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Il merito dei docenti a costo zero distribuisce scarsità e divide i docenti: dal concorsone di Berlinguer a Valditara, i conti di una valutazione senza fondi.

mondoscuola 10 minuti di lettura

Ogni autunno, puntuale come le circolari sul registro elettronico, ritorna la domanda che nessun governo ha mai saputo porre senza aver già scelto la risposta: come si misura il valore di un professore? Il 12 ottobre se la pone il Corriere della Sera, che a pagina 28 ospita un intervento di Giuseppe Lauria Pinter sui nuovi requisiti per diventare professore universitario. Non parla del merito dei docenti della scuola, ma offre il caso più istruttivo di una misura fatta di numeri, e da lì conviene riaprire il dibattito, dal lato che di solito si trascura: il bilancio. Perché nella scuola italiana il merito ha una storia singolare: è sempre invocato come principio e sempre finanziato come eccezione.

La tesi è che la valutazione di merito senza risorse aggiuntive non serva a premiare i migliori, ma a distribuire scarsità e a dividere la categoria: sposta il conflitto dal rapporto fra lavoratori e datore di lavoro al rapporto fra lavoratori, e lo fa con una contabilità che sopporta i numeri molto meno dei comunicati. È la vecchia economia politica del lavoro pubblico, contenere la spesa e chiamarlo riforma, applicata a una professione la cui sola carriera è l’anzianità.

La domanda che contiene già la risposta

Il titolo stesso del dibattito assume ciò che dovrebbe dimostrare: che il valore di un insegnante sia una grandezza misurabile, come il peso di un prosciutto, e che esista una bilancia. L’università la bilancia ce l’ha già, e Pinter ne descrive il funzionamento: dal 2010 la legge Gelmini ha fatto dell’abilitazione nazionale il filtro all’accesso ai concorsi e i decreti attuativi l’hanno tradotta in soglie numeriche, pubblicazioni, citazioni e indice H, e per gli umanisti libri, capitoli e articoli in riviste di classe A. Un indice che premia la quantità, non necessariamente la qualità: chi ha mille lavori, cento dei quali citati cento volte, ha un H di 100, chi ne ha dieci citati mille volte resta a 10: un’iperbole, ammette Pinter, che rende l’idea. Il suo ammonimento è che la presunta oggettività dei numeri non basta a misurare l’originalità del pensiero e le potenzialità di un futuro professore, e che la raccomandazione europea del 2023 chiede un giudizio qualitativo sostenuto da un uso responsabile degli indicatori. Ora che la legge di luglio ha eliminato l’abilitazione nazionale, rimettendo i requisiti a un decreto ministeriale, il momento di ripensarli è questo: ma il prof misurato a chili esiste già, ed è quello che pesa le monografie.

È la legge di Campbell in azione: più un indicatore quantitativo viene usato per decidere, più è esposto a pressioni che lo corrompono e distorcono il processo che dovrebbe monitorare. Nella scuola un docente premiato sui punteggi dei suoi alunni impara presto che cosa insegnare, e a chi: la FLC CGIL giudicava già nel dicembre 2023 inaccettabili le due bilance disponibili, i risultati degli alunni e la condotta professionale, ricordando che la performance è esclusa per legge nelle scuole.

E c’è l’ingiustizia di partenza. Don Milani sosteneva in Lettera a una professoressa che nulla sia tanto ingiusto quanto fare parti uguali fra disuguali: misurare con lo stesso metro chi insegna in un liceo del centro e chi in un professionale di periferia è il caso di scuola.

Del merito come selezione di classe ho scritto qui: il talento certificato dal voto dipende dai libri, dalle ripetizioni e dal tempo dei genitori, e il voto al professore non farà eccezione.

