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Via Maestra 17 ottobre: la piazza non è un sintomo del malessere ma un'istituzione della democrazia, e il sindacato serve a organizzarla. Diritto e numeri.

sindacato 10 minuti di lettura

Via Maestra 17 ottobre, sabato a Roma: il ritrovo è alle 13.30 in piazza della Repubblica e l’arrivo è previsto intorno alle 17 in piazza del Popolo (come riporta la CGIL Lombardia) per la manifestazione nazionale promossa dal sindacato con più di cento associazioni sotto un titolo che è un programma di governo in cinque parole: lavoro, pace, ambiente, welfare, Costituzione. Il numero dei presenti lo conosceremo due volte, una dagli organizzatori e una dal Viminale, e la distanza tra le due cifre sarà già un’opinione politica.

La piazza non è un sintomo del malessere ma un’istituzione della democrazia, il solo luogo in cui il dissenso diventa visibile e contabile senza passare da un intermediario che lo traduca, lo addolcisca o lo archivi, e un’istituzione, per funzionare, ha bisogno di qualcuno che la organizzi. A questo serve un sindacato, anche per questo c’è la CGIL: a trasformare mille rabbie private in una presenza pubblica, con preavviso, copertura legale, pullman e servizio d’ordine. Occupare, qui, non ha nulla di eversivo: significa stare pacificamente in un luogo pubblico in numero tale da rendere impossibile non vedere il dissenso.

Via Maestra 17 ottobre: che cosa si porta in piazza

Il programma, a leggerlo, è lungo. Nell’appello ci sono l’attuazione della Costituzione, salari più alti e meno precarietà, un fisco equo, sanità e istruzione pubbliche, la conversione ecologica, la contrarietà alle spese militari e, voce che qui interessa più delle altre, la difesa del diritto di manifestare con l’abrogazione delle norme dei decreti «sicurezza» che lo comprimono. A tutto questo si aggiunge l’opposizione all’autonomia differenziata e a una controriforma elettorale, e l’opposizione al fenomeno della deriva autoritaria fatta di militarizzazione e riforme repressive, che vediamo crescere in Italia e in Europa.

La formula non è nuova: il 7 ottobre 2023 la stessa rete riempì piazza San Giovanni con 200.000 persone secondo gli organizzatori. Non è semplicemente il catalogo di una rivendicazione, ma un’azione democratica di protesta contro chi sta accelerando il processo di trasformazione della nostra Costituzione in altro. Proprio la Costituzione fa da cerniera perché misura lo scarto tra ciò che è promesso e ciò che è erogato, e un torto che coincide con una promessa non mantenuta ha, almeno, un destinatario.

Dal permesso al diritto: da dove viene la piazza

L’articolo 17 della Costituzione, nel testo che tutti possiamo leggere, riconosce il diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi, richiede il preavviso solo per le riunioni in luogo pubblico e consente alle autorità di vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica. Non è sempre stato così e anche questo è un diritto che ci siamo conquistati: dal 1931 al 1948 la riunione era una concessione di polizia, regolata dal Testo unico di pubblica sicurezza, ancora in vigore, il cui articolo 18 prevede tre giorni di preavviso al questore, che può impedirla per ragioni di ordine pubblico, moralità o sanità; dopo il 1948 è un diritto, e il divieto un’eccezione da motivare. Il passaggio non fu automatico: nel 1958 la Corte costituzionale dichiarò illegittimo quell’articolo per le riunioni fuori dai luoghi pubblici, e nel 1976 ritenne ragionevole il preavviso di tre giorni, perché serve all’autorità a valutare se vietare o proteggere. Il preavviso è dunque una cortesia di procedura, non una licenza.

