Comincio dalla parte che non ammette repliche: chi lancia un sampietrino contro un funzionario di polizia o comunque contro un’altra persona, chi saccheggia un negozio, chi tira una bomba carta contro un ministero ha torto e la condanna non ha bisogno di un “ma” per essere piena.
Il “ma”, semmai, va indirizzato a chi governa e a chi si candida a governare, perché tra il sampietrino e il decreto manca un terzo passaggio, la risposta ai ragazzi, ed è su quel vuoto che si legge la frase con cui Landini ha chiuso il comizio della Via Maestra e che regge lo sciopero generale 20 novembre: la solidarietà è vera quando chi sta un po’ meglio si batte per chi sta peggio.
La solidarietà vera è se quelli che stanno un po’ meglio sono pronti a battersi perché quelli che stanno peggio migliorino la loro condizione
– Maurizio Landini
Sciopero generale 20 novembre: la frase di Landini che il rumore ha coperto
Il finale del comizio di Piazza del Popolo ha una sequenza precisa: Landini si dice responsabile, come segretario, davanti a diritti che arretrano, precarietà e salari bassi, e si chiede che mondo stia lasciando ai giovani; ricorda che i diritti non li ha regalati nessuno e che il sindacato lotta per quelli che i ragazzi oggi non hanno; chiama vera la solidarietà solo quando chi sta un po’ meglio è disposto a battersi per chi sta peggio; e subito dopo definisce lo sciopero un diritto costituzionale e annuncia che il 20 novembre la CGIL lo proclamerà.
Il 20 novembre la Cgil proclamerà lo sciopero generale in questo Paese, perché noi ci mettiamo a disposizione di questo processo democratico di cambiamento che rimette al centro il lavoro, i diritti e la giustizia sociale. Non ci fermerà nessuno
– Maurizio Landini
Per il Fatto è lo strumento più solidale, perché estende i diritti anche ad altri; l’ANSA ricorda che la data coincide con la mobilitazione europea degli studenti, e il manifesto titola sulla CGIL che si unisce agli studenti in lotta.
Si sta parlando degli adulti che lavorano, che hanno un contratto, una cattedra, una busta paga, e della responsabilità che hanno verso gli studenti. È un debito di generazione in forma sindacale: i minorenni non votano e per lo più non hanno un contratto da sospendere, la loro astensione è uscire da scuola e la risposta che ricevono, finora, è la questura. Il rumore ha fatto il resto: Libero mette Landini tra i «cattivi maestri», il giorno dopo che Landini aveva condannato le azioni criminali dichiarandosi dalla parte della polizia (LaPresse).
Il bilancio di oggi: la violenza, senza attenuanti
Dire che la violenza è stata minoritaria è vero e non basta, come ricorda il bilancio di lunedì 19 ottobre. Dopo i ventotto arresti e i centoquarantuno agenti feriti del 17, dati provvisori del Viminale, Milano ha avuto la domenica del bis: giovani incappucciati, vetrine spaccate, negozi saccheggiati, un primo dirigente di polizia colpito alla fronte da un sampietrino, danni stimati in almeno cinquecentomila euro. I fermati sono centosessanta per la Stampa, duecento per Repubblica, duecentoventi per il Corriere, con dodicenni tra loro; per l’Adnkronos, nella versione di Voce Nuova, le persone accompagnate in questura sono duecentosettantuno, duecentoventi delle quali minorenni. Le cifre cambiano con l’ora e con il verbo, e nessuna assolve nessuno.
Il vertice di Palazzo Chigi, concluso dopo un’ora e mezza con Meloni, Tajani, Salvini in collegamento, Piantedosi, Crosetto e i vertici delle forze dell’ordine e dell’intelligence, non ha prodotto un decreto: per l’agenzia non era previsto l’esame di bozze, e il Consiglio dei ministri di venerdì entrerebbe in gioco solo se si sceglierà l’urgenza. Restano le ipotesi: norme sui minorenni sul modello Caivano, il fermo preventivo esteso ai minori, la cauzione per gli organizzatori, Strade sicure, assunzioni e un reato associativo, proposto da Fratelli d’Italia, per chi organizza anche sui social la deriva dei cortei.
