Pensare il postcapitalismo dal sindacato: Ferreras, Ypi e Piketty alla prova dei rapporti di produzione
In un intervento uscito il 20 ottobre, Toni Comín, docente all’Esade ed eurodeputato, sostiene che la sinistra europea ha accettato dal 1989 il capitalismo come orizzonte insuperabile e che Isabelle Ferreras, Lea Ypi e Thomas Piketty hanno invece osato pensare il postcapitalismo.
Il testo è di opinione e lascia ai lavori dei tre autori i dettagli istituzionali, che, per il mio vissuto da sindacalista della FLC CGIL, da filologo, da comunista e da strutturalista, considero la sostanza. Il sindacalista cerca la clausola in cui una proposta possa entrare, il filologo ricostruisce la genealogia delle parole, il comunista tiene al centro la proprietà, lo strutturalista guarda ai rapporti prima delle persone che li occupano.
Postcapitalismo: un prefisso che indica un dopo e tace sul come
Una voce enciclopedica cita come primo lavoro Post-Capitalist Society di Peter Drucker (1993), dove la conoscenza sostituisce il capitale come base della ricchezza e la transizione doveva chiudersi tra il 2010 e il 2020, e poi i lavori del 2015 di Mason, Srnicek e Williams sull’automazione. La stessa voce separa le teorie in cui il passaggio avviene da sé, come nella lettura marxista, dai modelli di sostituzione voluta, tra cui la democrazia economica. Il prefisso post- dichiara una successione e lascia indeterminato l’agente, perché un dopo può arrivare per evoluzione o per decisione. Comín sta con la decisione: le tre proposte ripensano radicalmente la proprietà privata dei mezzi di produzione.
Anche minorità ha una genealogia. In Kant la minorità è l’incapacità di servirsi della propria intelligenza senza la guida altrui ed è colpevole, perché dipende da pigrizia e viltà, e il motto dell’illuminismo è il coraggio di pensare. Comín riprende il motto nel titolo e colloca la minorità della sinistra dopo il 1989, attribuendo ai suoi dirigenti una scelta di tutela. Socialista, scrive, ha smesso di indicare un’alternativa al capitalismo: per la lettura strutturalista il valore di un termine dipende dalle opposizioni in cui sta e senza un opposto credibile il socialismo ha perso il tratto distintivo. Il caso norvegese ne mostra l’esito: un capitalismo temperato dal fisco, con i mezzi di produzione ancora privati.
Tre autori, tre punti d’attacco nella struttura
Ferreras tratta l’impresa come entità politica e nel libro del 2017 propone un bicameralismo economico: una camera dei rappresentanti degli investitori di capitale e una dei lavoratori, investitori di lavoro, con le decisioni rilevanti subordinate alla maggioranza di entrambe; il manifesto Democratizing Work, lanciato nel 2020, ha raccolto oltre tremila firme di ricercatori per democratizzare le imprese, demercificare il lavoro e risanare l’ambiente.
Ypi, nella lezione inaugurale parigina sull’idea di socialismo morale, fonda il socialismo sull’eredità dell’Illuminismo e sulla libertà universale e lo riassume in una formula di sottrazione, il liberalismo senza il capitalismo.
Piketty, nel socialismo partecipativo, assegna ai lavoratori metà dei seggi nei consigli di amministrazione di tutte le imprese private e vi affianca una tassazione progressiva dei patrimoni.
Per chi legge i rapporti di produzione come struttura, le tre proposte differiscono per il livello d’intervento: (1) Ypi agisce sul piano normativo, (2) Ferreras sulle posizioni dentro l’impresa, cioè su chi dispone di un veto, (3) Piketty sulla distribuzione della proprietà e dei diritti di voto. Una lettura sintomale, nel lessico di Althusser, guarda anche ciò che il testo tace: mancano la composizione delle due camere e i meccanismi di transizione.
Creazionismo, Marx e il Gruppo di Settembre
Comín indica tre rischi. Il creazionismo, cioè il credere che le idee giuste si affermino da sole, trova la sua misura nella Prefazione a Per la critica dell’economia politica del 1859: i rapporti di produzione sono necessari e indipendenti dalla volontà, formano la struttura su cui si innalzano istituzioni e coscienza, e rapporti nuovi non subentrano prima che le loro condizioni materiali siano maturate nella vecchia società. Per uno strutturalista le idee sono effetti che circolano dove la struttura offre una sede e per un sindacalista la sede ha nomi precisi: il contratto collettivo, lo statuto della società, il libro dei soci.
