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In Italia non ci sono meno giorni di scuola: ce ne sono più che altrove. Tutti parlano di riformare la scuola, ma la didattica non ha mai voce in capitolo.

mondoscuola 7 minuti di lettura

Mancano poco più di dieci giorni all’inizio ufficiale dell’anno scolastico, e come ogni anno si ripete lo stesso copione: cattedre scoperte, organici incompleti, aule da sistemare all’ultimo momento. Quest’anno si aggiunge un capitolo nuovo, la fine dei fondi del PNRR per la scuola, e si ripropongono i soliti dibattiti sul calendario e sulla settimana corta.

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Tutte discussioni legittime, per carità, così come la lunghezza delle vacanze di Pasqua, di Natale, di Carnevale, i ponti etc. Ma se le si guarda in fila, emerge un problema più serio di ciascuna presa singolarmente: quasi nessuna di queste discussioni parte dalle esigenze dell’apprendimento. Partono quasi sempre da qualcos’altro — le esigenze delle famiglie che lavorano, il turismo, il risparmio sui costi di gestione — e la didattica, quando compare, compare per ultima, come un vincolo da rispettare a fatica, non come il punto di partenza.

Il rituale di agosto: cattedre scoperte e fondi che finiscono – Il primo capitolo è, come sempre, il precariato. Le stime più recenti parlano di 200-230mila supplenti che ogni anno tengono in piedi il sistema scolastico italiano, e per l’anno 2026/2027 risultano ancora scoperti oltre 35mila posti comuni, in attesa dell’autorizzazione del Ministero dell’Economia per essere trasformati in immissioni in ruolo. Le nuove Graduatorie Provinciali per le Supplenze 2026-2028, con l’inserimento degli abilitati tramite i percorsi da 30 e 60 crediti formativi universitari, hanno aperto nuove strade di accesso, ma i sindacati — Flc Cgil, Cisl Scuola e Uil Scuola concordi — continuano a chiedere un piano pluriennale straordinario di stabilizzazione, con immissioni in ruolo annuali almeno pari al numero dei pensionamenti: una richiesta che, di riforma in riforma, resta sempre la stessa, e che avevo già messo nero su bianco parlando della gerarchizzazione del sistema scolastico, a proposito del modo in cui le risorse per la formazione e la contrattazione finiscono per essere sottratte proprio al personale precario ed educativo. È una fotografia che si ripete identica da anni, a prescindere da chi governi: le assunzioni non bastano mai a coprire il fabbisogno reale, e la scuola riparte ogni settembre affidandosi a un esercito di insegnanti a tempo determinato che, semplicemente, non dovrebbe essere strutturalmente necessario in un sistema pubblico funzionante.

A questo si aggiunge, quest’anno, la chiusura del capitolo PNRR: il termine per rendicontare tutti i progetti finanziati con le risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza è scaduto lo scorso 30 giugno, e dall’anno scolastico 2026/2027 l’accesso a quei finanziamenti non sarà più garantito. Per molte scuole si è trattato dell’investimento più significativo degli ultimi decenni — nuovi laboratori, aule innovative, interventi di digitalizzazione — e ora quel canale si chiude, senza che sia chiaro con quali risorse ordinarie andranno mantenuti, aggiornati o anche solo riparati gli strumenti acquistati in questi anni. Anche qui, la domanda pedagogica — questi investimenti hanno davvero cambiato la qualità dell’insegnamento, o sono rimasti tecnologia parcheggiata nei laboratori, come avevo già segnalato a proposito dei rischi del piano Scuola 4.0, con scuole trasformate in “progettifici” più che in laboratori di didattica reale? — resta sullo sfondo, schiacciata dall’urgenza amministrativa di chiudere le pratiche in tempo.

Il mito dei “pochi giorni di scuola” – Ogni volta che si discute di calendario scolastico, torna puntuale un luogo comune:

in Italia si va a scuola meno che nel resto d’Europa, quindi si può tranquillamente allungare l’anno, tagliare le vacanze, aggiungere ore.

È un luogo comune, ed è semplicemente falso. Secondo un recente rapporto Eurydice sull’organizzazione del tempo scuola in Europa, l’Italia è fra i paesi con più giorni di lezione dell’intero continente: 200 giorni l’anno, esattamente come la Danimarca, contro una media europea di circa 180 e un minimo di 156 giorni in Albania. Non solo: l’Italia ha anche il monte ore settimanale più alto d’Europa, fra le 30 e le 36 ore, che salgono fino a 40 nel tempo prolungato, contro le 26 ore settimanali della Francia e le 28-30 della Germania. Chi sostiene che i nostri studenti stiano a scuola meno degli altri europei, semplicemente, non ha letto i dati: se qualcosa colpisce, semmai, è che a fronte di tutto questo tempo scuola l’Italia continui a registrare risultati Pisa sotto la media OCSE in lettura, matematica e scienze. Il problema, quindi, non è quanti giorni si sta a scuola: è cosa succede, didatticamente, in quei giorni — una domanda che nessuna riforma del calendario, finora, si è davvero posta.

