di traduzione di libri italiani venduti all’estero sono stati 8.484 nel 2024, contro 1.800 nel 2001. Il guaio è l’imbuto: secondo il rapporto CNA nel 2024 sono usciti quasi 86mila titoli a stampa, ma solo circa 3.300, il 4%, hanno superato le 2.000 copie, mentre i grandi gruppi godono di vantaggi strutturali, dall’integrazione verticale alla distribuzione concentrata, e l’88% degli editori indipendenti sentiti dall’Adei lamenta la pressione sugli sconti.
Un sistema che pubblica moltissimo e fa circolare pochissimo non privilegia la quantità sulla qualità: affida la qualità a chi non può permettersi di sbagliare, e la riscopre con la fascetta gialla.
Se per leggere Carson serve il Nobel, che cosa sceglie davvero, per noi, il mercato?
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