Nessuna rabbia, nessun carovita, nessun tetto agli alunni stranieri giustifica un sampietrino.
Chi usa la piazza: le strumentalizzazioni, da destra a sinistra
Le strumentalizzazioni sono l’altra metà del bilancio, e non richiedono né un collettivo né una chat: bastano un microfono e una sede di partito. La prima è la più esposta: il pacchetto sicurezza. Il fermo per i minorenni sta già nel disegno di legge sicurezza, in Senato dalla metà di luglio (Sky TG24), con il danneggiamento di gruppo e il divieto di aggregazione (Il Politico Web), e la cauzione per gli organizzatori era sul tavolo a febbraio, dopo Torino (Fanpage): la piazza non ha creato il decreto, gli ha fornito la scena. Quando poi l’ANSA riferisce che un esponente del centrodestra ha osservato, senza nome, che i disordini possono valere un paio di punti nei sondaggi, non c’è la prova che qualcuno li voglia: c’è la prova che qualcuno fa i conti, e una voce anonima va trattata come tale.
La seconda è il duello: Sala dice che in piazza Duomo c’erano pochi agenti, Piantedosi risponde con l’aggettivo che la destra tiene a portata di mano per i sindaci di sinistra, «radical chic» (Adnkronos). Mentre un ministro e un sindaco si contendono le colpe, Meloni chiede alle opposizioni di condannare (Newsistruzione, su fonte ANSA) come se la condanna fosse la risposta e non il prerequisito: chi doveva condannare ha condannato in ventiquattro ore, Landini, Schlein, Fratoianni, Bonelli e Sala, e Tajani ha giudicato flebili le condanne, perché il sillogismo non si soddisfa mai.
La terza è etnica. Libero apre sui delinquenti importati e sui baby criminali, molti di origine straniera (Libero); il Giornale parla di maranza e immigrati. Nella stessa edicola Repubblica descrive ragazzi autoconvocati su TikTok, senza appartenenza politica e sconosciuti alla polizia, Voce Nuova nota che i servizi al vertice non dimostrano alcuna regia e Il Politico Web, su fonti di polizia che non ho trovato altrove, conta sessanta stranieri su duecentosettantuno accompagnati, poco più di uno su cinque. Il dato per cittadinanza non misura l’origine, ma smentisce il titolo che ne fa un’importazione e anche quello che cerca un mandante: né le truppe di un sindacato né quelle di un’ambasciata.
La quarta è la saldatura. Il 14 ottobre Libero chiamava le tende degli studenti contro il caro affitti un campeggio elettorale e sosteneva, senza documentarlo nel pezzo, che l’UDU fosse finanziata dalla CGIL (Libero); il 18 metteva nella stessa pagina lo sciopero di Landini con gli studenti e la guerriglia di Bologna e Milano (Libero), e il Corriere nello stesso sommario la condanna di Meloni e lo sciopero della CGIL. È il racconto che incolla il sindacato ai caschi neri, e che trasforma ogni mano tesa in un finanziamento: non ha bisogno di prove, ha bisogno di ripetizione.
L’ultima è la mia parte. A sinistra, la stessa mattina, la prima pagina di Domani, accanto alla guerriglia di Milano, titola sulla candidatura di Schlein alle primarie, con Avs che prepara una manifestazione sul carovita e con Conte che aderisce: legittimo, naturale, ma è un calendario, non una riga di bilancio. E dichiaro l’interesse: sono un sindacalista della FLC CGIL, e questo articolo finisce invitando a scioperare. Se «strumentalizzare» significa usare una piazza per una causa, lo faccio apertamente; la differenza che rivendico è che lo sciopero ha un nome, costa a chi lo fa e si può verificare.
Quello che nessuno si prende in carico
Le richieste non sono un’atmosfera, sono voci di spesa. Gli studenti del 16 ottobre chiedevano, nella sintesi del Post, la sistemazione di edifici giudicati inadeguati e più risorse per l’istruzione, il ritiro del limite del trenta per cento ad alcune categorie di alunni stranieri (perché non si potrà applicare), una revisione di alternanza e modello 4+2, costi più bassi per materiali e trasporti.