Il confine si capisce quando si sposta e torce verso l’autoritarismo. Nell’ottobre 2024, sul corteo per la Palestina vietato a Roma, il costituzionalista Salvatore Curreri sostenne che la Costituzione protegge anche il dissenso odioso e che i limiti riguardano la condotta della manifestazione, non i suoi motivi: una tesi che dovrebbe essere ovvia e che dice quanto lo sia diventata poco. Nel 2026 il confine si è spostato per legge: il decreto-legge n. 23 del 24 febbraio, convertito dalla legge n. 54 del 24 aprile, contiene un fermo preventivo di dodici ore per le persone ritenute «pericolose» in vista di un corteo, che il Quirinale in febbraio aveva giudicato eccessivo nella durata, mentre la cauzione per gli organizzatori fu abbandonata. Il Consiglio superiore della magistratura ha segnalato possibili profili di incostituzionalità.

Landini, l’8 febbraio, ha definito pericolosi i decreti e inaccettabile trasformare la protesta in una questione di «ordine pubblico», condannando la violenza di Torino; Piantedosi aveva detto che chi sfila accanto ai violenti garantisce loro l’impunità, ed è, va riconosciuto, la tesi più forte della parte avversa. La risposta sta nell’organizzazione: preavviso, percorso concordato e servizio d’ordine sono il modo in cui una piazza sa chi è e chi non è.

Il paradosso è che quanto più il dissenso è raro tanto più viene trattato come un problema di sicurezza, e quanto più è trattato così tanto più diventa raro: la logica, come scrivevo a giugno leggendo Donatella Di Cesare, del potere che non ha più bisogno del consenso perché gli basta rendere il dissenso costoso.

Perché le piazze si svuotano, e perché non è colpa dei giovani

In Francia il 6 ottobre sono scese in piazza 256.000 persone per il ministero dell’Interno e 450.000 per le organizzazioni dei liceali e degli studenti, e i sindacati hanno chiamato lo sciopero accanto a una mobilitazione che non era loro. A Tirana, il 13 ottobre, gli studenti hanno protestato per condizioni universitarie, costi e lavoro dopo la laurea, con mattoni contro il ministero e idranti in risposta: Reuters non dà numeri e non li invento. Il precedente albanese ha una lezione: nel dicembre 2018 una tassa di circa trenta euro per esame rimandato portò migliaia di studenti davanti al ministero, il governo la ritirò il giorno dopo, le piazze con richieste più ampie arrivarono a decine di migliaia e gli studenti rifiutarono di trattare tramite rappresentanti.

In Italia le piazze non sono sempre vuote: il 3 ottobre 2025 la CGIL contò oltre due milioni di persone e il Viminale 396.400 per uno sciopero su Gaza convocato con circa due giorni di preavviso, che la Commissione di garanzia ritenne illegittimo e la CGIL contestò; Piantedosi si disse soddisfatto perché i temi non erano il lavoro e l’economia, dove il governo rivendica risultati. Prendiamolo in parola: è lì che teme la piazza. Il 12 dicembre, sulla manovra, la CGIL dichiarò oltre mezzo milione di partecipanti e il 68 per cento di adesione, dati preliminari. Quello che manca è la piazza giovane, locale e fuori calendario.

Le piazze si riempiono, mi pare, quando concorrono quattro cose: un fatto scatenante, un responsabile, un costo personale e una vittoria raggiungibile in settimane. Gaza ne aveva due, gli studenti albanesi del 2018 tutte e quattro.

C’è poi un paradosso di struttura: la Francia aveva nel 2018 una densità sindacale dell’8,8 per cento, l’Italia del 34,4, dati OCSE, la piazza senza gli iscritti e gli iscritti senza la piazza. La CGIL contava nel 2024 5,17 milioni di iscritti, il 47 per cento pensionati, con circa mezzo milione sotto i 35 anni, un decimo (calcolo mio): forte dove il lavoro è protetto, sottile dove è precario, cioè dove la rabbia è più giovane.

La mia ipotesi è che dove il danno è individuale, la casa che non si trova, il fuorisede che dorme in tenda, il torto appaia un fallimento personale e non un’ingiustizia con un indirizzo: lo sfratto di una donna di 87 anni a Madrid ha prodotto marce in più di cinquanta città, da noi, scrivevo il 6 ottobre, silenzio.

