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Giorgia Meloni appare al congresso della UIL e rilancia la retorica della tolleranza zero sui posti di lavoro. Ma nessuno riprende la legge sugli appalti. La CGIL lancia una raccolta firme per una proposta di legge di iniziativa popolare

sindacato 8 minuti di lettura

Il 2 luglio, alla Fiera di Padova, Giorgia Meloni si è alzata dalla prima fila del XIX congresso della UIL e ha abbracciato Emma Marrazzo, la madre di Luana D’Orazio, l’operaia di 22 anni morta nel 2021 stritolata da un orditoio in una fabbrica tessile pratese. È un’immagine vera, e sarebbe meschino negarne la sincerità, ma è anche, inevitabilmente, un’immagine politica: dentro un congresso sindacale ormai amico (la UIL di Bombardieri, per bocca dello stesso segretario, non scioperava più “perché il governo ci ascolta”), la premier porta il tema più scomodo del lavoro italiano, quello dei corpi che non tornano a casa.

Da lì rilancia la formula che ripete da tre anni: la linea della “tolleranza zero” contro i caporali e contro chi si nasconde dietro di loro: cita poi un dato drammaticamente vero: 158mila ispezioni congiunte nel 2024, con irregolarità in quasi due controlli su tre; infine aggiunge che oggi lo Stato è presente nei luoghi di lavoro come non accadeva da tempo (???)
Il problema, come sempre, è cosa succede quando si mettono in fila i provvedimenti effettivi e li si confronta con i numeri che nessun applauso congressuale può cambiare.

Sicurezza sul lavoro: la patente, il badge, i soldi vecchi travestiti da nuovi – Il pilastro normativo del governo sui cantieri è la cosiddetta patente a crediti, introdotta dal decreto legge 19/2024 e obbligatoria dal 1° ottobre 2024 per imprese e lavoratori autonomi che operano nei cantieri temporanei o mobili: un punteggio che parte da 30 crediti su un massimo di 100, revocabile in caso di violazioni gravi. A ottobre 2025 il Consiglio dei ministri ha varato un decreto sicurezza più ampio (il D.L. 159/2025) che raddoppia le sanzioni per chi lavora senza patente — da 6.000 a 12.000 euro — e introduce a livello nazionale il badge digitale di cantiere anche per le catene di subappalto; inoltre stabilisce un fondo da 900 milioni annui per la prevenzione, prevede borse di studio fino a 7mila euro per i figli orfani delle vittime del lavoro e annuncia l’assunzione di 300 nuovi ispettori e 100 carabinieri specializzati.
Sono provvedimenti reali, non inventati, ma vanno letti accanto a due dettagli che la propaganda tende a smussare:
– il piano da “1 miliardo e 200 milioni” per la sicurezza annunciato da Meloni il Primo Maggio 2025 era composto per 600 milioni da fondi ISI-INAIL già ordinariamente disponibili e per 650 milioni dall’avanzo di bilancio dello stesso Istituto, dunque non si tratta affatto di risorse aggiuntive. Fatto grave è che alcuna quota destinata direttamente a nuovi ispettori.
– al netto degli annunci, il personale ispettivo effettivo di INL, INPS e INAIL messo insieme resta sotto le 5mila unità per controllare oltre 18 milioni di lavoratori, il che significa, ma il calcolo è abbastanza semplice, che c’è da aspettarsi un’ispezione media ogni cinque o sei anni per azienda.
La patente a crediti, dal suo canto, è stata bersaglio di una critica pesante dall’opposizione, secondo cui su oltre 800mila imprese coinvolte le revoche effettive sarebbero state appena quattordici.

– Giorgia Meloni con Pierpaolo Bombardieri, al congresso UIL (2 luglio 2026)

Caporalato: più coordinamento amministrativo, la stessa legge del 2016 – Il decreto sulla “condizionalità sociale” (dicembre 2022, in vigore da gennaio 2023) lega l’accesso ai fondi della Politica Agricola Comune al rispetto delle norme di sicurezza e alla regolarità dei contratti, con sanzioni sotto forma di riduzione dei pagamenti PAC (Politica Agricola Comune) per le aziende inadempienti. Il decreto legge Agricoltura, diventato legge nel 2024, ha istituito un Sistema informativo per la lotta al caporalato al Ministero del Lavoro e una Banca dati degli appalti in agricoltura all’INPS, condivisa con INL, Carabinieri per la tutela del lavoro e Guardia di Finanza: il Ministero rivendica la crescita delle adesioni alla Rete del lavoro agricolo di qualità, da 5.300 a 9.300 aziende in due anni, e il passaggio da decreti flussi annuali a uno strumento triennale per la programmazione degli ingressi regolari di manodopera straniera. Il Tavolo caporalato — nato nel 2018 sotto il governo Conte I, va detto per onestà cronologica, e più volte prorogato — è stato infine trasformato in organismo permanente con il D.L. 146/2025.
Quello che manca a questo elenco è una riforma organica della legge quadro, la 199 del 2016, che risale al governo Renzi e che sindacati e osservatori del settore indicano da anni come rimasta inapplicata proprio nella parte più importante: la creazione di un canale legale ed efficiente di incontro tra domanda e offerta di lavoro stagionale, l’unica alternativa reale al reclutamento tramite caporale. Il ministro Lollobrigida ha più volte rivendicato in Parlamento il ripristino della rilevanza penale della somministrazione illecita di manodopera, depenalizzata nel 2016; ma si tratta appunto della correzione di una norma precedente, non di un impianto nuovo. La sostanza resta un lavoro di manutenzione e coordinamento di strumenti preesistenti, utile, ma lontano dalla svolta evocata sul palco della UIL.

