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Esercito nelle scuole: la CGIL chiede di fermare le conferenze, il Giornale scrive che vieta. Il nodo è la funzione della scuola, non la libertà di parola.

mondoscuola 10 minuti di lettura

Sabato 17 ottobre, a Roma, il manifesto stima centomila persone alla Via Maestra, con gli studenti che di una tenda hanno fatto il simbolo e dei soldi tolti alle armi per darli alla scuola la parola d’ordine. Lo stesso giorno il Fatto racconta l’esercito nelle scuole: lezioni sulle missioni, genitori in divisa a fare da testimonial, progetti già avviati in Emilia e in Toscana che scendono fino alle elementari. E il Giornale, che ha una predilezione per i verbi, titola che la CGIL «vieta» all’esercito di parlare.

Premessa d’interesse: chi scrive è un sindacalista della FLC CGIL, dunque parte in causa, e per questo ha riletto le carte prima di scrivere il titolo, che è un’iperbole: nessuna fonte conta le divise in aula, e l’unico numero disponibile, i 2.899 studenti raggiunti in un anno in Emilia-Romagna, non autorizza il confronto con i docenti. Ciò che si può documentare è meno rumoroso e più istruttivo: che cosa è entrato in classe, chi ha chiesto che cosa, quanto costa la scelta.

Esercito nelle scuole: che cosa è entrato davvero in classe

In Emilia-Romagna c’è una nota del Comando militare dell’Esercito, datata 23 settembre, ripresa dal Resto del Carlino e pubblicata sul sito dell’Ufficio scolastico regionale: conferenze di un’ora, nel biennio sulle scuole militari di Napoli e Milano, nel quarto e quinto anno sull’Accademia, sulla Scuola sottufficiali e sugli altri impieghi, che l’anno scorso hanno raggiunto, dice la nota, 2.899 studenti. L’iniziativa dura da anni, lo ricorda anche il Giornale, ma l’anzianità di un’abitudine non prova la sua innocenza.

In Toscana il perimetro è più largo, e lo riassume l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole, parte in causa i cui allegati vanno letti uno per uno: nota dell’Ufficio scolastico regionale del 17 settembre, progetto fino al 10 giugno, incontri di un’ora nelle quinte della primaria con genitori in divisa come testimonial, nelle superiori racconti su compiti e missioni in Italia e all’estero e promozione delle scuole militari, con possibile distribuzione di gadget col logo della Forza armata: adesivi, quaderni, matite.

Non è un’invenzione di settembre: il manifesto ricordava nel 2024 il protocollo d’intesa del 2014 tra i ministeri dell’Istruzione e della Difesa, con iniziative da affidare alle Forze armate fin dalle elementari, e una cronaca che va dai bambini di Gioia del Colle con l’alzabandiera e gli esercizi di military fitness alle gite in caserma. Dodici anni di genealogia, con il protocollo come atto di nascita e l’alternanza scuola-lavoro, introdotta l’anno dopo, a offrire alle caserme una seconda porta.

«Vieta»: il verbo che nelle carte non c’è

Che cosa ha chiesto, in concreto, la FLC CGIL dell’Emilia-Romagna? All’Ufficio scolastico regionale di interrompere la convenzione con il Comando militare; alle scuole di non aderire e di scegliere percorsi di pace e cittadinanza democratica, con un invito alla «disobbedienza» che il Giornale del 15 ottobre mette tra virgolette come fosse una parolaccia; a tutti di notare un’asimmetria, perché accanto allo spazio dei militari ci sarebbero docenti denunciati per aver invitato Francesca Albanese e richieste di contraddittorio quando si parla di Resistenza.

Un sindacato che chiede a un ufficio di cambiare un atto e alle scuole di scegliere diversamente non vieta niente: non ne ha il potere, e il pezzo del Giornale del 17 ottobre descrive una richiesta e un invito, senza indicare né il divieto né la norma che lo fonderebbe.

Usmia Esercito, associazione sindacale dei militari, risponde che conoscere le istituzioni non va equiparato in automatico a propaganda bellica e che si deve giudicare per contenuti, modalità e contesto: ha ragione, ed è il metodo da seguire. Evoca anche Giuseppe Di Vittorio, che alla Costituente avrebbe sottoscritto la proposta di tenere in servizio, in ruoli d’onore, ufficiali e sottufficiali mutilati nella difesa della patria, senza indicare atti e precisando da sé che il richiamo non si trasferisce in automatico a oggi: il fondatore della CGIL unitaria arruolato a mezzo comunicato contro la CGIL, con l’avvertenza che non è automatico.

