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Supplenti pendolari: il prof precario da 200 km al giorno non è un caso. I numeri FLC CGIL su posti vacanti e stabilizzazioni e i costi scaricati sui precari.

mondoscuola 10 minuti di lettura

Quando un giornale racconta un caso, l’amministrazione tende a trattarlo da caso. Ma la vicenda che La Stampa ha raccolto e Open ha ripreso l’11 ottobre, quella di un docente precario che attraversa ogni giorno tre scuole e quasi duecento chilometri, è l’ultima di una serie che dura da almeno cinque anni, e i supplenti pendolari non sono l’effetto collaterale di un sistema che funziona: sono il modo in cui funziona. Intanto il ministero comunica che l’anno parte con tutti i docenti in cattedra, e la cattedra coperta sta in un’auto, su un’autostrada, con il pedaggio a carico di chi la occupa.

La tesi è questa: il pendolarismo dei supplenti è strutturale, perché il reclutamento regge su contratti a termine che nessun annuncio di assunzioni ha mai avvicinato, e ne scarica i costi (spostamenti, tempo, salute) su chi li firma. Le cifre della FLC CGIL e quelle del ministero, messe una accanto all’altra, dicono più di quanto ciascuna parte sia disposta a dire.

Supplenti pendolari: una giornata di Razvan Hotca

Razvan Hotca ha trent’anni, insegna Economia nelle superiori della provincia di Torino ed è al quarto anno di precariato. La sua cattedra è di diciotto ore, cioè intera, ma servita a porzioni: sei ore a Ivrea, undici a Chieri, una a Caluso, tre sedi distanti da mezz’ora a un’ora d’auto. Il giovedì tipico comincia alle sette a Torino, passa per Caluso e per Ivrea, rientra a Torino per un’ora e riparte per il serale di Chieri, dalle diciassette alle ventuno: a casa alle ventidue, dopo quasi duecento chilometri. Il solo pedaggio Torino-Ivrea, andata e ritorno, supera i dieci euro, lo stipendio è di circa 1.700 euro netti, e lui invita a fare il conto da sé: lo faremo. Guidare due o tre ore al giorno gli impedisce poi di partecipare a riunioni pomeridiane e consigli di classe e d’istituto: la collegialità è un lusso di chi abita vicino.

Rifiutare non si può: chi rinuncia a un incarico assegnato dalle GPS viene cancellato ed escluso da tutte le graduatorie per due anni. L’ufficio scolastico territoriale ritiene l’assegnazione regolare: l’ordinanza ministeriale 27 del 16 febbraio 2026 consente il completamento orario in non più di tre scuole e due comuni, e qui la cattedra principale è di undici ore a Chieri, con completamento fra Ivrea e Caluso. Hotca, assistito dalla FLC CGIL, sostiene che il limite dei due comuni vada calcolato sul totale degli incarichi, che sono tre. Chi abbia ragione lo stabiliranno altri; conta di più l’argomento dell’amministrazione, che regge in ogni caso: se l’assegnazione è regolare, il problema non è l’errore di un ufficio, è la regola, e una regola che trasforma una cattedra in un itinerario non è una svista, è una scelta.

Non è un’eccezione: cinque anni di cronaca, la stessa strada

Nell’ottobre 2021 una docente della classe A041 raccontava di uno spezzone di quattordici ore a più di cento chilometri da casa, almeno 500 euro di carburante al mese su uno stipendio che indicava non superiore a 1.200: cifre sue, non verificate altrove. Nel settembre 2024 Catia Andreola, supplente di sostegno con due figlie adolescenti, percorreva circa 160 chilometri al giorno verso una scuola in provincia di Pisa, senza poter pagare un affitto vicino alla sede.

Nel settembre 2025 Alessandra Boi, insegnante di scuola primaria, faceva 150 chilometri al giorno da Capoterra a Villasimius, dopo un anno su tre supplenze contemporanee in tre scuole, con la benzina che, a suo dire, pesa per circa metà dello stipendio. Scrisse al ministro Valditara chiedendo un contributo per il carburante, con una soglia di quaranta chilometri oltre la quale farlo scattare: è la proposta più ragionevole dell’intera storia, avanzata da una maestra e non da un ufficio studi, e non ho trovato notizia di un seguito.

