La crisi della saggistica ha in Italia una misura documentata: nel 2025 le copie vendute di saggistica generale sono calate del 3,3% e quelle di saggistica specialistica del 10,6%, secondo i dati dell’Associazione italiana editori, dentro un mercato dei libri che perde nel complesso il 3% dei volumi.
Il 23 ottobre la newsletter Ellissi ha chiesto perché si vendano sempre meno saggi e ha indicato la stanchezza da notizie e la concorrenza di podcast, reel e video esplicativi; negli stessi giorni circola un saggio uscito a febbraio, Stiamo tornando al Medioevo di Giuseppe Sergi (Laterza), che confronta con le fonti l’immagine di Medioevo evocata ogni volta che il presente va male. Le due notizie riguardano chi stabilisce quali idee arrivano a un pubblico e con quali immagini del passato quel pubblico ragiona. Resta da capire se il calo dipenda soprattutto da lettori stanchi o da un sistema che ha ristretto la scelta di chi pubblica, di chi compra e di chi paga. Il libro di Sergi non viene recensito qui: ne riferiscono la scheda editoriale, la presentazione di Stroncature e la lettura di Antonio Brusa, perché un giudizio sul volume richiede una lettura integrale che non ho ancora compiuto (dunque si tratta di una segnalazione). Certo che apre delle domande alle quali bisognerà poi dare delle risposte.
- I numeri: un calo di copie, con differenze che pesano
- La spiegazione comoda: il lettore stanco
- Chi decide che cosa si pubblica: piattaforma, promozione, Stato
- Sergi e il Medioevo come categoria di arretratezza
- Gramsci: la crisi della saggistica come questione di egemonia
- Tre saggi in una newsletter, e chi decide
I numeri: un calo di copie, con differenze che pesano
Nel 2025 il mercato dei libri ha venduto 99,5 milioni di copie (meno 3%) per circa 1,5 miliardi di euro (meno 2,1%): sono dati dell’Associazione italiana editori (30 gennaio 2026). Dentro quel quadro la saggistica generale cede il 3,3% delle copie e quella specialistica il 10,6%; la fonte esprime le variazioni in copie e non fornisce quelle in valore.
La serie comincia prima. Il Post collocava nel dicembre 2024, sulla base delle dichiarazioni di Giovanni Peresson dell’ufficio studi AIE, l’inizio del calo nel 2022, dopo la crescita del periodo pandemico, e Ellissi indica per quell’anno una flessione della saggistica del 12%. Negli Stati Uniti, Paul Elie riferisce (New Republic) un calo dell’8,4% in un anno secondo NielsenIQ, il doppio della narrativa, e Ellissi attribuisce ai libri di politica e attualità un calo del 19% (cifra che la newsletter riprende da fonti esterne). Numeri simili indicano un settore in sofferenza, lontano dall’estinzione di un genere: il titolo di questo articolo concede all’ironia più dei numeri.
La spiegazione comoda: il lettore stanco
La spiegazione più diffusa assegna la responsabilità ai lettori. Ellissi parla di una stanchezza da notizie che colpisce anche i libri e di formati più facili da fruire; Pamela Paul osserva a Marketplace che oggi molti ascoltano podcast dove un tempo leggevano libri di storia; Elie ricorda che il 40% degli americani non ha letto un libro nel 2025, secondo YouGov. Il quadro è documentato e ha il pregio di non chiamare in causa nessuno che possa rispondere: un pubblico stanco non convoca conferenze stampa e non presenta bilanci.
L’ipotesi della stanchezza spiega meglio i libri d’attualità che le monografie. Se i lettori fuggissero dalle notizie, la flessione dovrebbe concentrarsi sui volumi che le notizie commentano, mentre nei dati AIE il risultato peggiore tocca ai saggi specialistici, che commentano poco o niente. Il Post, riportando Peresson, indicava per il calo del 2024 altri fattori: nessun bestseller capace di portare nuovi lettori, minore potere d’acquisto delle famiglie, un mercato retto da lettori deboli e occasionali, la sostituzione del bonus 18app con carte dai requisiti più limitati e l’eliminazione di un finanziamento annuo da 30 milioni alle biblioteche. Carte e finanziamenti sono decisioni del governo, benché la fonte le presenti in forma impersonale.