Il punto, dunque, non è la libertà di parola. Gli ufficiali parlano dove vogliono: nei centri di reclutamento, in televisione, ai festival. La Costituzione tutela la libertà d’insegnamento, che appartiene a chi insegna, non a chi bussa; quali ospiti entrino lo decidono gli organi collegiali con il piano dell’offerta formativa, non l’ufficio regionale che inoltra la nota né il sindacato che protesta. La domanda vera è un’altra: chi sceglie chi parla in classe, con quale contraddittorio, in nome di quale funzione?

Dalla leva sospesa all’ora di orientamento

Perché l’esercito bussi proprio alla scuola, si capisce risalendo di qualche anno. La legge 226 del 2004 ha sospeso le chiamate di leva dal 1° gennaio 2005: da allora le Forze armate vivono di volontari, e chi vive di volontari fa ciò che fa ogni datore di lavoro, cioè orientamento, presentazioni, materiale promozionale. Finché c’era la cartolina, la chiamata pensava al resto; senza cartolina servono un’ora di lezione, un video e un quaderno col logo. Sta qui il significato più sobrio di reclutamento soft: nessuno costringe nessuno, si va dove i diciottenni stanno tutti insieme. La lettura è mia: le fonti non danno numeri sugli organici.

Quanto alla «disobbedienza», nella scuola italiana ha un pedigree. Nel febbraio 1965 i cappellani militari toscani definirono l’obiezione di coscienza un atto di viltà; don Lorenzo Milani rispose con i ragazzi di Barbiana, fu processato per istigazione a disobbedire, fu assolto in primo grado nel 1966. Il volume che raccoglie la risposta ai cappellani e la lettera ai giudici si intitola L’obbedienza non è più una virtù ed è un trattato di pedagogia travestito da arringa: Milani, nella lettura di Franco Lorenzoni, era persuaso che su certe questioni di fondo obbedire non bastasse più, e nella lettera ai giudici la scuola buona forma insieme il senso della legalità e il senso politico, cioè la capacità di criticare le leggi per migliorarle; chi disobbedisce a una legge ingiusta accettandone le conseguenze ama la legge più degli altri; la patria si difende con lo sciopero e il voto, in coerenza con l’articolo 11. Dove trova posto, in un’educazione così, un’ora di video col testimonial in divisa e il quaderno col logo, e a servizio di chi?

Il conto del riarmo e quello dei libri

Veniamo ai soldi. Il 2 ottobre il Consiglio dei ministri ha approvato il documento di finanza pubblica chiedendo 0,6 punti di Pil l’anno nel 2027 e nel 2028 di flessibilità, metà per l’energia e metà per sicurezza e difesa, cioè 0,3 punti e 7,2 miliardi l’anno secondo il corpo dell’articolo (il titolo parla di 14,4 anche per la difesa: l’incongruenza è nella fonte). Lo scostamento è passato con 219 voti alla Camera e 108 al Senato, stando a una testata specializzata. La scuola sta in un’altra colonna: nel 2024 l’Italia ha destinato all’istruzione l’8 per cento della spesa pubblica contro il 9,7 della media europea, e il 4 per cento del Pil contro il 4,8. Colmare quel divario di 0,8 punti costerebbe più del doppio dei 0,3 chiesti per la difesa; la differenza vera è che per la scuola la clausola non è stata invocata.

Il decreto scuola 170 prevede 21 milioni in più per i libri di testo nel 2026, con il tetto ISEE alzato da 30 a 40 mila euro: contro i 7,2 miliardi del margine per la difesa il rapporto è di oltre trecento a uno. I due numeri non sono omogenei, perché da una parte c’è una spesa e dall’altra uno spazio di deficit, e il decreto ha fatto notizia per ben altro, ma l’ordine di grandezza spiega lo slogan: gli studenti chiedono libri e non bombe perché i libri sono ciò che il bilancio offre loro in dosi omeopatiche. La Rete degli Studenti Medi chiede scuole sicure, diritto allo studio e più personale e si oppone al decreto e al disegno di legge Valditara; un’universitaria di Cagliari ha chiesto che i fondi per scuola e università si trovino se si trovano per il riarmo; e la FLC CGIL sostiene che la spesa militare non risolve organici, precariato e retribuzioni.

