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A Marcinelle si litiga su chi ha voltato le spalle a La Russa. Nella stessa settimana sono morti altri sei operai, e nessuno se n'è accorto.

sindacato 10 minuti di lettura

L’8 agosto 1956, nella miniera del Bois du Cazier a Charleroi, un incendio scoppiato a più di mille metri di profondità uccise 262 minatori di dodici nazionalità diverse. Centotrentasei erano italiani, partiti per il Belgio a cercare un lavoro che in patria non c’era, arrivati con contratti che scambiavano carbone per manodopera: un vagone di combustibile per ogni minatore inviato, secondo gli accordi bilaterali dell’epoca. Molti di quei lavoratori venivano assegnati proprio alle mansioni più pericolose, quelle che i minatori belgi con più anzianità preferivano evitare; l’inchiesta che seguì il disastro documentò carenze negli impianti di ventilazione e nei sistemi di allarme che oggi chiameremmo, senza troppi eufemismi, scelte di risparmio sulla sicurezza. Da qualche anno l’Unione Europea ha deciso, giustamente, che l’8 agosto sia la Giornata europea in memoria delle vittime del lavoro, dopo una risoluzione del Parlamento europeo che ha voluto dare a questa data un peso permanente, non solo simbolico. Quest’anno, il settantesimo anniversario, avrebbe dovuto essere una cerimonia solenne e basta. È durata più o meno un quarto d’ora prima che qualcuno riuscisse a trasformarla in tutt’altro.

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Durante la lettura del messaggio di Sergio Mattarella da parte del presidente del Senato Ignazio La Russa, alcuni sindacalisti presenti al Bois du Cazier si sono voltati di spalle. Nel giro di pochi minuti l’europarlamentare di Fratelli d’Italia Carlo Fidanza ha twittato che si trattasse di rappresentanti della Cgil, Giorgia Meloni ha rincarato parlando di un gesto “grave e vergognoso” che offende “il sacrificio di tanti nostri connazionali”, e per un paio d’ore l’Italia ha avuto la propria mini-crisi diplomatica del giorno. Peccato che fosse tutto sbagliato. A voltarsi non erano italiani della Cgil: erano sindacalisti del belga Fgtb, che hanno rivendicato il gesto senza esitazioni: “Ci siamo girati noi, perché siamo contro la presenza di partiti fascisti”. Il segretario generale della Cgil Maurizio Landini ha liquidato l’accusa con una battuta che meriterebbe una cornice: Fidanza, ha detto, “ha preso un colpo di sole”.

Il sindacato belga aveva anche spiegato perché lo avesse fatto proprio in quel momento: non un dispetto generico, ma una contestazione precisa alla presenza di Fratelli d’Italia, che considerano un partito di estrema destra. La Russa, dal palco, aveva provato a blindarsi preventivamente poche ore prima con una frase che oggi suona quasi profetica: “Non voglio sporcare questa commemorazione con atti che considero di squallida propaganda”. Il problema è che, tra i due episodi di squallida propaganda consumati quel giorno a Charleroi — un gesto di protesta sindacale rivendicato apertamente, e un tweet che ha attribuito quel gesto alla persona sbagliata per farne un caso nazionale — solo il secondo era davvero evitabile.

Dermine, rappresentante delle istituzioni locali di Charleroi, ha scandito più volte “Charleroi è una città antifascista” mentre La Russa, sul palco a due metri da lui, gli rispondeva con sorrisi sarcastici e indicandogli l’orologio, come si fa con chi sta sforando i tempi di un discorso di matrimonio. Fuori dal recinto della cerimonia, un gruppo di manifestanti belgi ha atteso la delegazione italiana con fischi, mentre qualcuno ricordava a microfoni aperti che si può difendere i lavoratori a parole e chiudere i confini nei fatti. Nel frattempo, il messaggio di Mattarella che La Russa stava leggendo — quello vero, quello che ha innescato tutto senza che nessuno lo commentasse — chiedeva che “la gestione dei flussi migratori” avvenga “nel rispetto della dignità” delle persone. Detto nella stessa settimana in cui si discute di Ceuta e si sospendono accordi europei per motivi di ordine pubblico, la frase ha una risonanza che i cronisti di giornata sembrano essersi persi, troppo occupati a contare chi si fosse voltato e chi no.

