Il 23 agosto 2007 moriva a Roma Bruno Trentin, stroncato da una polmonite dopo un anno di ricovero seguito a una banale caduta in bicicletta. Il 2026 è anche l’anno del centenario della sua nascita, il 9 dicembre 1926 a Pavie, in Francia, dove la famiglia si era rifugiata per l’antifascismo del padre Silvio.
Una doppia ricorrenza che vale la pena raccontare per capire come si è arrivati fin qui: perché non c’è, come ebbe a dire l’allora segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani il giorno della sua morte, «pagina nella storia della Cgil e del movimento sindacale italiano in cui non sia stato protagonista». Arrestato a quindici anni dai tedeschi per azioni “insurrezionali”, tornato in Italia dopo l’armistizio per unirsi alla Resistenza, comandante partigiano a diciassette anni dopo la morte del padre nel marzo 1944: la biografia di Trentin comincia già segnata da un’idea di libertà che non si limiterà mai al solo ambito sindacale.
Dai consigli di fabbrica alla libertà nel lavoro

Laureato in giurisprudenza a Padova nel 1949, con una tesi sul giudizio di equità nei rapporti commerciali seguita dal professor Enrico Opocher, Trentin entra nello stesso anno nell’Ufficio studi della Cgil diretto da Vittorio Foa, a contatto diretto con Giuseppe Di Vittorio. Si iscrive al Partito Comunista Italiano nel 1950 e con quel simbolo viene eletto consigliere comunale a Roma nel 1960 e deputato nel 1963, mandato che lascerà nel 1968 per l’incompatibilità fra cariche sindacali e parlamentari. Nel 1954 fa parte della prima delegazione sindacale italiana in Cina dopo la rivoluzione maoista; nel 1958 diventa vicesegretario della Cgil. Nel 1962 diventa segretario generale della Fiom, carica che manterrà per quindici anni, fino al 1977. Sono gli anni in cui diventa “l’uomo dei consigli di fabbrica, dell’autunno caldo” (Collettiva): è lui l’ideatore dei Consigli dei delegati di fabbrica, la nuova forma di rappresentanza collettiva nei luoghi di lavoro che, nata dalle lotte operaie del 1969, sostituisce le vecchie Commissioni interne. Non è un dettaglio organizzativo: dietro c’è un’idea precisa, quella per cui “non si comprendono le piattaforme contrattuali dei metalmeccanici degli anni sessanta e settanta, e in particolare l’impostazione dei delegati e dei consigli di fabbrica, se non si parte dalla volontà di estendere le possibilità della libertà nel lavoro” (Bruno Ugolini). La libertà, per il Trentin di quegli anni, viene prima ancora del salario: dall’autonomia sul posto di lavoro dipende l’autorealizzazione della persona, non solo il miglioramento delle sue condizioni materiali. È un filo che attraverserà tutta la sua vita, fino a riemergere, vent’anni dopo, nel programma con cui guiderà la Cgil da segretario generale.
San Valentino, la rottura e il prezzo della responsabilità
Il 14 febbraio 1984 il primo governo a guida socialista della Repubblica, presieduto da Bettino Craxi, taglia con decreto legge alcuni punti della scala mobile, il meccanismo che adeguava automaticamente i salari all’inflazione. Come ricostruisce Collettiva, Cisl e Uil firmano l’accordo separato che prenderà il nome di “Accordo di San Valentino”; la Cgil, guidata da Luciano Lama e su posizione ferma del Pci di Enrico Berlinguer, non firma, in una rottura dell’unità sindacale che non si vedeva da trent’anni. Contro il decreto la Cgil scende in piazza con un milione di persone; la misura entrerà comunque in vigore, e con essa si chiuderà, di fatto, l’esperienza della Federazione unitaria dei metalmeccanici che lo stesso Trentin aveva contribuito a costruire.

