Domenica 25 ottobre, alle elezioni in Serbia, la lista nata dalle proteste per la pensilina di Novi Sad ha ottenuto il 52,5 per cento dei voti e 140 seggi su 250, contro il 40,2 per cento e non più di 105 seggi del partito di Aleksandar Vučić, che davanti alle telecamere ha riconosciuto di avere perso. Il giorno prima, in Italia, il bilancio nazionale delle piazze riportava 4.292 persone identificate, 371 accompagnate negli uffici di polizia e 110 minorenni. La stessa domanda generazionale, fatta di casa, studio, salari e di una spesa militare che quei ragazzi non condividono, ha prodotto a Belgrado una maggioranza parlamentare e produce a Roma un fascicolo.
Nello stesso fine settimana il Brasile ha rieletto Lula e Israele si prepara a votare il 27 ottobre, in entrambi i casi con una destra o un’ultradestra da battere. La parte che interessa da vicino un sindacato italiano resta però quella serba: una lista senza nemmeno uno studente tra i candidati, uscita da due anni di piazze, è un laboratorio politico perché mostra a quali condizioni un movimento autoconvocato riesca a trattare con i partiti senza farsi assorbire, anzi determinando una forza politica che ha smosso l’equilibrio serbo.
- Le elezioni in Serbia e la lista senza studenti
- Plenum, firme e marce: la fabbrica della rappresentanza
- Complotto e «cattivo maestro»: il riflesso del potere
- L'altra comodità: i giovani «antipolitici»
- Brasile e Israele: la destra si batte con l'organizzazione
- Il centrosinistra, la CGIL e il laboratorio serbo
Le elezioni in Serbia e la lista senza studenti
I duecentocinquanta candidati non comprendono studenti, per scelta deliberata: il movimento ha voluto evitare che la mobilitazione diventasse una carriera personale, e centosessanta nomi appartengono al mondo accademico o a competenze specialistiche. La regola è costata il nome più noto: il rettore dell’Università di Belgrado, che il governo dava per probabile capolista, è stato escluso da un voto dei plenum, e un movimento che rinuncia al volto più riconoscibile pur di rispettare la propria procedura mostra di avere un’organizzazione prima ancora di avere un leader.
Le regole del voto hanno reso praticabile quella strada: proporzionale con collegio nazionale unico, soglia del 3 per cento e metodo d’Hondt, cioè un sistema in cui una lista nuova entra senza alleanze concordate in anticipo. Vučić, dimessosi a settembre per tornare a guidare il governo, dopo due mandati non potrà candidarsi alle presidenziali di dicembre. L’affluenza, tra il 65 e quasi il 70 per cento secondo stime che divergono, è la più alta dalla dissoluzione della Jugoslavia.
Plenum, firme e marce: la fabbrica della rappresentanza
Ogni facoltà applica la stessa procedura: si vota prima l’ordine del giorno, poi si discute e si decide punto per punto. I candidati rispondono a requisiti fissati prima, e la lista è stata depositata con oltre 69mila firme valide contro le diecimila richieste, mentre molti notai rifiutavano di autenticare le sottoscrizioni.
Il programma riguarda le stesse voci che compaiono nelle richieste dei ragazzi italiani: alloggi accessibili, libri di testo gratuiti, concorsi pubblici al posto delle nomine di partito e contratti a tempo indeterminato dopo dodici mesi invece di ventiquattro. Sono casa, studio e salari nella forma che un sindacato riconosce come propria, e sono rimaste fuori le questioni che dividono, l’Unione europea e il Kosovo, per cui i sostegni sono arrivati da forze lontanissime, dal Partito democratico alla destra nazionalista. La lista ha accettato quegli appoggi senza diventare un partito, ed è la forma di dialogo che interessa all’Italia, mentre resta aperta la questione di chi risponda delle scelte degli eletti davanti alle assemblee.
La campagna si è fatta camminando: colonne partite da Novi Sad, Zaječar, Gornji Milanovac, Valjevo e Šabac sono arrivate a Belgrado il 22 ottobre, alcune dopo sei giorni di cammino, per un comizio finale stimato in circa 150mila persone.
