Il 1956 di Togliatti e quello di Di Vittorio: l’autonomia del sindacato
Il 23 ottobre sono settant’anni dalla rivolta di Budapest e domenica 18 ottobre il Corriere della Sera ha riaperto il “caso Togliatti”: già il titolo promette un processo postumo (La Lettura, pagina 52). Il verdetto storico, però, è la parte meno istruttiva, perché l’hanno emesso in molti e con decenni di ritardo, a cominciare dal partito imputato.
Resta il meccanismo, che è un fondamentale in senso proprio: nell’autunno del 1956 la CGIL di Di Vittorio pronunciò un giudizio che il PCI non poteva tollerare, e da quella frizione nasce l’autonomia del sindacato dal partito, che attraversa Trentin e arriva a una CGIL che oggi sciopera contro il governo e si sente chiedere a chi risponda davvero.
Budapest, 23-28 ottobre: la cronologia che serve
I fatti, in ordine, perché è negli intervalli che si decide chi abbia detto che cosa. Il 23 ottobre circa duecentomila tra studenti e operai sfilano a Budapest in solidarietà con gli operai di Poznań; il 27, davanti alla decisione sovietica di intervenire con le armi, la segreteria della CGIL prende posizione. Lo fa all’unanimità, stando al comunicato dell’ufficio stampa della confederazione, con un testo che condanna i metodi di governo capaci di scavare un fossato tra dirigenti e masse, auspica che la nazione ungherese isoli gli «elementi reazionari» e, in nome della non ingerenza di uno Stato negli affari di un altro, deplora che l’intervento di truppe straniere sia stato chiesto e sia avvenuto.
Il testo merita una lettura da filologo: non è il manifesto dell’insurrezione, fa propria la tesi del partito e deplora l’intervento nello stesso comunicato. L’archivio storico della CGIL lo presenta come una condanna radicale, formula generosa: la lettera è più sobria e più abile, perché condanna in nome di un principio, la non ingerenza, che è difficile contestare senza dichiarare quale principio lo sostituisca.

Il giorno dopo Calvino manda a Di Vittorio un telegramma: dice di condividerne la posizione e la giudica indispensabile per salvare il Partito e la causa del socialismo, come racconta lo stesso archivio. Basta la frase a restituire il lessico dell’epoca: per criticare il partito bisognava dichiarare di volerlo salvare.

Il seguito, secondo una tesi di laurea della LUISS (fonte da maneggiare con la cautela che una tesi merita), è questo: il 29 ottobre Di Vittorio mette per iscritto una nota personale che difende le rivendicazioni sociali e democratiche degli insorti; il 30 Togliatti scrive ai sovietici che quella dichiarazione non è in linea con il partito e che certi gruppi vorrebbero sostituire la dirigenza con Di Vittorio, lettera che la tesi, citando lo storico Zaslavsky, dice aver pesato sulla decisione sovietica del 31. Poi Botteghe Oscure e, la domenica successiva, Livorno, dove Di Vittorio arretra: sul rapporto con il partito, non sul giudizio sulla rivolta, mettendo davanti a tutto l’unità del sindacato. Bruno Trentin, in un suo intervento sul 1956, ricorda l’attacco dei dirigenti comunisti e un solo interlocutore aperto al dialogo, Longo.
L’attacco alla Cgil (che si sviluppò in tutte le sezioni del Pci) vide il suo culmine in una lettera di Togliatti, nella quale informava il comitato centrale del Pcus dell’esistenza nel Pci di «gruppi» che sostenevano l’insurrezione di Budapest. Nella lettera, inoltre, si sottolineava che tali gruppi esigevano che l’intera direzione del partito venisse sostituita, con Di Vittorio nuovo segretario.
Questa denuncia di carattere delatorio (nessun gruppo, come Togliatti sapeva bene, aveva avanzato la candidatura di Di Vittorio alla segreteria del Pci, né Di Vittorio l’avrebbe mai avallata), tendeva evidentemente a delegittimare il leader della Cgil fra i sovietici e, attraverso il loro intervento, nella Fsm.
La successiva dichiarazione di Di Vittorio (5 novembre 1956), volta a ridurre l’area del conflitto con Togliatti, ribadì comunque la validità della presa di posizione della segreteria confederale sui fatti d’Ungheria. E riaffermò la natura autonoma e unitaria della Cgil (proprio mentre si profilava una rottura dei rapporti fra Pci e Psi), e il suo diritto a esprimersi – al pari dei partiti – sulla tragedia che incombeva sul movimento comunista.
