In questi giorni, suona la prima campanella per milioni di studenti italiani, e la sesta ondata di calore dell’estate 2026 non ha alcuna intenzione di andarsene prima: le previsioni meteo per i prossimi giorni continuano a segnalare temperature ben sopra la media di stagione in gran parte del Paese, con punte critiche proprio nelle ore centrali della mattina in cui si concentrano le lezioni.
Da giorni il dibattito pubblico si concentra, come ogni anno, sul calendario scolastico (si comincia troppo presto? si dovrebbe spostare l’avvio a ottobre?), ma discutere solo di quando aprire le scuole significa guardare il problema dalla parte sbagliata del cannocchiale. Il tema vero, quello che nessun rinvio di qualche giorno può risolvere, è lo stato degli edifici in cui bambini e ragazzi passeranno le prossime ore più calde dell’anno: e su questo fronte, a differenza che sul calendario, i numeri raccontano una storia di investimenti mancati che dura da anni.
- 57 euro a classe: quanto vale davvero l'annuncio di Valditara sul raffrescamento
- Il vero problema è l'edilizia scolastica, non il calendario
- Cosa possono fare RSU e RLS nelle scuole, da subito
- Quando inizia davvero la scuola, se fa troppo caldo?
- La Lombardia non fa eccezione: agibilità sotto la media nazionale, nonostante gli investimenti
- Il calendario, la didattica, e la domanda che nessuno si pone
57 euro a classe: quanto vale davvero l’annuncio di Valditara sul raffrescamento
Il 2 settembre la Federazione Lavoratori della Conoscenza CGIL ha fatto i conti in tasca all’ultimo annuncio del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, che si è vantato di aver stanziato 20 milioni di euro per apparecchi e dispositivi di raffrescamento nelle scuole. Come denuncia la FLC CGIL, spalmati sulle circa 350mila classi italiane quei 20 milioni si riducono a poco più di 57 euro per aula: una cifra, si legge nel comunicato, “del tutto insufficiente” a fronte delle condizioni estreme che alunni e personale si apprestano a vivere.
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Il sindacato è ancora più netto sulle responsabilità politiche: “dopo aver sprecato l’occasione di rendere efficaci i finanziamenti del PNRR per l’efficientamento energetico, il Ministro dimostra ora di non avere chiara l’entità della spesa necessaria“. Non a caso, il giorno prima, la segretaria generale FLC CGIL Gianna Fracassi aveva posto la questione nei termini più diretti possibili: se fa troppo caldo, ha detto, bisogna essere pronti a spostare l’inizio delle lezioni, perché “in alcuni territori è impossibile stare 5-6 ore in classe in 20-30 persone”. Anche a livello locale la stessa organizzazione ribadisce la stessa richiesta chiedendo in questi giorni confronti con gli enti locali proprietari degli edifici e con i Consigli di Istituto per programmare interventi concreti di adeguamento e miglioramento dei locali scolastici, con l’obiettivo realistico di arrivare preparati almeno alla prossima stagione estiva, un obiettivo che, va detto, richiederebbe di cominciare a lavorarci fin da ora, non alla vigilia della prossima ondata di calore.
Il vero problema è l’edilizia scolastica, non il calendario
Spostare l’inizio delle lezioni di qualche giorno, però, cura il sintomo e non la malattia. La FLC CGIL lo aveva già messo nero su bianco a fine agosto, commentando un altro annuncio ministeriale, quello di un decreto da 114,4 milioni di euro per la sicurezza degli edifici scolastici, presentata da Valditara come “priorità strategica”. Peccato che, nel giro di pochi mesi, il Ministero sia stato “costretto a pubblicare ben tre decreti di proroga e differimento dei termini”, la prova più eloquente che quella priorità, sulla carta, non si traduce in cantieri aperti.