Appalti: qualificare le stazioni non equivale a proteggere chi lavora – Questo tema è stato solo involontariamente sfiorato da Giorgia Meloni, eppure è il cuore della sicurezza sui posti di lavoro: in un sistema costruito su appalti e subappalti a più livelli, la sicurezza si garantisce davvero solo se lo Stato controlla con rigore chi quegli appalti li assegna. Il nuovo Codice dei contratti pubblici (D.Lgs. 36/2023), approvato nel marzo 2023 e in vigore dall’estate dello stesso anno, ha effettivamente introdotto un sistema di qualificazione delle stazioni appaltanti basato su struttura organizzativa, personale formato, digitalizzazione e capacità di programmazione e controllo. Il correttivo del 2024 (D.Lgs. 209/2024) e le modifiche del 2025 hanno affinato i requisiti di formazione del personale, introdotto il monitoraggio dei tempi di affidamento e ridefinito i limiti del subappalto “a cascata”. Sul piano formale, dunque, le stazioni appaltanti oggi devono dimostrare competenze che prima potevano restare solo sulla carta.
Ma qualificare una stazione appaltante non equivale a proteggere chi lavora nei cantieri che quella stazione affida. Il Codice mantiene, anzi semplifica, l’architettura del subappalto a più livelli che la CGIL denuncia da anni come il vero moltiplicatore del rischio: ogni passaggio della catena dilata la responsabilità, comprime i margini sul costo del lavoro e rende più difficile risalire a chi ha davvero commissionato l’inadempienza. Le tutele introdotte (ritenuta di garanzia dello 0,50% sui pagamenti, il pagamento diretto delle retribuzioni arretrate ai lavoratori, l’obbligo di affidare almeno il 20% delle prestazioni subappaltabili alle PMI) intervengono sugli effetti economici del subappalto, non sulla sua estensione. La priorità di vigilanza dell’Ispettorato sui cantieri in subappalto, annunciata con il decreto sicurezza di ottobre 2025, va nella direzione giusta, ma resta una misura di controllo su un impianto che il governo non ha scelto di restringere.

Il conto che non torna – Bisogna dirlo con chiarezza, perché è il punto che l’abbraccio commosso a Emma Marrazzo rischia di far dimenticare: nel 2024 e nel 2025 l’Italia ha continuato a contare oltre mille morti sul lavoro all’anno secondo i dati INAIL, le stime variano a seconda del metodo di conteggio, e alcune rilevazioni indipendenti che includono anche i lavoratori non assicurati arrivano a cifre più alte. Le denunce di malattia professionale, nello stesso periodo, sono cresciute a doppia cifra ogni anno. Nel frattempo la proposta di legge per introdurre il reato di omicidio sul lavoro, depositata nel 2022, pene da due a sette anni per chi provoca la morte di un lavoratore violando le norme di sicurezza, resta ferma in commissione Giustizia da oltre due anni, bloccata dall’opposizione dichiarata del ministro Nordio. Nessun disegno di legge del governo, né dal Lavoro né dalla Giustizia, ha mai riempito quel vuoto.

Landini, arrivato sul palco della UIL il giorno dopo Meloni, ha ribadito a Padova le sue richieste storiche sulla sicurezza: estensione dell’elezione dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza a tutti i luoghi di lavoro, quaranta ore annue di formazione retribuita. Sono proposte che, a differenza della patente a crediti o del badge digitale, intervengono sul punto debole reale del sistema italiano, non la carenza di norme, ma la carenza di chi le fa applicare, dentro ogni singolo cantiere, ogni singolo capannone, ogni singolo campo.

Il governo in questi anni ha prodotto decreti, ha stanziato fondi, ha aumentato, solo sulla carta, gli organici ispettivi, ma la differenza tra un provvedimento e una svolta si misura nei numeri dell’anno dopo, non negli applausi del pomeriggio in cui viene annunciato. E i numeri dell’anno dopo, per ora, continuano a dire la stessa cosa che dicevano tre governi fa: in Italia si muore di lavoro più che di quasi ogni altra causa evitabile.
La retorica della tolleranza zero, ripetuta ogni anno con la stessa cadenza rituale, non ha ancora trovato la sua traduzione in una riforma che tocchi davvero la catena degli appalti, l’unica, in fondo, capace di garantire quella sicurezza di cui si continua, giustamente, a parlare.


I Diritti non si Appaltano, proposta di Legge di iniziativa popolare

Per favorire la specializzazione produttiva e tutelare lavoratori, lavoratrici ed imprese virtuose chiediamo di introdurre specifiche integrazioni e modifiche al vigente articolo 29 del D. Lgs. 276/03.



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