Il 20 settembre scorso La Nazione ha raccontato Mirco Giacalone, 42 anni, che da dieci anni insegna in laboratorio all’istituto agrario Ricasoli di Siena e vive all’Impruneta: settanta chilometri per tratta, circa 34.000 l’anno, sveglia alle 5:30, un gasolio salito da 150 ad almeno 300 euro al mese. Dieci anni nella stessa scuola, sempre richiamato come se fosse la prima volta, e intanto animatore digitale, curatore del sito e formatore dei colleghi sul registro elettronico: la transizione digitale di quella scuola passa per un precario che guida centoquaranta chilometri al giorno. Cinque anni, almeno tre regioni, sostegno e posto comune, lo stesso copione: un’eccezione che si ripete ogni settembre ha un nome, e il nome è regola.

I numeri: una scuola che regge su trecentomila contratti

Secondo i dati diffusi a settembre dalla FLC CGIL, nel 2025/26 i precari fra docenti e ATA sono stati circa trecentomila, oltre 302mila, il 12,7% in più rispetto al 2021/22. Il dato che spiega il resto è un altro: i posti di sostegno in deroga sono passati da circa 65.000 a 145.000 (dal 29% al 60% dei supplenti docenti), da soli più dell’intero aumento. Per l’ATA i supplenti sono cresciuti del 39,5% con l’organico fermo a circa 218.000 unità. Il ministero, sempre secondo la FLC CGIL, non pubblica dati sui precari da oltre un anno: un’opacità curiosa, per un sistema che sarebbe in via di superamento.

Le deroghe sono posti fuori dall’organico di diritto, autorizzati anno per anno e quindi, per costruzione, non stabilizzabili finché restano tali: la trovata contabile più elegante del sistema, un posto che si ripete per un decennio ma nasce ogni volta come eccezione, e dunque non è mai un posto. Per la FLC CGIL quelle cattedre sono reali, occupate da anni da migliaia di precari e possono essere stabilizzate: manca la volontà politica.

Posti vacanti e stabilizzazioni: il conto che nessuno vuole fare

Il confronto che i comunicati evitano è quello fra ciò che manca e ciò che si copre in modo stabile. Dopo la mobilità, secondo l’elaborazione della FLC CGIL, restavano circa 46.826 posti vacanti fra posto comune e sostegno, dato provvisorio. A inizio settembre il ministero ha comunicato 37.430 immissioni in ruolo, contro 29.685 dell’anno prima: un aumento reale, e giustamente rivendicato. I perimetri non coincidono (le immissioni comprendono la religione cattolica), ma l’ordine di grandezza è chiaro: restano circa 9.400 posti vacanti che il ruolo non copre e che finiscono, per costruzione, alla supplenza. Dei 250mila precari e dei 46mila posti ho scritto qui, dove anche il massimo storico di stabilizzazioni copriva meno di un precario su cinque.

Poi c’è l’altro lato del registro. Nella replica alla FLC CGIL, riportata da Confronto Scuola, il ministero conta per il 2026/27 155.072 incarichi a termine su posto intero per i soli docenti: 99.258 supplenze e 55.814 conferme sul sostegno; restano inoltre 9.356 posti senza aspiranti in graduatoria, e ci sono 19.468 nomine su spezzone, che il ministero conta a parte. Per ogni immissione in ruolo ci sono dunque più di quattro incarichi a termine, con i soli numeri del ministero, che semmai ha interesse a sottrarre e non ad aggiungere. I perimetri differiscono (docenti e ATA per la FLC CGIL, soli docenti per il ministero), ma il punto resta.

Gli spezzoni meritano una riga a sé: con un po’ di buona volontà i conti tornano, perché 99.258 più 19.468 fa 118.726, cioè le circa 118mila supplenze annuali del comunicato ministeriale; se è così, una su sei è un frammento di cattedra, che per regola si completa in altre scuole e in altri comuni. Il giovedì di Hotca è fatto di questa materia prima.