Dietro l’annuncio si nasconde un dato ben più allarmante, emerso dalla Relazione della Corte dei conti sul Rendiconto 2025: oltre il 41% degli edifici scolastici italiani è privo di collaudo statico, il 56% non ha nemmeno l’agibilità, e la capacità di spesa del Ministero sui fondi destinati all’edilizia si è fermata al 26%. Il risultato è che 2,3 miliardi di euro restano bloccati nel Fondo unico per l’edilizia scolastica come “residui passivi”, soldi già stanziati, ma mai arrivati a un cantiere. La magistratura contabile ha individuato con chiarezza il collo di bottiglia: molti Comuni, soprattutto quelli più piccoli, non hanno personale tecnico e amministrativo sufficiente per progettare gli interventi e avviare i lavori. Il correttivo proposto dal governo nel disegno di legge di Assestamento di bilancio (167 milioni di euro destinati ai Comuni) copre solo le spese di progettazione, non un euro in più per le opere vere e proprie: un rattoppo che lascia intatto il nodo di fondo.
La FLC CGIL chiede da mesi due cose distinte e complementari: rafforzare stabilmente gli enti locali con personale tecnico dedicato e allargare la definizione stessa di “sicurezza scolastica” fino a includere esplicitamente l’adattamento climatico degli edifici, non più soltanto collaudo statico, agibilità, prevenzione incendi, ma anche la capacità concreta di garantire un microclima vivibile durante le ondate di calore che, come dimostra questa sesta ondata di fila, non sono più un’eccezione estiva ma una condizione strutturale con cui l’anno scolastico dovrà fare i conti sempre più spesso.
Cosa possono fare RSU e RLS nelle scuole, da subito
Mentre la partita sui grandi numeri si gioca fra Ministero, Corte dei conti e Comuni, è necessario coordinare anche un piano di azione immediato per chi lavora ogni giorno dentro gli istituti. I Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS) e le RSU possono:
(1) chiedere al dirigente scolastico l’aggiornamento tempestivo della valutazione del rischio microclimatico all’interno del Documento di Valutazione dei Rischi, tenendo conto degli eventi climatici estremi di questi mesi;
(2) verificare che le misure di prevenzione individuate nel DVR siano davvero attuate ed efficaci, non solo scritte sulla carta;
(3) e chiedere la convocazione urgente del Servizio di Prevenzione e Protezione per concordare misure organizzative, informative al personale ed eventuali solleciti agli enti locali proprietari degli immobili.
Diventa importante in questo momento diffondere una consapevolezza che oggi manca quasi del tutto, non solo fra i lavoratori ma perfino fra famiglie e studenti: il benessere psico-fisico, a partire dalle condizioni del microclima in aula, non è un fastidio da sopportare in silenzio, ma un diritto tutelato dalle norme sulla sicurezza sul lavoro. Sono passi che qualunque RSU o RLS può avviare da lunedì stesso, senza dover attendere l’esito delle trattative sui grandi fondi nazionali: la differenza fra un DVR aggiornato sul serio e uno lasciato fermo all’anno precedente, in una settimana di allerta caldo estremo, non è affatto teorica.
Quando inizia davvero la scuola, se fa troppo caldo?
È la domanda che più di ogni altra sta circolando in queste ore, ed è anche quella più fraintesa. Non esiste, a oggi, una norma nazionale che consenta di rinviare automaticamente l’apertura delle scuole per ondata di calore: il calendario scolastico resta competenza delle Regioni, che lo fissano entro i vincoli del monte ore annuale obbligatorio, e ogni deroga locale per eventi eccezionali passa dalle ordinanze dei singoli dirigenti scolastici o, al più, dei sindaci, come già accaduto in alcune città del Sud negli anni scorsi.
È esattamente per colmare questo vuoto normativo che la FLC CGIL chiede da mesi un intervento strutturale e non lasciato all’iniziativa isolata di ogni singolo istituto: un conto è la gestione dell’emergenza acuta, un altro è la costruzione di edifici capaci di reggere normalmente le temperature che, ogni estate di più, si spingono oltre la soglia di sicurezza anche a settembre inoltrato.
