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Il salario non è più indipendente (e Scholz se ne accorge adesso)

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Categoria fondamentali
Pubblicato il 14 Ottobre 2026
Autore massideconca
Tempo di lettura 9 minuti

Olaf Scholz ha scoperto il cameriere. Nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera, l’ex cancelliere socialdemocratico elenca i mali della sinistra europea — la tirannia del merito, la globalizzazione, la fiducia perduta nel futuro — e arriva a una conclusione che suona come una rivelazione: chi lavora in cucina o porta un espresso al tavolo vale quanto chi quell’espresso lo beve, e nessuno deve sentirsi superiore perché ha una laurea. Corretto. Peccato che a dirlo sia il leader di un partito che, con l’Agenda 2010 e le riforme Hartz, ha inventato il lavoro povero alla tedesca e insegnato all’Europa che i salari si comprimono in nome della competitività. La scoperta arriva adesso, a vent’anni di distanza e con l’AfD alle porte del potere.

Nello stesso giorno, Davide Conti pubblica su Domani la diagnosi a freddo: il nodo dell’ascesa della destra sta nel fatto che il capitalismo cosmopolita è stato abbracciato dalle forze che nel Novecento rappresentavano il lavoro. Le classi popolari tradite proprio da chi doveva difenderle. Scholz si lagna, Conti fa l’autopsia: è la stessa storia vista dalla fine. E comincia — guarda caso — nel 1978, all’EUR, quando la CGIL decide che il salario non è più una variabile indipendente. Per capirla davvero bisogna smontare il racconto del realismo. Quello che qui chiamano moderazione.

L’indice gelato

Il modo più rapido per entrare nella questione lo ha trovato la newsletter Inventare il futuro, con un pezzo intitolato come un brano degli Skiantos del 1978 — I gelati sono buoni ma costano milioni — da leggere tutto d’un fiato. Il ragionamento parte da un dato secco: negli anni Settanta un cono costava circa 250 lire, equivalenti a un euro di oggi al netto dell’inflazione. Oggi ne costa tra 3,50 e 4. Percepirlo con la stessa leggerezza di allora, con lo stesso peso sullo stipendio, servirebbero circa 7.000 euro al mese. La margherita che alla fine degli anni Settanta costava il corrispettivo di 1,86 euro di oggi ne costa sette o più: per mantenere il rapporto prezzo-reddito di allora servirebbero tra i 6.700 e i 7.500 euro mensili. Anche il pane, il cibo dei poveri, chiede uno stipendio medio di 3.000-3.500 euro per pesare come pesava nel 1979. E gli stipendi, invece di salire, sono diminuiti.

Poi il colpo di scena: la lattina di Coca-Cola. Nel 1976 costava il corrispettivo di 1,26 euro di oggi; ora la si trova tra i 70 e i 90 centesimi. Il sistema è diventato bravissimo a rendere economiche le merci e sempre meno capace di rendere economica la vita. Il gelato è buono, ma costa milioni. E costa milioni perché da qualche parte, negli anni in cui i padroni imparavano a contenere i salari, qualcuno ha deciso che contenere era la parola giusta. Quel qualcuno non era la Confindustria. Era il sindacato.

EUR, febbraio 1978

Riprendiamo i fatti, perché la genealogia conta. A fine gennaio 1978 Luciano Lama, segretario generale della CGIL, rilascia a Eugenio Scalfari l’intervista che passerà alla storia come la proclamazione della politica dei sacrifici: sacrifici non marginali ma sostanziali, miglioramenti scaglionati su tre anni, cassa integrazione ridotta a un anno, mobilità effettiva, e perfino il riconoscimento che le aziende in crisi hanno diritto di licenziare. Il testo integrale si trova ancora qui. Il 13 e 14 febbraio, all’assemblea nazionale dei delegati di CGIL, CISL e UIL nel palazzo dei Congressi dell’EUR, il documento passa con una maggioranza schiacciante. La parola d’ordine che aveva attraversato un decennio di conflittualità — il salario come variabile indipendente, che si conquista con la lotta e non si contratta dentro i vincoli — viene archiviata come errore concettuale. Al suo posto: moderazione, responsabilità, occupazione come scelta prioritaria a cui ogni rivendicazione deve essere nettamente subordinata.