Settimana corta e calendario Santanchè: tutto, tranne la didattica – Sul fronte della settimana corta, il trend è in crescita: sempre più istituti superiori, specie al Nord, adottano l’orario concentrato dal lunedì al venerdì, presentandolo come una scelta di “modernizzazione”. Ma se si guardano gli argomenti usati per giustificarla, la didattica non compare quasi mai: si parla di risparmio sui costi di apertura degli edifici, di allineamento agli orari di lavoro dei genitori, di benessere psicofisico degli studenti inteso soprattutto come “meno ore chiuse in classe”. Al contrario, il calo demografico che sta svuotando le classi italiane potrebbe essere, per esempio, l’occasione storica per ridurre il numero di alunni per classe, la riforma pedagogicamente più efficace che si potesse immaginare, per aumentare ad invarianza di organico il tempo scuola, e invece viene usato per tagliare organici e accorpare plessi, mentre il sabato libero diventa la “conquista” di cui vantarsi sui social. È lo stesso meccanismo, del resto, che da anni accompagna la sperimentazione degli istituti superiori quadriennali, pensati per comprimere in quattro anni un percorso che altrove dura cinque: la giustificazione ufficiale parla di allineamento agli standard europei, quella reale, quando si scava, riguarda quasi sempre il risparmio di un anno di organico e di costi alunno, non l’esistenza di prove solide che comprimere i tempi di apprendimento non danneggi la qualità della formazione.

Il caldo, l’unica vera urgenza infrastrutturale – C’è però un problema che con la didattica ha davvero a che fare, ed è quello che tutte le discussioni sul calendario tendono a ignorare: le condizioni materiali in cui si insegna e si impara. L’estate 2026 ha portato la quarta e più lunga ondata di calore dell’anno, e il dibattito sulla riapertura delle scuole si è fatto pressante: fra chi ritiene che addirittura l’inizio delle lezioni dovrebbe essere posticipato a ottobre per evitare aule surriscaldate a chi ha ricordato che servirebbe climatizzare 400mila aule e mettere in sicurezza 40mila edifici, un intervento stimato in circa un gigawattora di consumo elettrico aggiuntivo. Nel frattempo, meno del dieci per cento degli edifici scolastici italiani dispone di climatizzazione, e la ricerca è piuttosto netta su un punto: ogni giorno sopra i 26 gradi riduce misurabilmente i risultati degli studenti.

La scuola, per legge, è equiparata a un luogo di lavoro: l’articolo 2087 del Codice civile impone di tutelare l’integrità fisica di chi la frequenta, gli articoli 28 e 29 del decreto legislativo 81 del 2008 impongono la valutazione dei rischi connessi al microclima. Sono obblighi che, per la scuola, restano in larga parte sulla carta.

Ecco il paradosso più stridente di tutti: si discute animatamente se togliere un giorno di lezione al sabato o se anticipare le vacanze estive per il turismo, mentre il problema strutturale reale — un edificio scolastico su dieci in grado di garantire una temperatura decente — resta sullo sfondo, senza che nessuno stanzi le risorse necessarie a risolverlo. E se davvero, come si sente ripetere, “l’Europa ce lo chiede” ogni volta che si tratta di tagliare qualcosa, sarebbe interessante sapere perché la stessa urgenza europea non si applichi mai quando si tratta di finanziare l’adeguamento climatico degli edifici scolastici, che di fondi europei — passati, presenti e futuri — avrebbe un bisogno molto più concreto di qualunque riforma del calendario.

Precariato, fine del PNRR, settimana corta, calendario turistico, licei quadriennali, aule roventi: sono facce dello stesso problema, non problemi diversi. In ognuna di queste discussioni non compare mai l’esigenza di una didattica sostenibile e la pedagogia, quando compare, compare come postilla, non come criterio. Forse il primo passo, prima di discutere se togliere il sabato o spostare l’inizio delle lezioni, sarebbe chiedersi una cosa sola: chi, in questo dibattito, sta davvero parlando a nome di chi deve imparare e di chi deve insegnare?


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