La Lombardia non fa eccezione: agibilità sotto la media nazionale, nonostante gli investimenti
Chi pensasse che il problema riguardi solo il Mezzogiorno, o le regioni con minore capacità di spesa, dovrebbe guardare ai dati della Lombardia, la regione più ricca d’Italia, quella con la maggiore capacità amministrativa presunta. Il XXV Rapporto Ecosistema Scuola di Legambiente, pubblicato a settembre 2025 con dati aggiornati al 2024, certifica una situazione lombarda peggiore della media nazionale su uno degli indicatori più critici: il collaudo statico degli edifici scolastici in Lombardia si ferma al 25,4%, contro una media nazionale già bassa del 45,2%. È letteralmente la metà.
A pesare su questo dato è soprattutto Milano: su 432 edifici scolastici del capoluogo, solo 9 risultano in possesso del collaudo statico. Sul fronte amianto, i monitoraggi condotti in cinque città lombarde — Bergamo, Brescia, Cremona, Mantova, Varese — hanno individuato cinque edifici ancora contaminati, tre soltanto a Cremona. Sulla vulnerabilità sismica, solo Brescia, l’unica città lombarda in zona sismica 2, ha certificato il 100% dei propri edifici; le altre province, pur non obbligate perché in zone a rischio inferiore, restano scoperte da verifiche sistematiche.

Il paradosso è che questi dati arrivano dopo anni di investimenti tutt’altro che trascurabili. Secondo il monitoraggio ufficiale di Regione Lombardia, il PNRR ha mobilitato sul territorio lombardo oltre un miliardo di euro per l’edilizia scolastica, con centinaia di interventi distribuiti fra grandi città e piccoli Comuni; il solo Comune di Milano ha attivato un investimento complessivo di circa 89 milioni di euro, di cui 56 milioni di fondi PNRR diretti, destinati proprio a interventi di messa in sicurezza e riqualificazione del patrimonio scolastico cittadino. A questo si è affiancato il programma regionale “Spazio alla Scuola”, finanziato con 60 milioni di euro per il periodo 2022-2026 per la realizzazione di edifici scolastici innovativi. Sono cifre importanti, ma la scadenza di completamento degli interventi PNRR, fissata a giugno 2026, è già arrivata: e i dati sul collaudo statico, aggiornati proprio a ridosso di quella scadenza, mostrano che l’investimento economico, da solo, non si è ancora tradotto in un incremento proporzionale delle certificazioni di sicurezza. È la stessa dinamica denunciata a livello nazionale dalla FLC CGIL: senza personale tecnico stabile nei Comuni capace di trasformare i fondi in progetti approvati e collaudi effettivi, anche un miliardo di euro rischia di produrre cantieri aperti più lentamente di quanto la carta stampata annunci.
Il calendario, la didattica, e la domanda che nessuno si pone
È lo stesso schema di cui scrivevo pochi giorni fa, quando notavo che nessuno ascolta la didattica nelle discussioni che ogni anno tornano puntuali sul calendario scolastico: si litiga sulla settimana corta, sul numero di giorni di vacanza, su quando cominciare e quando finire, ma quasi mai qualcuno si chiede cosa serva davvero perché, in quei giorni, si possa insegnare e imparare in condizioni decenti.
Il caldo di queste settimane è la versione più fisica e immediata di quello stesso vuoto: prima di discutere se spostare l’inizio delle lezioni di qualche giorno, servirebbe chiedersi perché, a distanza di anni dai primi allarmi, oltre la metà degli edifici scolastici italiani resti priva di agibilità e più di 2 miliardi di euro già stanziati restino bloccati in un fondo che nessuno riesce a spendere.
Fra 57 euro a classe per un ventilatore e 2,3 miliardi bloccati per mancanza di progettisti comunali, la distanza fra propaganda e sostanza non potrebbe essere più chiara. Il calendario scolastico può essere discusso, e probabilmente andrà rivisto in un futuro non lontano per tenere conto di un clima che cambia, ma la vera priorità, quella che nessun rinvio di qualche giorno può sostituire, resta un piano pluriennale di messa in sicurezza e adattamento climatico degli edifici scolastici, con i tecnici, i fondi e la volontà politica per farlo funzionare davvero, non solo per annunciarlo alla vigilia della prima campanella.
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