All’università la campagna dell’UDU sul costo della vita studentesca mette in fila quattro voci per la manovra: 1,7 miliardi per le borse di circa trecentotrentamila idonei, 4 per alloggi pubblici, 2 per azzerare gradualmente le tasse, 1,5 per trasporti, mense e assistenza psicologica. Sono le tende della generazione in tenda, spostate da Montecitorio a Piazza del Popolo per confluire nella Via Maestra.
Il governo ha risposto in tre modi.
Con un aggettivo: Valditara ha parlato di aggressione alle istituzioni e di «teppismo politico» (Il Post).
Con un numero contestato: la ministra Bernini rivendica sessantatremila posti letto, ma per Pagella Politica ne sono realizzati circa trentatremila, altri trentamila arriveranno nel 2027 e l’obiettivo del PNRR, sessantamila entro metà 2026, era stato ridotto a trentamila più un fondo di Cassa depositi e prestiti, per il quale basta assegnare i finanziamenti.
L’intervista in edicola oggi sulla Gazzetta di Parma lo ripete e, nell’estratto che ho letto, accusa la sinistra di usare le tende per la campagna elettorale, con la formula di Libero: la tenda di chi non trova una stanza diventa «campagna elettorale», il posto letto non consegnato diventa una risposta. E con un pacchetto di ordine pubblico: nell’elenco di Palazzo Chigi ci sono fermi, cauzioni, minorenni, assunzioni, non un’aula, una borsa, un abbonamento ai mezzi. L’unico denaro che compare viaggia dalla piazza allo Stato: la cauzione degli organizzatori e, nelle parole di Crosetto, il risarcimento immediato dei danni (ANSA). In Francia, scrive il Corriere, Macron ripete che chi distrugge paghi, dopo i licei a cui lo Stato ha risposto con la polizia (ne avevo scritto).
L’opposizione? Nelle cronache di oggi non c’è una mozione, un emendamento, un numero sulle richieste degli studenti: c’è una condanna, una candidatura, una manifestazione, e Renzi che chiede un ministro nuovo invece di una legge nuova (ANSA). Rispettabile, ma non ripara un tetto. Il lessico del «disagio» fa comodo per questo: a destra giustifica l’ordine pubblico, a sinistra l’ascolto, e nessuno dei due sposta una virgola di bilancio (ne avevo scritto); il carovita da cui partivano i cortei lo certifica, senza volerlo, il Sole 24 Ore: per ventotto agevolazioni fiscali i limiti di spesa sono fermi in media da sedici anni, e l’inflazione ne mangia il valore.
Una mano agli studenti: la risposta è lo sciopero del 20 novembre
Se la frase di Landini è un criterio, lo sciopero è la procedura. La CGIL chiede risposte già nella prossima legge di bilancio, con cifre: salari e pensioni, la restituzione di 4,5 miliardi di drenaggio fiscale, un contributo dell’uno per cento sui patrimoni netti oltre i due milioni che il sindacato stima in venticinque-ventisei miliardi, il no alle armi.
Del salario ho scritto nel 90% di un salario povero.
Lo sciopero ha le tre cose che la guerriglia non ha: un nome, perché chi lo proclama risponde in proprio; un costo, perché la giornata di paga la perde il lavoratore e non il commerciante di via Torino; una piattaforma. Landini lo ha definito un diritto costituzionale: un diritto non si «strumentalizza», perché è già politico per definizione.
Il sampietrino si condanna in un’ora, e infatti l’abbiamo fatto tutti; la risposta ai ragazzi richiede una legge di bilancio; lo sciopero richiede una giornata di paga. La solidarietà, a differenza della condanna, costa, ed è per questo che non entra nei comunicati: a pagarla è la parte del Paese che sta un po’ meglio, cioè chi legge, chi insegna, chi ha un contratto. Il 20 novembre, un venerdì, ci dirà quanti siamo. Intanto, tra il decreto sulla piazza e il capitolo di spesa sulle aule, quale dei due vedremo prima in Gazzetta Ufficiale?
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