Chi paga: spostamenti, tempo, salute

Il conto che Hotca invita a fare: dieci euro di pedaggio per dieci giorni al mese sono cento euro, circa il 6% di 1.700 netti, prima di carburante, usura dell’auto, assicurazione. Giacalone dichiara almeno 300 euro di gasolio al mese, Boi una benzina che vale metà dello stipendio, la docente del 2021 oltre un terzo del suo: cifre dei diretti interessati, non verificate, ma coerenti: un costo di servizio che diventa una tassa sul lavoro.

Poi il tempo: sveglia alle 5:30, partenza alle sei, rientro alle ventidue, ore di strada che nessuno, nei racconti dei diretti interessati, riconosce o rimborsa. Poi la salute: non ho trovato statistiche pubbliche su quanti supplenti facciano questi chilometri, né sulla fatica o sugli incidenti che ne derivano, e l’assenza del dato è già un’informazione, perché un costo che nessuno misura non entra in nessun bilancio ed è, per definizione, a carico di chi lo sostiene. L’asimmetria è completa: l’amministrazione assegna con una procedura, il lavoratore accetta o resta fuori per due anni, e fra guidare e sparire non c’è una terza opzione, come mostra il fatto che il rimborso l’abbia chiesto una maestra.

«Tutte le cattedre coperte»: coperte da chi, a che prezzo

A inizio settembre il ministro ha assicurato che l’anno parte con tutti i docenti in cattedra, per il secondo anno consecutivo, e che i posti ancora vuoti riguardano materie con graduatorie esaurite. A Varese, secondo la FLC CGIL, le prime nomine del 30 e 31 agosto non avevano coperto tutti i posti e diversi precari, soprattutto sul sostegno, erano rimasti esclusi pur lavorando da anni nelle scuole, per cause che andavano dal sistema informatico delle nomine all’accorpamento di alcuni spezzoni. In passato, ricordava il sindacato, i bollettini erano arrivati fino a tredici: la «copertura» è un processo di settimane che il comunicato registra in un istante.

E la «copertura» è una categoria contabile: dice che nella casella c’è un nome, non che la persona possa starci. Una cattedra spezzettata su tre scuole figura coperta quanto una coperta da un docente di ruolo che abita davanti al portone; la differenza si paga altrove, e in autostrada. Tutte, insomma, tranne i 9.356 posti che il ministero stesso dice senza aspiranti. Né l’organico aiuta: quello 2026/27 riportato a luglio prevede tagli per 1.407 posti di potenziamento e 2.174 ATA, posti di margine con cui una scuola assorbe un’assenza senza chiamare un supplente da lontano.

Una genealogia: dall’eccezione al metodo

Il sistema non è nato così per distrazione. Nel novembre 2014 la Corte di giustizia dell’Unione europea, con la sentenza Mascolo, rilevò che l’Italia abusava dei contratti a termine nella scuola, anche perché per oltre dieci anni non erano stati banditi concorsi. La risposta fu la legge 107 del 2015, un piano straordinario di assunzioni che, nella ricostruzione citata, serviva a evitare i risarcimenti ai precari storici, con esclusioni, ATA compreso; per l’ATA un limite di 36 mesi di contratti a termine, abrogato nel 2018. Il 13 maggio 2026, nella causa C-155/25, la Corte ha stabilito che l’Italia non ha previsto misure contro l’uso abusivo di supplenze successive per il personale ATA. Più di undici anni fra la prima sentenza e questa, e nel mezzo ciò che era un rimedio straordinario è diventato metodo ordinario.

La FLC CGIL chiede al ministero di pubblicare i dati sui contratti del 2025/26 per profilo e tipologia di posto, di dire quanti posti in deroga saranno autorizzati e a quanto ammontino i risarcimenti ai precari con più di tre anni di servizio, e ritiene che quei posti possano e debbano essere stabilizzati. Aggiungo tre richieste minime, mie: un dato pubblico su quanti supplenti superino una soglia di distanza; il calcolo dei comuni sul totale degli incarichi, come chiede Hotca; il contributo per gli spostamenti proposto da Boi. Dell’anno scolastico che si apre ancora con gli stessi problemi ho scritto qui.

Se una cattedra coperta da un docente che guida tre ore al giorno vale quanto una coperta da uno che arriva a piedi, che cosa stiamo misurando: la scuola, o il suo organigramma? E quanti settembri dovranno passare prima di smettere di chiamare caso ciò che si ripete?


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