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Studenti in tenda a Montecitorio: borse insufficienti, studentati PNRR ai privati, affitti insostenibili. L'articolo 34 assorbito dalla rendita immobiliare.

mondoscuola 10 minuti di lettura

Dal 12 ottobre alcune tende campeggiano davanti a Montecitorio. Le ha piantate l’Unione degli universitari per lanciare la mobilitazione nazionale Cara Italia, quanto ci costi?, sulla scia dell’acampada spagnola e delle proteste che attraversano la Francia. Ma le tende non sono solo a Roma: sono tornate alla Sapienza, dietro la Biblioteca degli Alberi a Milano, e compaiono a Bologna, Genova, Pavia, Napoli, Lecce. Il messaggio è sintetico: senza casa non si studia. Una constatazione che suona come un’accusa alla Costituzione tradita.

Perché l’articolo 34 della Costituzione stabilisce che i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. Nel 2026 la gerarchia si è rovesciata: i mezzi vengono prima del merito, e spesso al posto del merito. Il titolo di studio si conquista sul mercato immobiliare prima ancora che in aula. Chi ha scritto la Costituzione immaginava una selezione per capacità; il sistema ne ha inventata una per reddito, con l’affitto che funziona da tassa d’ingresso non scritta.

Il conto della serva

Facciamo i conti, che è il modo migliore per uscire dalla retorica. Per frequentare l’università servono in media circa 1.800 euro all’anno solo per varcare la soglia: tasse, tassa regionale, materiale. Poi c’è la vita: una stanza in una grande città universitaria costa 500-750 euro al mese nel mercato libero, gli studentati privati arrivano a 1.000-1.300. La borsa di studio, per chi la vince, oscilla tipicamente fra i 2.000 e i 5.500 euro lordi annui, spesso decurtata del valore del posto letto o dei pasti. E poi c’è il macabro girone degli idonei non assegnatari: studenti con tutti i requisiti, ammessi al beneficio e lasciati in graduatoria perché i fondi non bastano. Un diritto riconosciuto e non pagato, cioè un diritto trasformato in promessa.

Le cifre della protesta dicono che lo Stato investe oltre 845 milioni in borse mentre servirebbero 1,7 miliardi solo per coprire tutti gli aventi diritto. Il governo risponde che sono stati realizzati oltre 60mila posti letto: peccato che, secondo l’Udu, quelli effettivamente pronti siano 33mila e solo il 3,8% dell’offerta sia pubblica. E che i fuori sede siano circa 700mila.

Nel 2023, quando le tende comparvero per la prima volta davanti ai rettorati da Milano in giù, una ricerca dell’Osservatorio Futura per Cgil, Udu e Rete degli studenti medi fotografava già un Paese in cui il 54% degli studenti era in difficoltà economica e il 61% indicava il costo della vita come ostacolo principale allo studio, con il 90% che poteva continuare solo grazie al sostegno della famiglia. Tre anni dopo, stesse tende, stessi motivi, più aggravati. Non una stagione di protesta: una condizione strutturale.

Il PNRR affittato

Il caso più istruttivo è quello degli studentati finanziati dal PNRR. Nel 2023 il ministero dell’Università sbloccò circa 960 milioni per 60mila posti letto affidati a gestori privati, con immobili che restano di proprietà dei privati e un vincolo d’uso ridotto a dodici anni. Un’inchiesta di Internazionale aveva allora documentato tariffe da 700 a 800 euro a Milano e Torino e posti già esistenti riciclati come nuovi.

La formula si è affinata: il nuovo Fondo per gli alloggi destinati agli studenti, affidato a Cassa Depositi e Prestiti, eroga circa 20mila euro a fondo perduto per ogni posto letto, in cambio di un canone calmierato del 15% sotto la media di mercato e della riserva del 30% dei posti per il diritto allo studio. Tradotto: lo Stato finanzia i privati affinché affittino agli studenti a un prezzo appena inferiore a quello gonfiato di un mercato che la stessa assenza di edilizia pubblica ha gonfiato. Il calmieramento non abbassa la rendita al livello di salari e borse; la solleva di un gradino e la legittima. E intanto l’industria dello student housing vanta rendimenti fra l’8 e il 15% l’anno.