Il dettaglio che nessuno ha notato mentre litigava – C’è un modo infallibile per riconoscere una polemica inutile: si scalda in fretta, dura un giorno, e sposta l’attenzione da qualcosa che invece meriterebbe di restare sul tavolo per settimane. Mentre la politica italiana discuteva se un gesto simbolico, compiuto peraltro da cittadini belgi, non italiani, fosse un insulto alle istituzioni, il Manifesto pubblicava una notizia che nessun talk show ha ripreso: altri sei lavoratori morti nella stessa settimana, da Calanna in Calabria a Montese in Emilia-Romagna, da Campi Bisenzio e Avenza in Toscana a Stagno Lombardo, Padova e Milano. Un elettricista di 40 anni nel Reggino. Un operaio di 61 anni schiacciato da un carico mentre scendeva da un muletto a Campi Bisenzio, dopo che pochi giorni prima, a Carrara, era morto un altro lavoratore di 44 anni. Non sono nomi che compariranno in un tweet di un europarlamentare, né in un post indignato di un capo di governo.

E qui la storia smette di essere solo una raccolta di cronache tristi e diventa politica quanto — se non più di — la sceneggiata di Marcinelle: nello stesso periodo il governo sta lavorando a una riforma della legge 231/2001 che alleggerisce la responsabilità delle imprese committenti per gli illeciti commessi dalle ditte in appalto. Tradotto dal legalese: se un’azienda subappalta il lavoro sporco (quello dove, non a caso, si concentra la maggior parte degli infortuni mortali) e la ditta subappaltatrice viola le norme di sicurezza, la capofila rischierà di pagarne le conseguenze un po’ meno di oggi. È esattamente il meccanismo di irresponsabilità diffusa che rende gli appalti a cascata il terreno più fertile per il caporalato e per le morti bianche e il governo lo sta rendendo più comodo proprio nella settimana in cui i suoi ministri si commuovono in pubblico per un incidente diplomatico che non è mai avvenuto. Non è nemmeno la prima riforma di questo tipo in discussione quest’anno, ma è sempre la stessa la logica che la sostiene: la responsabilità penale e civile che sale lungo la filiera degli appalti è vista come un freno alla competitività, non come l’unico argine reale contro chi risparmia sulla sicurezza per abbassare i costi. Lo stesso identico calcolo, fatto con altri strumenti, che portò alle carenze di ventilazione del Bois du Cazier nel 1956.

Mi soffermo sulle persone che quel giorno sono state dimenticate da tutti per concentrarsi sul nulla della polemica dei nostri salotti, quelle persone che nessun comunicato ufficiale ha ricordato. Un elettricista di 40 anni, morto nel Reggino. Un operaio di 61 anni, originario dello Sri Lanka, schiacciato dal ribaltamento di un pallet mentre scendeva da un muletto in un’azienda di imballaggi a Campi Bisenziom un lavoratore migrante, per la cronaca, esattamente come lo erano i 136 italiani di Marcinelle nel 1956, solo con la direzione del flusso migratorio invertita. Pochi giorni prima, a Carrara, nel settore marmifero, era morto un altro operaio di 44 anni. Gli altri episodi della stessa settimana, censiti dal manifesto, si sono consumati a Calanna in Calabria, a Montese in Emilia-Romagna, ad Avenza in Toscana, a Stagno Lombardo, tra Padova e Milano: una geografia che copre l’intero paese, dal profondo Sud alla Lombardia produttiva, senza che nessuna di queste morti diventasse per più di un giorno una notizia nazionale.

C’è anche una sproporzione nei tempi che vale la pena notare. La polemica su chi si fosse voltato di spalle ha prodotto, nel giro di poche ore, dichiarazioni della presidente del Consiglio, di un europarlamentare, del segretario del più grande sindacato italiano, di un sindaco belga e di un segretario regionale sindacale straniero — cinque livelli istituzionali mobilitati per un equivoco chiarito nel tempo di un comunicato stampa. I sei operai morti nella stessa settimana non hanno ottenuto, complessivamente, un decimo di quella attenzione: nessuna dichiarazione di un ministro con nome e cognome della vittima, nessun post sui social di chi guida il paese, solo le cronache locali dei giornali delle rispettive province e, alla fine, un articolo che ha dovuto metterli tutti insieme per farli notare almeno una volta.