Bisognerà attendere qualche decennio per l’ammissione di quella tragedia da parte del Pci, prima con un’intervista ad Alessandro Natta di Ugo Baduel su L’Unità (ottobre 1986) e, successivamente, con la partecipazione di Piero Fassino ai funerali simbolici di Imre Nagy a Parigi.
La Cgil, in ogni caso, ne tirò tutte le conseguenze. Innanzitutto rompendo con i sindacati di regime ungheresi, poi – constatata l’irriformabilità della Fsm – scegliendo la strada dell’autonomia. Una strada che porterà all’avvio di rapporti sistematici con gli esponenti dell’opposizione in diversi paesi dell’orbita sovietica, fino all’aperto sostegno dato a Solidarnosc (movimento pur discutibile e complesso) ben prima del colpo di stato del generale Jaruzelski.
– Bruno Trentin
Stato-guida, partito-guida, sindacato: la catena e l’anello che salta
La formula «Stato-guida» la uso come etichetta del lessico comunista del tempo, non come citazione: nei testi che ho letto non compare. Il concetto, però, regge l’architettura: se l’Unione Sovietica è il paese che mostra la via, il partito di ogni paese è l’avanguardia che la traduce nella lingua locale e il sindacato, per ricordare la formula di Lenin che il blog ha già ricostruito, è la «cinghia di trasmissione» che porta la linea alle masse.
Mosca guida il partito, il partito guida il sindacato, il sindacato guida i lavoratori.
Di Vittorio, con una dichiarazione di segreteria, spezzò la catena nell’anello di mezzo. È questo, a mio giudizio, che a Togliatti non fu perdonabile: non l’Ungheria in sé, su cui il partito aveva la sua tesi pronta, ma l’idea che un’organizzazione di massa potesse giudicare un fatto internazionale con un criterio proprio.
Sul comportamento di Togliatti, che di cui in questo blog ho già parlato a proposito della svolta di Salerno, le ricostruzioni divergono. Secondo l’intervista di Tedesco a Vacca fu prima prudente, poi favorevole a stroncare la rivolta, e scrisse una lunga lettera contro l’apertura di Di Vittorio agli insorti. Federigo Argentieri, in un’intervista al Corriere del 2008, sostiene di più: che approvò l’intervento sovietico e diede l’assenso anche all’esecuzione di Nagy, chiedendo soltanto di rimandarlo a dopo le elezioni italiane del 1958. È la tesi di uno storico e come tale la riporto.
Il paradosso è che nell’estate del 1956 lo stesso Togliatti, secondo l’introduzione di Spagnolo al Memoriale di Yalta, propone la categoria di policentrismo: molte vie, nessuna subordinazione.
L’autonomia la rivendica per il partito verso Mosca e la nega al sindacato verso il partito: è una lettura mia, ma i fatti di ottobre non la smentiscono. Otto anni dopo, a Yalta, scrive il Memoriale: unità nella diversità, diritti umani; la voce di Wikipedia ricorda che morì il 21 agosto e che il testo, uscito su Rinascita il 5 settembre, chiedeva riforme democratiche agli Stati socialisti.
Nelle pagine che ho letto su quel documento Di Vittorio non compare: il testamento dell’autonomia del PCI condivide con la dichiarazione del 27 ottobre la convinzione che il socialismo non regga senza consenso, con otto anni di ritardo e un vantaggio non trascurabile: l’autore era il segretario e a un segretario nessuno impone un’autocritica a Livorno.
Gramsci: l’egemonia, il partito e la distanza del sindacato
Per capire perché la questione fosse teorica prima che disciplinare bisogna tornare a Gramsci, che entrambe le parti rivendicavano. Nel giugno del 1919, su L’Ordine Nuovo, in Democrazia operaia scrive che i sindacati di mestiere non si fondono con lo Stato proletario nemmeno dopo la rivoluzione: restano istituti distinti, con una funzione di controllo e di realizzazione parziale degli obiettivi della classe, e non possono contenere da soli l’intera classe lavoratrice. Lo stesso testo assegna al partito la guida del movimento, esercitata però in modo indiretto, per prestigio e per entusiasmo. Chi cerca in Gramsci un sindacato senza partito non lo trova: trova un sindacato distinto dallo Stato e un partito che guida senza comandare.