Complotto e «cattivo maestro»: il riflesso del potere
Quando una piazza sfugge alle categorie dell’ordine pubblico, il potere cerca un regista. A Belgrado Vučić ha accusato il movimento di essere sostenuto dall’estero, parlando di miliardi di euro e di indicazioni arrivate da fuori; a Roma il ministro della Difesa ha attribuito i fatti di Milano a una «guerra ibrida» di Stati che studierebbero con gli algoritmi le menti dei giovani. L’ipotesi non ha riscontri: il ministro dell’Interno ha detto che nessuna evidenza indica una regia, e le reti di disinformazione legate a Mosca hanno amplificato le proprie campagne sull’ondata di violenza senza effetti rilevanti. Il vicepremier ha respinto la pista russa per proporne un’altra, il legame tra comunisti e islamisti, e il bersaglio cambia mentre il ragionamento resta identico: le persone scendono in piazza soltanto se qualcuno le manovra.
Il fermo di Youssef Siher, il 24 ottobre, ha dato a quel ragionamento un volto. Il ricercatore trentenne è accusato di avere aizzato le piazze con la pagina Instagram del Movimento 17 ottobre e con un gruppo Telegram, con ipotesi di reato che vanno dall’istigazione a delinquere al terrorismo fino all’articolo 420-bis del nuovo decreto sicurezza.
Il nesso con i saccheggi è tutto da dimostrare, perché la pagina è nata dopo le manifestazioni del fine settimana, ma i titoli lo hanno già promosso a «ayatollah dei maranza», con una condanna che precede il processo. Il «cattivo maestro» sostituisce l’analisi delle cause con la ricerca del colpevole, e il ministro dell’Istruzione lo riconosce in chi parla solo di diritti e mai di doveri: una definizione che a rigore comprende ogni sindacato.
Walter Benjamin osservava nel 1921 che la polizia detiene un potere informe e spettrale, diffuso ovunque, perché non si limita a far rispettare la legge, ma ne stabilisce da sé i fini; un’analisi del 25 ottobre richiama il passo davanti ai 4.292 identificati. L’identificazione di massa non richiede un reato e produce comunque un archivio, mentre il decreto sicurezza e le nuove norme sui minori trasformano un corteo in un’istruttoria, sulla traccia di quanto è già accaduto in Francia.
L’altra comodità: i giovani «antipolitici»
La lettura speculare arriva da chi dovrebbe ascoltare: i giovani sarebbero «antipolitici», esasperati e privi di programma, e dunque interlocutori impossibili per un partito. La prima lettura assegna l’azione a un burattinaio, la seconda a nessuno, e in entrambi i casi chi governa, o si candida a farlo, risulta esonerato dal trattare.
I dati la smontano: gli studenti serbi nel febbraio 2025 dichiaravano di non fidarsi dei partiti e consideravano le elezioni un meccanismo truccato, e venti mesi dopo hanno costruito una lista, raccolto le firme e vinto: la diffidenza verso i partiti convive con la capacità di costruire rappresentanza.
In Italia le richieste esistono e si possono elencare: edifici scolastici, costi di trasporti e materiali, circa 1,7 miliardi per le borse di studio, con studenti in tenda davanti a Montecitorio. I ragazzi contestano una politica che trova miliardi per gli armamenti e fatica a restituire servizi pubblici. Le chiamate in piazza avvengono sui social, fuori da ogni intermediazione partitica, sindacale o movimentista, e questo fa la differenza con Belgrado: la rappresentanza non nasce da sola, la costruiscono plenum, regole e persone. Un’indicazione operativa arriva da chi suggerisce ai partiti di incontrare i rappresentanti dei ragazzi prima di scrivere un programma.
Brasile e Israele: la destra si batte con l’organizzazione
In Brasile il ballottaggio ha smentito il pronostico che avevo registrato il 6 ottobre, con Flávio Bolsonaro favorito dopo il 47,03 per cento contro il 45,16 di Lula al primo turno: Lula ha vinto con il 51,79 contro il 48,21, guadagnando 6,63 punti contro 1,18 dell’avversario. Lula ha promesso di governare coinvolgendo di più il popolo nelle decisioni: un presidente che vince di tre punti e mezzo e dichiara di dover cambiare il modo di governare riconosce che la sua base va organizzata, oltre che votata.
In Israele si vota il 27 ottobre e il risultato non è noto: i sondaggi assegnano alle opposizioni 55 seggi, al blocco di Netanyahu 51 e ai partiti arabi 14, senza che nessuno raggiunga i 61 su 120, mentre la mediana di settembre dà alla coalizione uscente 50 seggi contro i 64 del 2022 e il partito di Eisenkot in testa. L’ultradestra, con Otzma Yehudit attorno a 8 seggi e il Sionismo religioso attorno a 7, pesa quanto la sua capacità di decidere la maggioranza. L’aritmetica è semplice: le opposizioni a quota 55 arrivano a 61 soltanto con almeno sei dei quattordici seggi arabi, e dunque il blocco anti-Netanyahu vince se accetta di contare gli elettori che ha finora tenuto ai margini e se questi vanno a votare.