Otto anni dopo, il cerchio si chiude in un modo che dice molto della statura dell’uomo. Il 31 luglio 1992, ormai segretario generale della Cgil, è lo stesso Trentin a firmare l’accordo con il governo Amato che cancella definitivamente la scala mobile, questa volta senza contropartite: e il giorno successivo si dimette, dichiarando di aver firmato solo per salvare l’unità sindacale. Non è un gesto simbolico vuoto: è la scelta di un dirigente che accetta di intestarsi personalmente una sconfitta storica pur di non spaccare ulteriormente l’organizzazione, in un momento di tracollo economico che il Paese non poteva permettersi di affrontare diviso. Chi lo ha conosciuto da vicino ha parlato, a proposito di quei giorni, di un’inquietudine profonda e di dubbi personali annotati nei diari che Trentin tenne fra il 1988 e il 1994, pubblicati postumi da Futura Editrice: la responsabilità di rappresentare un’intera organizzazione, anche quando questo significa firmare la fine di una conquista per cui si era combattuto da giovane sindacalista. L’anno successivo, nel luglio 1993, Trentin torna a costruire, non solo a incassare colpi: contribuisce all’intesa con il governo Ciampi che introduce un nuovo sistema di contrattazione, l’alternativa strutturale alla scala mobile che aveva appena contribuito a seppellire.
Il programma fondamentale: dalla classe alla persona
Eletto segretario generale della Cgil il 29 novembre 1988, Trentin non aspetta a lungo prima di imprimere la sua impronta. Il 12 aprile 1989 si apre a Chianciano la prima Conferenza di programma della Cgil: come racconta Collettiva, Trentin “rompe gli indugi” e illustra il suo progetto, la Cgil come sindacato dei diritti, della solidarietà e del programma. L’idea centrale è un rovesciamento di prospettiva: la rappresentanza sindacale deve partire non più dalla “classe” ma dalla “persona”, dalla realizzazione della libertà dell’individuo nel lavoro — lo stesso principio che aveva animato i consigli di fabbrica trent’anni prima, ora esteso all’intera azione rivendicativa attraverso la promozione dei diritti sociali e civili.
Coerentemente con questa impostazione, Trentin scioglie nell’ottobre 1990 la componente comunista interna alla Cgil, seguita l’anno dopo da quella socialista: come ricostruisce Collettiva nella sua serie sui 120 anni della Cgil, un sindacato di programma non ha più bisogno delle vecchie correnti legate ai partiti. Non tutti condividono la svolta: la minoranza di “Essere Sindacato”, guidata da Fausto Bertinotti, contesta la scelta. Ma il 23 ottobre 1991, al dodicesimo Congresso di Rimini — celebrato a ridosso della caduta del Muro di Berlino e della trasformazione del Pci in Pds, con la nascita di Rifondazione Comunista a complicare ulteriormente il quadro — la Cgil approva il suo primo Programma fondamentale, riuscendo a mantenere l’unità dell’organizzazione proprio nel momento politico più turbolento del dopoguerra italiano. Mentre Cisl e Uil rinnovavano semplicemente i propri gruppi dirigenti, la Cgil di Trentin riusciva a fare qualcosa di più impegnativo: ricostruire la propria identità collettiva attorno a un progetto, non a una nuova geografia interna di potere.
La CGIL dei diritti, oggi
Il 2026 non è soltanto l’anno del centenario: è anche, per una coincidenza che lo stesso Trentin avrebbe forse apprezzato, l’anno in cui la Cgil ha avviato la ridefinizione del proprio Programma fondamentale, affidandola a una nuova commissione e a una Conferenza programmatica. La Fondazione Di Vittorio, insieme alla Cgil nazionale, ha costruito per l’occasione un intero ciclo di incontri dedicati a Trentin, da Torino a Roma, fra confronti sui consigli di fabbrica e le Rsu di oggi e seminari sul suo rapporto con Gramsci, il personalismo cristiano, i socialismi eterodossi europei. Non è un caso che si sia scelto di intitolare quel percorso “le altre strade”: Trentin, in fondo, ha sempre cercato una terza via fra il collateralismo di partito e il sindacalismo puramente rivendicativo, fra la disciplina della classe e la libertà della persona.
Restano, cent’anni dopo la sua nascita, tre eredità che si tengono insieme: l’idea che la rappresentanza sul lavoro debba passare da forme reali di autogoverno, non da deleghe burocratiche; la disponibilità a intestarsi personalmente le sconfitte quando l’unità dell’organizzazione lo richiede, invece di scaricarle su altri; e la convinzione che un sindacato serio abbia bisogno di un programma proprio, autonomo dai partiti, costruito insieme a chi rappresenta.
Sono tre lezioni che la Cgil di oggi, mentre riscrive il proprio Programma fondamentale, sembra aver scelto di non archiviare.
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