La sfera di prestigio del Partito si amplia quotidianamente, attinge strati popolari finora inesplorati, suscita consenso e desiderio di lavorare proficuamente per l’avvento del comunismo in gruppi e individui finora assenti dalla lotta politica. E’ necessario dare una forma politica e una disciplina permanente a queste energie disordinate e caotiche, assorbirle, comporle e potenziarle, fare della classe proletaria e semiproletaria una società organizzata che si educhi, che si faccia una esperienza, che acquisti una consapevolezza responsabile dei doveri che incombono alle classi arrivate al potere dello Stato.
Il Partito socialista e i sindacati professionali non possono assorbire tutta la classe lavoratrice, che attraverso un lavorio di anni e di decine di anni. Essi non si identificheranno immediatamente con lo Stato proletario; nelle Repubbliche comuniste infatti essi continuano a sussistere indipendentemente dallo Stato, come istituti di propulsione (il Partito) o di controllo e di realizzazione parziale (i sindacati).
Il Partito deve continuare ad essere l’organo di educazione comunista, il focolare della fede, il depositario della dottrina, il potere supremo che armonizza e conduce alla meta le forze organizzate e disciplinate della classe operaia e contadina. Appunto per svolgere rigidamente questo suo ufficio, il Partito non può spalancare le porte all’invasione di nuovi aderenti, non abituati all’esercizio della responsabilità e della disciplina.
Ma la vita sociale della classe lavoratrice è ricca di istituti, si articola in molteplici attività. Questi istituti e queste attività bisogna appunto sviluppare, organizzare complessivamente, collegare in un sistema vasto e agilmente articolato che assorba e disciplini l’intera classe lavoratrice. L’officina con le sue commissioni interne, i circoli socialisti, le comunità contadine, sono i centri di vita proletaria nei quali occorre direttamente lavorare. Le commissioni interne sono organi di democrazia operaia che occorre liberare dalle limitazioni imposte dagli imprenditori, e ai quali occorre infondere vita nuova ed energia.
Oggi le commissioni interne limitano il potere del capitalista nella fabbrica e svolgono funzioni di arbitrato e di disciplina. Sviluppate ed arricchite, dovranno essere domani gli organi di potere proletario che sostituisce il capitalista in tutte le sue funzioni utili di direzione e di amministrazione. Già fin d’ora gli operai dovrebbero procedere alla elezione di vaste assemblee di delegati, scelti fra i migliori e più consapevoli compagni, sulla parola d’ordine: “Tutto il potere dell’officina ai comitati d’officina”, coordinata all’altra: “Tutto il potere dello Stato ai Consigli operai e contadini”. Un vasto campo di propaganda concreta rivoluzionaria si aprirebbe per i comunisti organizzati nel Partito e nei circoli rionali.
– Antonio Gramsci
La differenza fra guidare e comandare è tutta lì, e l’egemonia gramsciana la chiama direzione intellettuale e morale: consenso organizzato, che nello Stato integrale tiene dentro i sindacati come parte della società civile, senza trasformarli in uffici del partito.
Il 1956 fa da verifica: un consenso a cui si chiede di accettare i carri armati nella capitale di un paese alleato diventa disciplina con il vocabolario dell’egemonia, e il sindacato è il luogo in cui la differenza si vede per prima, perché il suo consenso si misura ogni giorno sul salario e sulla fabbrica, non sulle tesi di un congresso. Anche questa è una lettura mia, ma regge a un esame semplice: nella dichiarazione del 27 ottobre le masse devono acconsentire e partecipare, e non obbedire.
Giolitti e Calvino: chi poteva uscire e chi no
All’VIII Congresso del PCI, a dicembre, Antonio Giolitti dice che non si può chiamare legittimo, democratico e socialista il governo contro cui si è sollevato il popolo di Budapest, e giudica ingiustificabile sul piano dei princìpi socialisti l’intervento sovietico. Nell’estate del 1957 si dimette dal partito e, una settimana dopo, l’Unità pubblica la lettera di dimissioni di Calvino: il dissenso è immutato, il PCI ha scelto la conservazione, attacca i revisionisti e non i dogmatici, e lui se ne va da scrittore indipendente. Giolitti, nel racconto riportato da Carnevali, era già stato accusato di tradimento da Amendola, che aveva consigliato a lui e a Natoli di iscriversi al partito liberale: l’espulsione preventiva per eccesso di immaginazione.