Una genealogia: dal concorsone alla formazione incentivata

Nel 2000 il ministro Luigi Berlinguer aveva previsto, con l’articolo 29 del contratto del 1999, un concorso riservato ai docenti di ruolo per assegnare 6 milioni di lire, circa 3.100 euro, al solo 20% dei giudicati meritevoli: uno sciopero con grande adesione lo mise in crisi e ad aprile gli subentrò Tullio De Mauro. Nel 2015 la Buona Scuola ci riprovò senza concorso: la legge 107 istituì un bonus merito da circa 200 milioni l’anno, con criteri fissati da un comitato di valutazione e beneficiari scelti dal dirigente scolastico; il contratto 2016-18 lo fece rientrare nella contrattazione di istituto e la legge di bilancio 2020 ne spostò le risorse nel fondo per l’offerta formativa, sicché come misura autonoma smise di esistere.

Nel 2022 il decreto-legge 36, governo Draghi, ministro Bianchi, rinnovò il tentativo con la formazione incentivata: percorsi triennali, incentivo solo al 40% di chi chiede di essere valutato, senza rotazione. Al termine di tre percorsi consecutivi, un assegno annuo di 5.650 euro a 8.000 docenti l’anno, 32.000 in tutto fra il 2032 e il 2036: è il «docente stabilmente incentivato». Il ministro Valditara lo giudicò, nel novembre 2022, poco utile, una piccola somma a circa il 5% dei docenti, e nell’aprile 2024 dichiarò di volerlo eliminare. Svuotato lo strumento, il principio è rimasto: il «merito» ha cambiato nome, da bonus a formazione incentivata a tutor e orientatori, e ogni volta la dote è bastata per pochi. Quando Berlinguer è morto, nel 2023, Valditara ha scritto che lasciava una traccia importante: il ministro dell’Istruzione e del «Merito» rende omaggio al ministro del concorsone, e con una certa coerenza, perché del filo ha raccolto il capo.

Il merito dei docenti a costo zero: la contabilità dell’incentivo

Il decreto del 2022 finanziava la formazione incentivata con 20 milioni nel 2026 fino a 387 milioni annui dal 2031, e li ricavava dai risparmi sugli organici per il calo delle nascite: 9.600 posti in meno dall’anno scolastico 2026/27. Per la FLC CGIL i soldi venivano da circa 10.000 cattedre tagliate e da altri tagli, per un compenso inferiore ai 2.000 euro netti dopo tre anni di formazione. Il merito, in altre parole, era finanziato dalle cattedre: i professori pagano il premio dei professori.

La stessa logica regge oggi. Tutor e orientatori, cioè la differenziazione di ruoli e compensi già in vigore, sono passati da 150 a 84 milioni fra il 2023/24 e il 2024/25, secondo i conti diffusi dalla FLC CGIL, con compensi lordi per i tutor scesi da 2.850-4.750 a 1.589-2.725 euro e per gli orientatori da 2.000 a 1.500; per il 2025/26 il totale è di 100 milioni, con almeno 1.500 euro a istituto. Il decreto-legge 170 del 30 settembre ha fissato per legge al 10% dello stipendio il premio una tantum per i docenti di ruolo che chiudono il triennio di formazione, mentre, come ho scritto qui, i fondi per tutor e orientatori attingono per 20 milioni a quello che era il fondo del docente stabilmente incentivato: lo strumento smantellato, insomma, come cassa.

Facciamo il confronto. Se il 10% si calcola sullo stipendio annuo, e questo è in media poco sopra i 30.000 euro lordi, vale intorno ai 3.000 euro, una tantum, per chi lo ottiene; il contratto 2025-27 riconosce invece ai docenti 143 euro lordi in più al mese, 1.859 euro l’anno su tredici mensilità, tutti gli anni, a tutti. Del contratto ho scritto qui: la parte normativa dovrà occuparsi di valorizzazione professionale, e il decreto l’ha anticipata. I numeri non dicono che il merito sia sbagliato: dicono che, finanziato così, è una lotteria in cui la posta la mettono i giocatori.