Il filo comune sta in questa operazione: la destra si batte quando l’opposizione costruisce una maggioranza con la parte di società che non contava, il Nordeste, l’elettorato arabo, gli elettori raccolti dalla lista serba, e smette di attendere la fine dell’onda.
Il centrosinistra, la CGIL e il laboratorio serbo
Le regole italiane lavorano in senso opposto a quelle serbe. La riforma elettorale votata dalla Camera a inizio ottobre assegna il premio di maggioranza a chi raggiunge il 42 per cento attraverso un listone nazionale concordato dalle segreterie prima del voto, con capilista bloccati: una lista nata dai plenum avrebbe davanti due strade, entrare nel listone di una coalizione alle condizioni delle segreterie oppure correre senza incidere sul premio. In Serbia il percorso è andato dall’organizzazione alle urne, in Italia il sistema chiede di negoziare prima di esistere, e resta da capire se il centrosinistra intenda usare questo potere di ammissione per includere o per selezionare.
L’ordine delle mosse serbo offre al centrosinistra un metodo: il programma viene prima dei nomi, il mandato arriva dalle assemblee e non dal profilo personale, come sostenuto in Contro la retorica dell’individualismo, e la trattativa si fa con rappresentanti riconoscibili.
Qui si apre lo spazio del sindacato. Finito il corteo, il malcontento si sposta nei luoghi di lavoro e nei luoghi della conoscenza, dove la CGIL ha sedi, delegati, contratti e assemblee: in Serbia i docenti hanno sostenuto le occupazioni subendo pressioni e blocchi degli stipendi, e il contratto stabile dopo dodici mesi è una rivendicazione sindacale scritta nel programma di una lista di studenti.
Per compattare questi movimenti e dare loro organizzazione, mi sembrano necessari almeno tre passaggi concreti: (1) aprire le sedi e le assemblee di scuole e atenei ai rappresentanti degli studenti, ma anche avviare delle assemblee e dei confronti ovunque sia possibile e con tutti i mezzi a disposizione; (2) garantire assistenza a chi è finito in un fermo [NON AI VIOLENTI!] e (3) costruire per il 20 novembre, giorno dello sciopero generale e della mobilitazione europea degli studenti, una piattaforma comune su borse, alloggi, edifici e salari d’ingresso.
L’autonomia dai partiti, che ho ricostruito a proposito del 1956, è la condizione perché una trattativa non diventi cooptazione.
La Serbia ha impiegato due anni, dal 1° novembre 2024 al 25 ottobre 2026, per passare dalla pensilina crollata alla maggioranza parlamentare, mentre le piazze italiane hanno poche settimane e un calendario di legge di bilancio, sciopero e campagna elettorale. Resta da vedere quale partito del centrosinistra accetterà di sedersi a un tavolo dove l’agenda la scrivono altri.
nota bibliografica ed approfondimenti
Le fonti si dividono in interne, cioè i miei pezzi già usciti sul blog, ed esterne, cioè cronache, analisi e newsletter di altri autori. Le prime reggono il quadro italiano (decreto sicurezza, legge elettorale, richieste degli studenti, autonomia del sindacato), le seconde i fatti di Serbia, Brasile e Israele e la ricostruzione del caso italiano. I dati sulle elezioni serbe sono provvisori: i conteggi delle testate non coincidono su affluenza e voti assoluti, e l’articolo li riporta con la stima più prudente.
Fonti interne. Il quadro penale in cui rientrano il fermo e le nuove ipotesi di reato è in Se non sai governare, decreta: l’ennesimo decreto sicurezza e lo Stato penale a basso costo (21 ottobre) e in Le sbarre ai ragazzi, lo scudo ai ministri (23 ottobre); la sequenza francese tra rivolta dei licei e risposta di polizia è in Francia, la rivolta dei licei: lo Stato risponde con la polizia (5 ottobre). Le richieste degli studenti e il calendario dello sciopero generale vengono da Sciopero generale 20 novembre: la violenza si condanna, il debito con gli studenti si paga (20 ottobre), mentre l’acampada davanti a Montecitorio è in La generazione in tenda (15 ottobre). Il pronostico sul ballottaggio brasiliano è in il pezzo su Brasile e Spagna (6 ottobre, il cui titolo si chiude con un punto interrogativo), le regole della nuova legge elettorale in Norberto Bobbio, le promesse non mantenute e lo Stabilicum verso il traguardo (4 ottobre), il metodo del mandato e dell’alleanza in Contro la retorica dell’individualismo la sinistra deve proporre risposte di forza collettiva (7 ottobre) e il tema dell’autonomia sindacale in Il 1956 di Togliatti e quello di Di Vittorio: l’autonomia del sindacato (18 ottobre).