L’adanismo, il ricominciare da Adamo, Comín lo corregge con i precedenti: il Gruppo di Settembre (Wright, Roemer, Cohen). Il gruppo, chiamato all’inizio per scherzo Gruppo del Marxismo senza sciocchezze, univa a Marx la filosofia analitica e, in alcuni membri, l’individualismo metodologico.
Il monocausalismo, infine, è l’affidarsi a una sola proposta, come il reddito di base incondizionato che Van Parijs difende: anche la sola rivendicazione salariale, la sola leva fiscale e la sola partecipazione hanno un punto cieco.
Il salario come variabile dipendente: la minorità italiana comincia nel 1978
Comín data la minorità alla caduta del Muro, ma la storia sindacale italiana la anticipa di undici anni. Nel pezzo sul salario e su Scholz ho ricostruito la sequenza: l’assemblea dell’EUR del febbraio 1978 adotta la moderazione salariale come linea, il governo Craxi taglia la scala mobile con il decreto di San Valentino del 14 febbraio 1984, gli elettori respingono il ripristino nel referendum del giugno 1985 con il 54,3%, il governo Amato e le parti sociali abrogano la scala mobile nel 1992 e il protocollo Ciampi del 1993 consolida la concertazione. Il salario, da variabile indipendente, diventa dipendente: si negozia il residuo dopo profitti, prezzi e vincoli di bilancio.
Le bozze del tavolo sul modello contrattuale, che ho commentato il 17 ottobre a trattativa interrotta, prevedono per i contratti scaduti un recupero dell’inflazione che sale al 90% dopo nove mesi: a inflazione costante al 3% i salari crescerebbero del 2,7% e, secondo il mio calcolo, la perdita cumulata raggiungerebbe l’8,4% in trent’anni, mentre i lavoratori poveri sono circa 2,5 milioni, il 10,2% degli occupati. È la rassegnazione descritta da Comín vista dall’interno, una contrattazione che regola il capitalismo senza discutere chi si appropria del residuo.
L’articolo 46, o la partecipazione che attende da settantasette anni
La Costituzione ci aveva pensato nel 1948. L’articolo 46 riconosce ai lavoratori, per l’elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, il diritto di collaborare alla gestione delle aziende nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi. Un filologo conta le cautele: il verbo è collaborare e non decidere, la produzione fa da condizione, i modi sono rinviati al legislatore, che ha impiegato settantasette anni.
La legge n. 76 del 15 maggio 2025, sulla partecipazione dei lavoratori, nasce da un’iniziativa popolare della CISL; il Senato la approvò il 14 maggio con 85 sì, 21 no e 28 astenuti, e per Pd e M5S la maggioranza l’aveva svuotata: gli strumenti restano facoltativi, a discrezione delle imprese. Il presidente della commissione competente del Senato, Francesco Zaffini, salutò il voto come la fine della lotta di classe, mentre la CGIL replicò per voce di Francesca Re David che la legge sostituisce la contrattazione con la subordinazione, perché solo le imprese decidono se concedere la partecipazione. La distanza dal bicameralismo di Ferreras sta in una clausola: lì il consenso di entrambe le camere condiziona le decisioni rilevanti, qui l’adesione è una facoltà dell’impresa.
Il modello CGIL: consiglio di sorveglianza sì, consiglio di amministrazione no
Nell’audizione parlamentare del 1° febbraio 2024 la CGIL ha chiesto di attuare l’articolo 46 insieme agli articoli 36 e 39 della Costituzione, di legare quindi la partecipazione a una legge sulla rappresentanza e di eleggere i rappresentanti sul modello delle RSU, in un assetto duale con consiglio di sorveglianza. Si dichiarò contraria alla partecipazione agli utili e alla presenza dei lavoratori nei consigli di amministrazione, e ricordò la Carta dei diritti universali del lavoro, il cui articolo 40 prevede per i settori strategici la codeterminazione sul modello tedesco.