Distribuire scarsità, dividere la categoria

Una quota fissata in anticipo è una macchina per produrre perdenti: il 20% dei docenti di ruolo nel 2000, il 40% di chi si candida nel 2022, senza rotazione. Gli stipendi, intanto, restano fermi sulla scala: secondo i dati Eurydice sul 2024/25, riportati da Tecnica della Scuola, un docente italiano comincia a 26.000 euro e ne guadagna 28.000 dopo dieci anni, contro i 63.000 della Germania e i 71.000 del Lussemburgo. Il ministro sostiene che gli stipendi italiani siano ormai quelli francesi, grazie a 412 euro di aumenti; ma nello stesso articolo la media francese supera i 34.000 euro lordi contro i poco più di 30.000 italiani, circa il 20% in più, e a fine carriera si arriva a 3.000 euro netti contro poco più di 2.000, con la precisazione che la classifica non include gli ultimi aumenti e che l’inflazione, secondo la testata, ne ha pregiudicato gli effetti. Né è questione di soli stipendi: nel 2023 l’Italia ha speso per l’istruzione il 4,1% del Pil, contro una media europea del 4,7%. Con una scala così piatta il merito diventa la sola leva di differenziazione: non potendo alzare tutti, si graduano i pochi, e la categoria si divide in vincitori e sconfitti di un gioco a somma zero.

La divisione ha più fronti. Già nel 2022 la FLC CGIL denunciava le fratture per ordine di scuola e fra ruolo e supplenti; il premio del decreto 170, appunto, è per i docenti di ruolo, mentre i precari, quelli che guidano duecento chilometri al giorno, valutazione o no, restano fuori. E c’è un paradosso che l’aziendalizzazione non perdona: il dirigente scolastico, il manager a cui la Buona Scuola affidò l’assegnazione del bonus, è lo stesso che il ministro scavalca scrivendo direttamente alle famiglie, come ho raccontato qui: un amministratore delegato a cui si tolgono i clienti e si lascia la gestione degli esuberi.

Dal New Public Management alla cattedra

Quanto accade a scuola è una declinazione, ritardata e senza fondi, del New Public Management. Nella formulazione di Christopher Hood, del 1991, le sue dottrine sono gestione manageriale attiva, standard e misure di performance, controllo sugli output, scomposizione in unità, concorrenza, stile privatistico e, ultima ma non ultima, parsimonia nell’uso delle risorse: fare di più con meno. Le prime sei sono il vocabolario del merito; l’ultima è il bilancio.

In Italia il passaggio normativo è la riforma Brunetta del 2009, che imponeva di collocare i dipendenti in fasce di merito e che fu rinviata nel luglio 2011; la scuola, secondo la FLC CGIL, ne resta esclusa per legge. Ma la stessa logica opera in forme più sottili: nel gennaio 2025, riferiva il manifesto, il ministro ha offerto alle Regioni una premialità per chi approvasse in dieci giorni i piani di dimensionamento, cioè un premio a chi fa i tagli alle scuole. Il «merito», qui, è premiare chi taglia: la forma più pura che il modello potesse prendere.

Che cosa si dovrebbe misurare

L’obiezione più seria viene da ADI, che all’inizio del 2025 commentava le dichiarazioni del ministro riconoscendo la fondatezza di un problema: una professione piatta, una carriera di 35 anni contro i circa 25 degli altri Paesi europei, scatti ogni 6-7 anni contro 1-2. Ma il rimedio a una scala piatta è alzarla con risorse nuove per tutti, non un torneo a quote finanziato con le cattedre altrui; e il contratto 2025-27, che secondo la FLC CGIL destina ogni risorsa agli stipendi con aumenti del 5,9%, in linea con l’inflazione, tiene il passo dei prezzi: per accorciare la distanza dagli stipendi europei servirebbe altro.

Se proprio si vuole misurare un professore, la bilancia migliore è sempre la stessa. Don Milani attribuiva agli insegnanti la responsabilità dei 462.000 ragazzi che la scuola dell’obbligo perdeva ogni anno, perché non li cercavano più: il valore di un prof è quanti non perde. E per non perderli servono tempo, classi piccole, organici, cioè esattamente ciò che il merito a costo zero, per definizione, non può dare. Che cosa resta, allora, del merito dei docenti, se si paga con le cattedre degli altri: una valutazione del lavoro, o un modo molto elegante di ridistribuire la scarsità fra chi la subisce?


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