Fonti esterne. I risultati serbi e le reazioni europee vengono dalla cronaca di Emanuele Bonini su Eunews del 26 ottobre (52,5 per cento, 140 seggi, 40,2 per cento per il partito di Vučić, affluenza più alta dalla dissoluzione della Jugoslavia) e dalla cronaca di Susanna Picone su Fanpage del 25 ottobre (circa 2,2 milioni di voti contro 1,72 milioni e le parole di Vučić sulla sconfitta), che indicano un’affluenza diversa, 64,9 per cento la prima e vicina al 70 la seconda. Le regole del sistema elettorale, le dimissioni di Vučić a settembre e il limite dei due mandati per le presidenziali di dicembre sono nella cronaca di Sky TG24 del 25 ottobre, scritta a seggi aperti. La composizione della lista, la scelta di non candidare studenti, l’esclusione del rettore, le firme; il programma sull’Unione europea e sul Kosovo, l’appoggio dei partiti e il sostegno dei docenti alle occupazioni vengono dall’articolo di Mattia Lamberti su Vita del 23 ottobre, dove la parte sulla responsabilità degli eletti verso le assemblee è presentata come questione aperta. Le interviste agli studenti, i centosessanta nomi accademici o specialisti, il programma in undici punti e le sei giorni di cammino sono nel servizio di Alessandra Mancini su Open del 23 ottobre; il comizio del 22 ottobre, le città di partenza delle colonne, la stima di 150mila presenze e l’accusa di Vučić di un finanziamento estero sono nell’articolo del Post del 23 ottobre.
Il funzionamento dei plenum, i requisiti dei candidati e le quote per facoltà sono nell’intervista di Federico Baccini ad Aleksa Popović per l’Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa del 19 marzo 2026, anteriore al voto e quindi descrittiva dei criteri di allora. Dalla stessa testata uso la cronaca di Danijela Nenadić sul deposito della lista del 17 settembre (notai che rifiutano di autenticare le firme) e quella sulla vigilia del voto del 23 ottobre (le parole di Vučić su miliardi e indicazioni dall’estero). L’atteggiamento degli studenti verso i partiti nel 2025 viene dall’episodio della newsletter BarBalcani del 22 febbraio 2025.
Per l’Italia, il bilancio delle piazze del 24 ottobre (4.292 identificati, 371 accompagnati, 110 minorenni) e il richiamo al saggio di Walter Benjamin sulla critica della violenza, nella traduzione di Renato Solmi per Einaudi, sono nella newsletter di Lavinia Marchetti del 25 ottobre; ho letto il passo come lo riporta lei, non nell’edizione. La ricostruzione delle teorie del complotto, le smentite del Viminale, il fermo del ricercatore e i titoli sull’«ayatollah dei maranza» vengono dalla puntata 176 della newsletter Complotti del 26 ottobre, che a sua volta rinvia a Corriere della Sera, Financial Times, Euronews e Facta: queste testate le conosco soltanto attraverso di essa. La definizione di «cattivi maestri» attribuita al ministro dell’Istruzione è nella cronaca della DIRE del 24 ottobre, e l’invito a incontrare i rappresentanti dei ragazzi viene dalla newsletter di Pippo Civati del 26 ottobre.
Il ballottaggio brasiliano si basa sul live blog di InfoMoney del 25 ottobre, che riporta lo scrutinio al 99,99 per cento, l’astensione, le dichiarazioni di Flávio Bolsonaro e di Lula; i dati sul Congresso e sulla reazione dei mercati non sono usati. Per Israele ho adoperato la cronaca della DIRE del 25 ottobre, che riferisce i sondaggi di un’emittente israeliana, e la scheda di TrueNumbers sulle mediane dei sondaggi, priva di data di pubblicazione ma con dati fino a settembre.
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