Il sindacato organizza, la piazza decide

La disobbedienza, scrivevo nella seconda puntata sulla democrazia, nasce come rifiuto individuale, quello di Thoreau che non pagava la tassa, e diventa movimento di massa solo quando incontra organizzatori come Gandhi e King: la differenza tra indignazione e potere è che la prima si prova da soli e il secondo si costruisce in molti, con un calendario, un preavviso, una cassa e un servizio d’ordine. Organizzare è la funzione politica del sindacato: Gramsci, nella genealogia che ho ricostruito a settembre, distingueva il sindacato, che difende il prezzo del lavoro, dal consiglio di fabbrica, dove gli operai imparano a governare la produzione, e la piazza è il luogo in cui l’uno si presenta all’altro. E lo stiamo facendo!

Il «dialogo» senza forza contrattuale è, per tornare a Di Cesare, una resa in forma cerimoniale: si siede al tavolo con più credibilità se fuori c’è una piazza. Tavolo e piazza sono per me due modi di reintrodurre una decisione collettiva dove la logica di mercato la esclude: a fine luglio i sindacati confederali hanno aperto la trattativa con le associazioni d’impresa su rappresentanza e contratti, e da maggio la CGIL ha avviato la raccolta di firme per due leggi di iniziativa popolare, su appalti e sanità.

La piazza, però, non garantisce automaticamente la vittoria, e conviene dirlo prima. Nel 1984 la CGIL combatté con grandi mobilitazioni il decreto sulla scala mobile senza fermarlo, e Trentin, come ricordavo ad agosto, si dimise dopo aver firmato nel 1992 l’accordo che la chiuse; la riforma francese delle pensioni del 2023 passò con l’articolo 49.3 nonostante le piazze, e la lezione che ne traevo il 7 ottobre è che servono a patto di accompagnarsi a un’alleanza politica che fissi l’agenda dal basso.
Questo non vuol dire che bisogna rinunciare alla lotta in partenza:

Chi lotta può perdere. Chi non lotta, ha perso in partenza

Ernesto Che Guevara

Organizzare, infine, non è possedere: gli studenti albanesi rifiutarono i rappresentanti, e i sindacati francesi sono arrivati dopo i liceali e hanno fatto la cosa più saggia, essere ospiti. Chi porta il pullman e non il palco ha più probabilità di essere richiamato.

Diritti civili o sociali?

La dicotomia è comoda e sbagliata. La piazza di Gaza non era sindacale per tema, ma lo era per mezzo, ed è stata la più grande degli ultimi anni. Funzionò perché aveva un evento (la Flotilla intercettata), un torto riconoscibile, un’azione chiamata in due giorni di preavviso e non in due mesi. I diritti civili hanno di solito le prime due, i temi sociali la terza, quasi mai la quarta. Il lavoro del sindacato è tradurre il malcontento sociale in vertenze con data, responsabile e obiettivo vincibile, più che scegliere il tema.

La scuola dentro la Via Maestra

Chi lavora nella scuola ha ragioni specifiche per essere in piazza il 17 ottobre e la FLC CGIL : l’articolo 34 contro il tetto del 30 per cento agli studenti con background migratorio, i percorsi tecnici e professionali ridotti a quattro anni con più peso alle imprese, fondi che crescono meno dell’inflazione mentre crescono quelli alle paritarie, oltre duecentomila supplenti, circa 140.000 sul sostegno. Le tende degli universitari a Montecitorio, che Landini ha collegato al 17 ottobre, le avevo raccontate il 15.

Il rischio, domenica, è quello solito: la piazza come fine e non come mezzo. Il corteo conta se produce qualcosa che si misura: firme, un’agenda, un’alleanza, una scadenza. Abbiamo tre vertenze da rivendicare nell’immediato e che dobbiamo continuare a portare avanti: il diritto allo studio ed al lavoro, il diritto universale ai beni pubblici essenziali (istruzione, sanità, casa …), il diritto di manifestare.

Se la piazza è l’unico spazio in cui il dissenso non ha bisogno di un traduttore, a chi conviene lasciarlo vuoto?


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