Il comunista ne riconosce la genealogia. Nell’articolo del 1919 sulla democrazia operaia Gramsci riserva ai sindacati professionali, che restano indipendenti dallo Stato, una funzione di controllo e di realizzazione parziale, e affida a un comitato di fabbrica, con un delegato eletto ogni quindici operai, il compito di sostituire il capitalista nella direzione. Nella mia lettura, un sindacato seduto nel consiglio di amministrazione risponde alla razionalità di quell’organo e perde la distanza da cui contratta, e l’autonomia che la CGIL rivendica coincide con quella distanza: dalla polemica tra Lenin, Trockij e Gramsci sul ruolo del sindacato al 1956 di Di Vittorio e ai consigli dei delegati di Trentin.
La seconda camera di Ferreras, quella dei lavoratori, somiglia a un consiglio di fabbrica dotato di veto. Gramsci voleva che sostituisse il comando del capitalista, Ferreras chiede che lo divida: in un secolo la richiesta si è ridotta dalla sostituzione alla divisione del potere.
Chi tiene il guinzaglio: soggetto, fisco, egemonia
Il guinzaglio dei mercati, di cui ho cercato il proprietario nel pezzo del 18 ottobre, si allenta solo se qualcuno lo tira, e per Comín il rimedio al creazionismo sta in un soggetto collettivo. L’autunno ne offre tre versioni: la Via Maestra del 17 ottobre, promossa dalla CGIL con oltre cento associazioni, lo sciopero generale del 20 novembre, che tenta la saldatura con gli studenti, e la CISL, che il 21 ottobre ha lanciato la campagna per costruire un patto sociale e considera lo sciopero generale uno strumento di ultima istanza.
Senza base fiscale la democrazia economica resta una questione di organigramma. La CGIL rilancia un contributo di solidarietà dell’1% sui patrimoni oltre i 2 milioni, che secondo il calcolo del sindacato renderebbe 25-26 miliardi; in California la Proposta 40, in votazione a novembre, prevede un’imposta una tantum del 5% sul patrimonio dei miliardari residenti. La questione della proprietà riguarda anche gli studentati con fondi pubblici e gestori privati (La generazione in tenda) e l’infrastruttura del consenso in mano a poche aziende (democrazia e intelligenza artificiale).
Nell’intervento Gramsci compare una volta, per l’egemonia ideologica da recuperare; nella lettura che ne ho dato altrove, l’egemonia è una direzione intellettuale e morale che precede il dominio e si costruisce con l’organizzazione: ogni clausola che dà ai lavoratori voce sulle scelte dell’impresa ne fa già parte.
Lectio difficilior: che cosa resta da scrivere
La critica testuale ha un canone, la lectio difficilior potior: tra due lezioni in conflitto si preferisce la più difficile, perché i copisti sostituivano la parola insolita con una familiare, purché resti plausibile. Applicato a Comín, il canone mette in alternativa la lezione facile, cioè l’applauso al coraggio, e la difficile, quindi preferibile, cioè l’elenco di ciò che le tre proposte devono diventare per esistere: composizione delle camere, ambito del veto, rapporto con il contratto nazionale e con le RSU, base fiscale della partecipazione al capitale, applicazione alla scuola e alla ricerca, dove il proprietario è lo Stato.
Resta una cautela di metodo: nel pezzo su Luxemburg, Togliatti e Berlinguer ho avvertito che il compromesso logora chi lo pratica se manca chi continui a porre domande scomode e la democrazia economica sta in quella tensione tra riforma e rottura. Resta da capire se il coraggio di pensare, che in Kant coincide con l’uscita da una tutela, troverà in Italia una sede in cui votare, e se sarà un articolo di legge, un contratto nazionale o uno sciopero, e in quale ordine.
Nota bibliografica ed altri suggerimenti
Le fonti si dividono in interne, cioè i miei pezzi già usciti sul blog, ed esterne, cioè pagine di altri autori e istituzioni. Le prime reggono la parte italiana e sindacale del ragionamento, le seconde la parte teorica e i riscontri di fatto.