Il ministero fa notare che in vent’anni di edilizia universitaria pubblica sono stati costruiti solo 2mila posti letto, a 80mila euro a posto. La risposta implicita è che il pubblico non sa fare. Quella corretta è un’altra: quando lo Stato costruiva, il posto letto restava dello Stato, quando eroga 20mila euro al privato, il posto letto resta del privato, e dopo dodici anni tutto torna al mercato. Non è inefficienza pubblica contro efficienza privata: è la scelta politica di trasformare un diritto in una rendita garantita.

La rendita contro lo studio

Qui conviene chiamare le cose con il loro nome economico. David Ricardo, teorizzando la rendita fondiaria, aveva capito che il prezzo non nasce dalla scarsità naturale del suolo ma dalla capacità del proprietario di accaparrarsi il differenziale fra costo di produzione e prezzo che il mercato sopporta. La rendita non produce valore: lo sottrae a chi lavora e lo trasferisce a chi possiede. Applicato all’università: la scarsità di alloggi pubblici non è un dato di natura, è il risultato di decenni di dismissione. E quel differenziale fra borsa e affitto viene pagato dallo studente, cioè dalla sua famiglia, cioè dal salario, o dallo Stato sotto forma di borsa, cioè dalle tasse.

Il meccanismo è perfetto e circolare: lo Stato non investe in edilizia pubblica; il mercato alza i prezzi; lo Stato eroga borse insufficienti che finiscono interamente nelle tasche dei locatori; quando non bastano, finanzia i privati che costruiscono studentati a prezzo calmierato. In ogni passaggio la rendita incassa e il diritto allo studio perde. L’articolo 34 non è stato abolito: è stato riassorbito.

Engels, ne La questione delle abitazioni, aveva già spiegato il meccanismo: nella società borghese ogni questione sociale viene risolta col pareggio fra domanda e offerta, soluzione che ricrea continuamente la stessa questione e quindi non è una soluzione. E aggiungeva che nelle grandi città esistono già edifici a sufficienza per porre riparo a ogni vera penuria abitativa, a condizione di usarli razionalmente, il che significa sottrarli al profitto dei proprietari. Centocinquant’anni dopo la provocazione conserva una scomoda attualità: non mancano le case nelle città universitarie; mancano le case che non rendano.

L’ateneo-mercato

C’è un secondo fronte, meno visibile delle tende. Le università competono fra loro per attingere studenti fuori sede paganti: tasse differenziate per i non comunitari, campagne di marketing internazionale, classifiche ad personam, uffici dedicati al reclutamento. Lo studente diventa cliente, il corso di laurea prodotto, la città campus. Se ne parla come di un successo: l’università italiana cresce, si internazionalizza. Ma è un successo con un prezzo sociale: chi non può pagare il prodotto resta fuori, e chi resta fuori non è solo escluso da un titolo, è escluso dal salario che il titolo promette. Non a caso ho già raccontato qui come la scuola italiana funzioni da smistatore sociale ben prima dell’università: la rendita immobiliare fa lo stesso mestiere a valle, selezionando per cassa chi è sopravvissuto alla selezione per merito.

La Francia specchio

Di fronte a tutto questo, la Francia offre uno specchio interessante. Da settembre gli studenti francesi riempiono le piazze: edilizia scolastica fatiscente, con oltre il 30% degli istituti in stato precario; classi da oltre trenta alunni; l’algoritmo di Parcoursup che assegna gli avvenire. Il cartello più citato dei cortei racconta il tutto in una riga: trentacinque studenti, un professore; trentacinque gradi, un ventilatore. I sindacati studenteschi hanno tradotto la rabbia in dieci misure urgenti firmate da decine di migliaia di giovani, dal piano di riqualificazione degli edifici al peso degli studenti negli organi collegiali. Michela Marzano, su Repubblica, ha ricordato con Tahar Ben Jelloun la vecchia sentenza di Chirac sulla casa che brucia mentre tutti guardano altrove.