Chi decide che cosa si pubblica: piattaforma, promozione, Stato
Tajja Isen sostiene nel Walrus del 21 ottobre che la colpa attribuita ai lettori nasconde le scelte degli editori. Secondo Isen gli editori acquistano la saggistica soprattutto in base alla piattaforma dell’autore, cioè alla competenza e al pubblico che già possiede; rivolgono la promozione a chi è già interessato al tema, senza costruire un caso editoriale come per un esordio narrativo, e gli agenti chiedono agli autori di dimostrarsi esperti con pubblicazioni precedenti su grandi testate. Quando le vendite calano, scrive Isen, un editore ha ritirato il sostegno promozionale a un memoir poco prima dell’uscita, le riunioni di acquisizione scartano alcuni progetti perché giudicati troppo piccoli e gli editori chiedono ad alcuni autori di rendere il libro più commerciale.
Il meccanismo descritto da Isen riguarda il Nord America, e nessuna delle fonti italiane consultate documenta una selezione per piattaforma negli editori italiani. In Italia a perdere di più sono le case editrici piccole e medio-piccole: nel 2024, secondo il Post, quelle con fatturato tra 1 e 5 milioni persero il 9,4% delle copie e le più piccole il 5,7%, mentre i grandi gruppi meno dell’1%. Sul versante pubblico, nel mio articolo del 9 ottobre ho ricostruito che il fondo da 60 milioni del Decreto Cultura per le biblioteche è il principale motore della ripresa del 2026 e che la domanda privata resta ferma.
Il catalogo sopravvive dove c’è liquidità: nel pezzo su Anne Carson e il Nobel ho mostrato che il catalogo italiano della poetessa regge su piccoli editori, cresciuti solo grazie ai bonus statali. Nel pezzo sul festival e il suo doppio ho scritto che lo Strega e la concentrazione editoriale orientano la visibilità dei libri, in parte come la piattaforma per Isen.
Sergi e il Medioevo come categoria di arretratezza
Il libro esce nella collana I Robinson. Fact Checking di Laterza il 20 febbraio 2026, in 176 pagine. La premessa è l’uso frequente, nei momenti di crisi, dell’espressione che dà il titolo al volume; Sergi, medievista che la scheda presenta tra gli storici italiani più autorevoli del periodo, smonta la piramide feudale, l’economia del baratto, il papa monarca assoluto e lo ius primae noctis. Stroncature osserva che dare del medievale a un fenomeno di oggi equivale spesso a pronunciare una sentenza prima di avere messo a confronto le epoche, e che le immagini del Medioevo, come epoca arretrata o come passato idealizzato, orientano le domande poste ai documenti e il modo di spiegare l’attualità.
Antonio Brusa, presidente della Società italiana di didattica della storia, scrive su Domani del 15 ottobre che Sergi contrasta da decenni il Medioevo insegnato. Per Brusa combattere gli stereotipi è parte del mestiere dello storico, molti stereotipi sono nati dentro la disciplina e circolano tra fiction, discorsi politici e manuali e Sergi concede perfino che il periodo fu piuttosto buio, passaggio che spiazza chi si attende una riabilitazione d’ufficio. Brusa riporta il discorso all’ambito scuola: le recenti Indicazioni nazionali per il curricolo poggiano a suo parere su una storiografia datata e trascurano il lavoro in classe sui documenti, e così favoriscono un Medioevo inventato, utile a fini politici.
Sul parere del CSPI relativo alle nuove Indicazioni per i licei la FLC CGIL ha votato contro, come riferisce il sito del sindacato.
Di tutt’altro avviso Jennifer Radulovic, nel libro che ho recensito il 21 ottobre, racconta il Medioevo dal punto di vista degli altri: nel 377 i Goti chiedono di entrare nell’Impero romano e i funzionari li tengono fuori dalle palizzate vendendo loro cibo a prezzi altissimi, finché il malcontento diventa rabbia; il parallelo con le politiche di accoglienza di oggi resta un’osservazione di chi scrive. Il volume di Sergi, d’altra parte, secondo la presentazione di Stroncature, propone di separare ciò che la ricerca ha accertato dalle ricostruzioni costruite nei secoli seguenti.