L’84% che non copre il 16%

Ora il dato del Sole. Il 18 ottobre il quotidiano titola che grazie a concorsi Pnrr e idonei è coperto l’84% delle «cattedre libere»: sembra una buona notizia, e lo è, a patto di leggere il denominatore. Nel testo l’84,6% è calcolato sui 46.642 posti che il Ministero dell’economia ha autorizzato per il 2026/27: 39.459 coperti. Le cattedre libere sono un’altra cosa: il contingente lo decide il Tesoro, il fabbisogno lo certificano le supplenze, e l’articolo non mette i due numeri uno accanto all’altro. Dentro i 39.459, poi, le immissioni in ruolo ordinarie e di sostegno sono 34.786, il 74,6 per cento dei posti autorizzati (conto mio); 3.178 sono contratti a termine per il sostegno, con la conferma in ruolo prevista nel 2027/28, e 1.495 riguardano vincitori di concorso che devono ancora completare l’abilitazione. Il 16 per cento scoperto vale circa 7.100 posti (7.183 per differenza: nelle fonti i due conti non coincidono) e si distribuisce male: Lombardia al 64,5 per cento, Liguria al 70,6, mentre il Mezzogiorno e la Toscana raggiungono o superano il cento.

La serie ricorda, 43,9 per cento nel 2022/23, poi 79,9, 70,3 e 61,2, dice quanto sia ballerina una percentuale il cui denominatore lo fissa il Tesoro. A fine settembre il conto, su queste pagine, era duecentocinquantamila precari contro quarantaseimila posti: oggi i posti sono 46.642 e l’84% è coperto, ma restano 118 mila supplenze annuali sul sostegno al 31 agosto e un computo di contratti a termine che, stando alle stime, passa da 125 mila a 140-150 mila a fine anno. Cambia il denominatore, non il precariato.

Qui le due storie si incrociano. Nella stessa quindicina in cui lo Stato rivendica di aver coperto l’84% di ciò che ha autorizzato, e lascia a supplenza il resto, trova senza fatica un’ora di lezione, gratuita per chi la chiede, da offrire al reclutamento: la scuola concede tempo-studente a chi lo domanda e razione i docenti alle scuole che dovrebbero impiegarli. Non è un complotto, è una gerarchia di priorità, e le gerarchie si leggono meglio nei numeri che nelle intenzioni.

Cittadinanza o reclutamento: quattro domande per decidere

Se il problema non è la parola, quale criterio separa l’educazione alla cittadinanza dal reclutamento?

Quattro domande, da applicare a qualunque ospite, in divisa, in borghese o in camice.

(a) Chi decide? Un collegio dei docenti che delibera e un consiglio d’istituto che approva, non una nota regionale che chiede ai dirigenti di favorire la diffusione.

(b) Con chi? Un’ora di militari senza contraddittorio, mentre per Albanese e per la Resistenza si pretende il contraddittorio, non è pluralismo: è asimmetria.

(c) A chi? L’orientamento è una scelta di vita per chi ha diciassette o diciotto anni; per chi ne ha dieci, tra un genitore in divisa e un gadget, è marketing istituzionale.

(d) Per quale funzione? Studiare le Forze armate come istituzione, con la storia, gli articoli 11 e 52, la protezione civile e le missioni, anche con un ufficiale a raccontarle, è educazione civica; presentarle come sbocco in un mercato del lavoro povero è reclutamento.

La differenza si misura: basta vedere se il programma contiene anche le domande scomode.

Il Giornale può continuare a scrivere vieta, la CGIL a chiedere, gli studenti a stare in piazza, e il 20 novembre c’è lo sciopero generale. Restano le aule, dove l’unico divieto davvero in vigore è quello di avere abbastanza docenti stabili. A chi spetta decidere che cosa ascoltano i quattordicenni: a un Comando, a un ufficio regionale, o a chi li ha davanti ogni mattina e, se è un supplente, con un contratto che finisce il 30 giugno?


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