Bisogna essere onesti, altrimenti si fanno solo caricature. Nel 1978 le ragioni del voltafaccia non erano fantasia: l’inflazione correva verso il 20% del 1980, i giovani non trovavano sbocco, la congiuntura dopo la crisi petrolifera era nera, il terrorismo lacerava il paese e la marcia dei 40.000 dei salariati della Fiat, appena due anni prima, aveva mostrato che persino nella fabbrica più combattiva i lavoratori si dividevano. Chi amministrava il sindacato vedeva un nemico più grande del padrone: la spirale prezzi-salari che divorava potere d’acquisto e occupazione. La scelta dell’EUR fu comprensibile. Fu anche, come spesso accade alle scelte comprensibili, irreversibile. Perché rinunciare alla variabile indipendente non significa solo moderarsi: significa cambiare mestiere. Il sindacato smette di essere un soggetto che sposta i rapporti di forza dal basso e diventa un soggetto che li amministra dall’alto.

Cosa diceva Marx (e Tronti, e Gramsci)

Marx lo aveva scritto nel 1865, in Salario, prezzo e profitto: non esiste alcuna legge ferrea che fissi il salario al minimo di sussistenza. Il salario è una quota del prodotto sociale, e il suo livello dipende dal rapporto di forza tra le classi — da abitudini, tradizioni, bisogni, da tutto ciò che oggi chiameremmo elementi storici e morali. Lottare per il salario non è economismo: è il terreno in cui si decide chi comanda. Tronti avrebbe poi fatto del salario come variabile indipendente il grimaldello dell’Operai e capitale: uno slogan politico, non tecnico, che traduceva il rifiuto del lavoro salariato in potenza di rottura. Il 1978 segna perciò una svolta teorica oltre che sindacale: quando la variabile diventa dipendente, il conflitto si converte in amministrazione.

E qui entra Gramsci. L’egemonia non si conquista solo nello Stato: si costruisce nella società civile, nel senso comune, nella grammatica con cui una società si racconta ciò che è possibile e ciò che è folle. La svolta dell’EUR fu prima di tutto una sconfitta egemonica: le categorie dell’avversario — inflazione come nemico pubblico numero uno, competitività come orizzonte, responsabilità come virtù suprema — divennero il lessico comune di tutti, compresi i lavoratori. Si chiamò realismo. Era, nella migliore delle ipotesi, un armistizio. E gli armistizi durano finché dura la voglia di chi li ha imposti.

San Valentino, poi il voto

Il capitolo successivo lo conosciamo. Il 14 febbraio 1984 il governo Craxi — con De Michelis al Lavoro e Brunetta tra i consiglieri economici — vara il decreto di San Valentino, che taglia la scala mobile, l’indicizzazione automatica dei salari all’inflazione, una delle conquiste più dure del dopoguerra. CISL e UIL firmano; la componente socialista della CGIL va con loro; la maggioranza comunista, quella di Lama, si oppone. Il sindacato più grande del paese si scinde lungo linee che non sono più quelle della classe ma quelle della collocazione istituzionale delle sue componenti: è il dettaglio che fotografa tutto. Intanto Ezio Tarantelli, l’economista della concertazione e ispiratore dell’operazione, viene ucciso dalle Brigate Rosse nel marzo 1985. A giugno il referendum abrogativo promosso da PCI e CGIL: il no al ripristino vince con il 54,3% dei voti, su un’affluenza del 77,9%. È la più grave sconfitta politica del movimento operaio del dopoguerra, e porta una firma di cui pochi parlano: quella dei lavoratori che votarono contro la scala mobile, convinti che il taglio fosse il prezzo della modernizzazione.

L’inflazione fu domata. Le tariffe, i prezzi pubblici, gli stipendi pure. La scala mobile fu abolita del tutto nel 1992 e sostituita dalla concertazione del Protocollo Ciampi del 1993: il salario divenne ufficialmente, non più solo praticamente, una variabile dipendente — dalla produttività, dai vincoli di bilancio, dal giudizio dei mercati. La moderazione smise di essere una tattica d’emergenza e diventò dottrina permanente. E le dottrine selezionano i loro fedeli: una sinistra che amministra i rapporti di forza invece di spostarli finisce per considerare la sconfitta come stato di natura, e la rassegnazione come realismo.