Gramsci: la crisi della saggistica come questione di egemonia
Nel saggio sul Quaderno 21, Marco Gatto ricostruisce le note in cui Gramsci osserva che in Italia manca una letteratura popolare in senso stretto: l’intellettuale tipico moderno si sente più vicino a Caro o a Pindemonte che a un contadino pugliese o siciliano, e il pubblico preferisce il romanzo d’appendice francese, preferenza che segnala una subordinazione a un’egemonia intellettuale e morale straniera, anche economica ed editoriale, per l’assenza di un blocco intellettuale nazionale. Gatto aggiunge che la categoria di nazional-popolare è scivolata dopo gli anni Sessanta verso il populismo culturale e il trash editoriale, e ne attribuisce l’esito alla rottura tra letteratura e politica.
Nel pezzo del 6 settembre sull’egemonia culturale ho ricordato che per Gramsci l’egemonia è direzione intellettuale e morale che precede il potere e si costruisce nella società civile, e che gli intellettuali sono una funzione sociale e non una casta. Il parallelo con il mercato dei saggi che propongo va preso come ipotesi di lettura: se la selezione degli autori passa per la piattaforma, il rapporto tra intellettuali e pubblico viene mediato da chi dispone già di un’audience, e il sapere prodotto da chi non ne dispone, la saggistica specialistica che perde il 10,6%, resta fuori dal circuito che dovrebbe renderlo pubblico.
Sul versante politico, nel pezzo del 1 settembre su Gramsci e la destra, commentando Andrea Minuz sul Foglio, ho ipotizzato che il progetto governativo di ribaltare l’egemonia culturale della sinistra con nomine e decreti si è ridotto a lottizzazione. Lo stesso governo dispone di una leva diretta sulla domanda di libri: ha sostituito la 18app con carte più restrittive, ha eliminato un finanziamento annuo da 30 milioni alle biblioteche e ha finanziato con il Decreto Cultura un fondo da 60 milioni.
Ci si può domandare se una politica che apre e chiude i rubinetti da un anno all’altro possa essere definita direzione intellettuale e morale, o se descriva meglio un acquirente di ultima istanza.
Tre saggi in una newsletter, e chi decide
La stessa Ellissi, che registra il calo, offre una controprova ironica, perché nei consigli di lettura segnala Il grande inganno dell’AI di Martina Pennisi (Solferino), Fondazione. I principi della civiltà artificiale di Luca De Biase (Apogeo) e Perché i politici dicono bugie di Giovanni Zagni (Piemme), direttore di Pagella Politica. Nessuno dei tre viene recensito qui, e tre titoli in una newsletter non provano niente sul mercato: indicano soltanto quale forma di saggio circola mentre le statistiche ne registrano la sofferenza, cioè volumi su temi che occupano già l’agenda pubblica. Il volume di Sergi nasce da un lavoro diverso, quello di un medievista che da decenni tratta lo stesso problema, in una collana che porta nel nome la dicitura Fact Checking: e questo ci riporta all’attualità che Isen descrive per gli editori nordamericani, ma manca una ricerca approfondita sul catalogo italiano.
Le fonti raccolte consentono di distinguere chi decide. Il governo stabilisce carte, bonus e finanziamenti alle biblioteche; gli editori selezionano autori e budget promozionali; il ministero scrive i curricoli e stabilisce quale Medioevo si insegna, con le critiche di Brusa e il voto contrario della FLC CGIL; il lettore è l’ultimo anello, e l’unico a cui la spiegazione più diffusa imputa la crisi. Nel mio articolo di ottobre ho chiesto misure stabili per biblioteche, piccoli editori e librerie. Il metodo che Stroncature attribuisce al volume di Sergi vale oltre il Medioevo: prima di annunciare un ritorno al passato, si chiede alle fonti che cosa dicano. Applicato al mercato dei saggi, il metodo restituisce un elenco di nomi e di decisioni, e resta da capire se, quando gli effetti del bonus saranno distinguibili dalle vendite, il mercato dei saggi risulterà sostenuto dai lettori o ancora dallo Stato.
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