Giolitti e Calvino potevano uscire: è il privilegio di chi ha una tessera e non una categoria da rappresentare. Di Vittorio no, perché la CGIL era unitaria, con comunisti e socialisti, e rompere con il partito significava mettere in gioco l’unità. L’arretramento di Livorno sta così a metà tra una resa e una prima formulazione pratica dell’autonomia, e a cinquant’anni di distanza un convegno della Fondazione Di Vittorio discuteva ancora se fosse stata autolimitazione o vera abiura. Di Vittorio non ebbe il tempo di chiarirlo: morì a Lecco il 3 novembre 1957.
Da Di Vittorio a Trentin: l’autonomia del sindacato diventa incompatibilità
Nel racconto di Trentin, l’autonomia matura negli anni Cinquanta: nel Piano del lavoro e nelle lotte nelle campagne, nei contrasti con la linea comunista sui piani Vanoni e Pieraccini, nell’autocritica di Di Vittorio dopo la sconfitta della Fiom alla Fiat nel 1955. La formula della cinghia di trasmissione viene abbandonata ufficialmente all’VIII Congresso, ma il primato del partito sopravvive, e nel 1970, sullo Statuto dei lavoratori, i comunisti si astengono: un buon indizio, a mio giudizio, che la proclamazione dell’autonomia precedette di molto la sua accettazione.
Il passo successivo si chiama incompatibilità. Trentin, iscritto al PCI dal 1950, lascia la Camera nel 1968 per incompatibilità con gli incarichi sindacali; tra il 1990 e il 1991 la CGIL scioglie le componenti legate ai partiti e il 23 ottobre 1991, a Rimini, approva il suo primo Programma fondamentale: coincidenza di calendario, naturalmente, con la data in cui trentacinque anni prima era cominciata la rivolta di Budapest. Trentin non è l’eretico della storia, ma il notaio di un processo cominciato nel 1956.
Perché oggi: lo sciopero del 20 novembre e il test del campismo
Il collegamento con l’attualità è meno diretto di quanto si dica. Sabato 17 ottobre, la CGIL ha riempito la piazza di Roma (oltre centomila persone, stando al sindacato) e ha annunciato per il 20 novembre il quinto sciopero generale sotto il governo Meloni, nella piazza che il blog ha raccontato nel post sulla Via Maestra. Alcuni, in questi giorni, hanno sostenuto che questo importante appuntamento di massa sarebbe servito al segretario della CGIL, Maurizio Landini, per federare la sinistra in vista delle prossime elezioni, soprattutto trovando una sintesi di tipo campista (sul campo largo) su temi che in questo momento dividono la nascente coalizione, ovvero Ucraina e Gaza: nel resoconto compaiono lo sciopero, i salari e un invito generico a non investire in armi, non una presa di posizione sulle due guerre.
Posso però dire che cosa vorrebbe dire smarcarsi. Cinzia Sciuto, su Appunti, denuncia a sinistra il vecchio campismo in abito decoloniale, per cui chi si oppone all’Occidente trova sempre una giustificazione, e lo indica come la ragione per cui la reazione all’Ucraina e quella a Gaza non si assomigliano. Il test è quello della segreteria del 27 ottobre 1956: applicare il principio di non ingerenza anche al campo che si preferisce. Di Vittorio lo applicò a un campo che gli era caro; chi voglia dimostrare di essere uscito dal campismo dovrebbe poter dire le stesse due cose, con lo stesso peso, su Kiev e su Gaza, su Mosca e sul governo di Israele, senza che gli aggettivi cambino a seconda di chi tiene il fucile.
La CGIL lo fa: so che il criterio è questo e che non dipende da quanta gente sia in piazza.
Il lascito del 27 ottobre si riassume in un paio di domande: chi decide, in un sindacato, che cosa è vero? qual è l’autonomia di un sindacato, e della CGIL in particolare? Nel 1956 la risposta fu chiara: la segreteria nazionale della CGIL. Di Vittorio avrà modo di esplicitare con coerenza a Livorno (4 novembre 1956) la posizione della CGIL: il consenso dei lavoratori. Settant’anni dopo l’autonomia del sindacato non ha più il partito come avversario e ha molti altri candidati: l’alleato, il governo amico, il campo, il sondaggio. Cambiano i nomi, la domanda resta: a chi risponde un sindacato quando i suoi iscritti, i suoi alleati e i suoi principi non dicono la stessa cosa?
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