Fonti interne. La sequenza storica del salario viene da Il salario non è più indipendente (e Scholz se ne accorge adesso) (14 ottobre) e la discussione sul modello contrattuale da Il 90% di un salario povero: lo sconto del 10% chiamato modello contrattuale (17 ottobre). Per l’autonomia del sindacato valgono Il 1956 di Togliatti e quello di Di Vittorio: l’autonomia del sindacato (18 ottobre), Bruno Trentin, cento anni dopo: dai consigli di fabbrica al sindacato dei diritti (26 agosto) e Le origini del sindacato: da Adam Smith a Gramsci, passando per Marx e la polemica Lenin-Trockij (10 settembre); l’egemonia è ripresa da Egemonia culturale: la prima concezione di Gramsci, oltre lo slogan (6 settembre) e il dilemma tra compromesso e identità radicale da Socialismo o barbarie, sessant’anni dopo: Luxemburg, Togliatti, Berlinguer e il dilemma della sinistra al governo (27 settembre). Il quadro dell’autunno si ricostruisce con Democrazia e mercati: il guinzaglio, e chi lo tiene (18 ottobre), Via Maestra 17 ottobre: occupare la piazza, ovvero il dissenso come istituzione (16 ottobre) e Sciopero generale 20 novembre: la violenza si condanna, il debito con gli studenti si paga (20 ottobre). Restano i casi richiamati di passaggio: La Norvegia non ha realizzato il comunismo, ma ha vinto a modo suo una scommessa vecchia 127 anni (5 luglio), La generazione in tenda (15 ottobre), Democrazia e intelligenza artificiale: tre pilastri sotto attacco, e cosa resta della vecchia cassetta degli attrezzi (13 settembre) e la recensione Confini di classe, di Lea Ypi (Feltrinelli 2025) (28 giugno).
Fonti esterne. Il punto di partenza è l’intervento di Toni Comín, uscito il 20 ottobre su Jacobin Italia e letto nella ripubblicazione del 21 ottobre sul blog Lavoro e Salute. I tre autori sono letti attraverso schede, pagine istituzionali e recensioni, non attraverso i libri: per Ferreras la scheda dell’editore e la pagina dell’autrice su Firms as Political Entities (Cambridge University Press, 2017), più il sito del manifesto Democratizing Work del maggio 2020; per Ypi la pagina del Collège de France sulla lezione inaugurale L’idée de socialisme moral; per Piketty la recensione di Capital and Ideology sul blog di politica della London School of Economics (12 giugno 2022). La posizione sul reddito di base si legge nell’intervista a Philippe Van Parijs di Giuliano Battiston, pubblicata dall’Espresso il 4 maggio 2020.
Per la genealogia delle idee ho usato la voce Post-capitalism di Wikipedia per Drucker, Mason, Srnicek e Williams, il testo italiano della Risposta alla domanda: che cos’è l’illuminismo di Kant (1784), la Prefazione del 1859 di Marx a Per la critica dell’economia politica, il primo capitolo di Reading Capital di Althusser per la lettura sintomale, la voce Analytical Marxism per il Gruppo di Settembre e la voce Lectio difficilior potior per il canone della critica testuale.
Per il diritto e il sindacato conta il testo dell’articolo 46 della Costituzione, riportato da Brocardi, insieme alla legge 15 maggio 2025, n. 76, disponibile su Normattiva (Gazzetta Ufficiale del 26 maggio 2025). Il resoconto del voto del Senato del 14 maggio 2025 con le posizioni di maggioranza, Pd, M5S e CGIL è del Fatto Quotidiano; la memoria della CGIL è quella consegnata all’audizione del 1° febbraio 2024; l’articolo Democrazia operaia del 1919 è nell’edizione del Marxists Internet Archive; la campagna della CISL è descritta in una pagina di CISL Scuola Frosinone del 23 ottobre 2026.
Per i dati, il numero dei lavoratori poveri viene dal rapporto Istat sugli obiettivi di sviluppo sostenibile (obiettivo 1, 2026) nella forma in cui lo riporta il mio pezzo del 17 ottobre, e la Proposta 40 californiana è raccontata dall’Espresso del 19 ottobre. Il calcolo dell’1% sui patrimoni oltre i 2 milioni è della CGIL, come riferito dall’ANSA e ripreso nel pezzo del 18 ottobre; la perdita cumulata dell’8,4% in trent’anni è un mio calcolo a inflazione costante.
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