La differenza con l’Italia è significativa. In Francia il conflitto riguarda la qualità della scuola pubblica: gli studenti contestano ciò che ricevono. In Italia riguarda l’accesso materiale: contestano di non poterci nemmeno entrare, se non con la borsa sfasciata e l’affitto insostenibile. I francesi rivendicano un’educazione migliore; gli italiani rivendicano il diritto di esistere come studenti, con una casa, un pasto, un libro. È la differenza fra una questione pedagogica e una questione di classe.

Chi li sostiene, chi li liquida

Le organizzazioni studentesche hanno numeri precisi, che è il modo migliore per essere ignorati con rispetto. L’Udu e la Rete degli studenti medi chiedono per la Legge di Bilancio almeno 7 miliardi complessivi: 1,7 per le borse di studio, un piano pluriennale da 4 miliardi per alloggi interamente pubblici, 2 per la progressiva gratuità degli studi, 1,5 fra trasporti gratuiti e mense calmierate. La Flc Cgil è al fianco della mobilitazione da mesi, e Landini, andando a Montecitorio, ha definito la lotta una battaglia di civiltà, da collegare alla manifestazione del 17 ottobre.

Il potere ha risposto con tutto il suo repertorio. La ministra Bernini vanta i posti letto e invita alla pazienza. Un deputato di maggioranza, intercettato davanti alle tende, ha spiegato ai ragazzi che il mondo non funziona così e che crescendo capiranno come funziona. Probabilmente ha ragione: crescendo scopriranno che la selezione per reddito si chiama efficienza, che il trasferimento di fondi pubblici ai privati si chiama modernizzazione, che l’idoneo non assegnatario si chiama opportunità. Il lessico della rendita ha sempre avuto buoni insegnanti.

Dal ’77 alle tende: una genealogia corta

C’è chi paragona questa stagione al 1977, e la tentazione è comprensibile: allora come oggi i giovani scendevano in piazza attorno all’università. Ma la differenza dice più di ogni analogia. Nel 1977 il movimento contestava la funzione sociale della scuola e dell’università: la scuola-fabbrica, il mandato di produrre manodopera qualificata e disciplinata, la selezione che precedeva il sapere. Il soggetto di allora rifiutava l’ingresso per ribaltare la fabbrica. Il soggetto di oggi bussa: chiede di entrare, di pagare un affitto decente, di avere una borsa intera, di non scegliere fra il cibo e i libri.

Questo non è un giudizio: è una misura del trionfo della rendita. Il movimento del ’77 poteva immaginare un’università diversa perché l’università era ancora un luogo di produzione di soggettività. Quarant’anni di precarizzazione l’hanno trasformata in un biglietto d’ingresso al mercato del lavoro e la rendita immobiliare ne ha fissato il prezzo della poltrona. Le tende, dal 2023 al 2026, sono diventate il simbolo di questa situazione. Non sono occupazione, non sono fuga: sono l’aula che manca. Davanti a Montecitorio gli studenti fanno lezione di economia politica gratis: mostrano che il diritto allo studio non muore di tagli lineari, ma di un meccanismo raffinato in cui il pubblico finanzia il privato, il privato incassa la rendita, e la Costituzione fa da contorno decorativo.

Cosa c’è in gioco

Ho già scritto altrove che l’emergenza casa è una questione pubblica, non un fatto privato. Qui il punto è più specifico: quando l’articolo 34 viene assorbito dalla rendita immobiliare, l’università smette di essere il motore della mobilità sociale e diventa il suo filtro. Non seleziona più i capaci: seleziona i figli di chi può affittare. E un Paese che seleziona i figli di chi può affittare non ha bisogno di nemici esterni per impoverirsi: ce l’ha già, seduto sulle graduatorie degli immobili.

La generazione in tenda non chiede la luna. Chiede che una norma costituzionale smetta di essere una frase commemorativa e torni a essere un obbligo: borse che coprono la vita, alloggi pubblici che restano pubblici, un’università che non si misuri in clienti paganti. Fino a quando questo non accadrà, le tende resteranno. Non sono il problema. Sono la fotografia.


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