Il realismo come ideologia

Il resto è il nostro presente. Quarant’anni di moderazione hanno prodotto l’Italia dei contratti pirata, dei rinnovi bloccati, dei lavoratori poveri: fra i 2,2 e i 2,6 milioni di dipendenti sotto i 9 euro lordi l’ora, secondo l’INAPP, e una quota crescente di assistiti Caritas che lavora ma non ce la fa comunque. Il paese ha risposto alla direttiva europea sui salari minimi inventando il salario giusto — un rinvio elegante alla contrattazione che, come ho raccontato qui, è la scelta di non scegliere. Anche gli ultimi segnali di movimento restano dentro la cornice: la firma della parte economica del CCNL 2025-27 è un traguardo che va salutato, ma la mobilitazione continua perché il divario salariale con l’Europa resta abissale. E perfino Landini, a Di Martedì, ha dovuto ammettere l’ovvio: dei quasi mille milioni del decreto Primo Maggio, la parte più grossa va alle imprese, non in busta paga. La moderazione, in Italia, è diventata istituzione.

Osserviamo il cerchio chiudersi. Scholz raccomanda alla sinistra di tornare a considerare tutti uguali — mentre la Germania, che pure ha un salario minimo legale di 13,5 euro in cammino verso i 15, resta il paese che ha insegnato l’Europa al lavoro povero. Conti scrive che il capitalismo senza patria è stato abbracciato da chi doveva rappresentare il lavoro — e intanto in Francia la CGT scende in piazza senza chiedere il permesso, mostrando che la variabile non è genetica ma politica. Furono governi democristiani, ricorda Inventare il futuro, a varare negli anni Cinquanta e Sessanta riforme che oggi suonerebbero di estrema sinistra: non per bontà, ma perché il costo del rifiuto era troppo alto. Le concessioni arrivavano per paura. Quando la paura è finita, sono finite anche le concessioni. E a chi obietta che la moderazione ha salvato l’occupazione: forse, per un tempo. Ma ha consegnato alla storia un sindacato gigante dai piedi d’argilla, che quando il capitale è passato al contrattacco non aveva più gli strumenti per resistere — perché li aveva consegnati volontariamente, in cambio di un posto al tavolo.

Di Vittorio, l’articolo 36 e la fine del realismo

C’era un’altra grammatica, e non è un caso che venga da prima. Giuseppe Di Vittorio, agli anni della Costituente e della CGIL dei primi tempi, combatteva per un principio che non ammetteva deroghe contrattuali: il salario non è il prezzo di una merce, è la condizione perché il lavoratore e la sua famiglia abbiano un’esistenza libera e dignitosa. Ne è traccia indelebile l’articolo 36 della Costituzione. Quando nel 1978 il salario è diventato variabile dipendente, non si è cambiato solo un meccanismo economico: si è resa negoziabile la dignità, si è trasformata in voce di bilancio la condizione stessa della libertà.

Tutto il resto — San Valentino, il referendum del 1985, la concertazione degli anni Novanta, il salario giusto del 2026 — è contabilità di quella rinuncia.

Per questo la riscoperta del cameriere da parte di Scholz, per quanto tardiva e un po’ ipocrita, segnala qualcosa di reale: il modello è scaduto, e la sinistra europea che oggi si commuove per le classi popolari fa i conti con le proprie scelte. Ma i conti non si fanno con le interviste. Si fanno restituendo al salario la sua indipendenza: contro la tirannia del merito e contro la tirannia del realismo, che sono la stessa tirannia vista da due finestre. Quel che chiedeva il movimento operaio, quando c’era, non era il ritorno alla zappa: era prendersi le macchine, la tecnologia, il futuro. La lattina a 80 centesimi non basta. I gelati sono buoni, ma costano milioni — lo dicevano già gli Skiantos nel 1978, lo stesso anno in cui il prezzo fu scritto nei contratti. Oggi il prezzo è scritto sul menu, e tocca a noi decidere se continuare a pagarlo.


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