I numeri che dovrebbero fare più rumore di un tweet – Vale la pena guardare cosa dicono davvero i dati italiani sugli infortuni, perché raccontano una storia più complicata di qualunque bollettino rassicurante. Secondo il rapporto Anmil, nei primi due mesi del 2026 i morti sul lavoro sono scesi a 102 contro i 138 dello stesso periodo del 2025 — un calo che qualche ministro ha già usato come prova di successo. Nello stesso bimestre, però, gli infortuni denunciati sono saliti a quasi 92mila, il 2,6% in più rispetto all’anno precedente: si muore un po’ meno, ma ci si fa male di più, il che non è propriamente la stessa cosa di “va meglio”.

E il dato ufficiale, per sua natura, conta solo chi è regolarmente assicurato: l’Osservatorio nazionale dei morti sul lavoro di Bologna, che include lavoratori irregolari, pensionati ancora attivi e persone senza copertura, ha contato oltre 400 vittime nei soli primi cento giorni dell’anno, più del doppio del bilancio ufficiale per un periodo comparabile. Le malattie professionali sono cresciute del 14,2%, gli infortuni in itinere dell’8,5%, le denunce nel Lazio del 22%. Tre vittime su dieci hanno più di sessant’anni: persone che, spesso, continuano a lavorare per necessità economica senza le tutele che l’età richiederebbe. E mentre tutto questo succede, allo 0,4% — non il 4%, lo zero virgola quattro per cento — delle risorse del Fondo sanitario nazionale viene destinato alla prevenzione negli ambienti di lavoro.

L’Inail ha molte risorse, ma non le investe come dovrebbe: le risparmia.

Francesca Re David (seg. nazionale CGIL)

Nel frattempo i servizi di prevenzione delle Asl si svuotano, e i tecnici della prevenzione lasciano il pubblico per stipendi fermi e carriere bloccate — la stessa logica di risparmio, di nuovo, applicata questa volta a chi dovrebbe controllare che negli altri posti di lavoro non si risparmi sulla sicurezza.

Ed è per questo che bisogna dirlo senza troppi giri di parole e senza timore: non c’è nulla di peggio, per chi ricopre un ruolo istituzionale, che trasformare in propaganda politica il giorno in cui si commemora una strage di lavoratori. Non perché la memoria vada tenuta sotto una campana di vetro, immune al dibattito: Marcinelle è storia anche politica e lo è sempre stata. Ma perché quel giorno specifico, quella cerimonia specifica, esistono apposta per ricordare che dietro ogni statistica c’è un corpo che non è tornato a casa: usarla per marcare un punto contro un sindacato, vero o sbagliato che fosse il bersaglio, sposta l’attenzione esattamente da dove dovrebbe restare fissa. Chi lo fa non sta difendendo la memoria delle vittime. La sta usando come chiunque altro userebbe un argomento di comodo, e lo fa proprio nel giorno in cui dovrebbe vergognarsene di più.

Settant’anni di distanza, la stessa disattenzione – Marcinelle è diventata, nella memoria pubblica italiana, il simbolo di quanto costasse cara l’emigrazione operaia del dopoguerra: si moriva per un lavoro che l’Italia non riusciva a garantire in casa. Sarebbe comodo pensare che sia una storia chiusa, da commemorare con la coscienza pulita di chi guarda al passato, magari indignandosi per un gesto simbolico e sentendosi già a posto così. Ma il 2026, con tutta la sua puntualità, si è premurato di ricordarci che il copione non è cambiato quasi per nulla: si muore ancora per il lavoro, molto spesso si tratta di lavoratori immigrati costretti a lasciare il loro Paese per povertà, per le guerre, per logiche neocoloniali, si continua a farlo con una regolarità che smette di fare notizia dopo il secondo o terzo caso nella stessa settimana, e la politica trova sempre il tempo di indignarsi per un simbolo, mentre le norme che potrebbero rendere quei lavori meno letali vengono discretamente rese più morbide.

Chi ha voltato le spalle a chi, al Bois du Cazier, lo scorderemo tutti entro la fine di agosto, archiviato come un piccolo incidente diplomatico tra alleati europei. I sei nomi della settimana scorsa, con qualche eccezione dei familiari e dei colleghi che li hanno persi, li ha già scordati quasi tutto il paese, e li scorderà anche chi, in queste ore, si sta ancora indignando per un tweet.


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