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Kubilius difende Palantir, 120 sindacati europei ne chiedono l'abbandono: il riarmo non produce autonomia strategica europea, produce dipendenza e opacità.

sindacato 10 minuti di lettura

In un’intervista pubblicata il 24 settembre il commissario europeo alla Difesa Andrius Kubilius ha spiegato a Euronews che Palantir è un’azienda ottima, che non sa che cosa si siano detti con il suo amministratore delegato i presidenti di Polonia e Lituania e che l’intelligenza artificiale sta diventando la normalità nelle dottrine di difesa. Negli stessi giorni più di centoventi sindacati e organizzazioni hanno chiesto ai governi e alla Commissione di cancellare ogni contratto pubblico con la stessa azienda.

Sono due modi inconciliabili di intendere chi comandi sui dati di uno Stato, tenuti insieme dalla formula dell’«autonomia strategica europea»: che sulla carta si costruisce “comprando europeo” e nei fatti si affitta da un fornitore statunitense, con la sede a Denver fino a febbraio e da allora ad Aventura, vicino a Miami, un indirizzo che cambia più in fretta di una gara d’appalto. La tesi è poco simpatica ai manuali di geopolitica: la tecnologia non è neutra e il riarmo non produce autonomia, produce dipendenza. Si può costruire un esercito fino all’ultima vite in Europa e lasciare che il livello che decide che cosa vedere, collegare e colpire risponda a un software di cui nessuno, a Bruxelles, possiede il codice. È un problema di governo, perché i dati escono dal controllo democratico, e di lavoro, perché nei servizi pubblici quel software prende il posto di funzioni e competenze: dunque, a ben vedere, sindacale.

La lettera dei centoventi, il commissario e l’ammiraglio

Che cosa chiedono i firmatari? Di cancellare i contratti pubblici esistenti, di vietare per sempre all’azienda quelli futuri, di costruire alternative con garanzie contro la sorveglianza di massa e di far disinvestire la finanza pubblica, come si legge nel testo comune. Tra i nomi ci sono EPSU, che rappresenta otto milioni di lavoratori dei servizi pubblici, la loro internazionale PSI, Corporate Europe Observatory e Global Justice Now; i firmatari vengono da vari Stati membri e anche da Armenia, Albania, Svizzera, Turchia e Regno Unito, riferisce Cybernews. Se ce ne sia una italiana lo dirà l’elenco, che sta in un PDF; il governo italiano, intanto, l’azienda ce l’ha già in casa.

Gli argomenti sono di due famiglie: i diritti (sorveglianza, polizia predittiva, intelligenza artificiale militare) e quella che a un sindacato sta più a cuore, la ricchezza pubblica. Secondo la ricerca di PSI, CICTAR ed EPSU l’aliquota fiscale effettiva mondiale dell’azienda è dell’1,4 per cento e nel 2025 non avrebbe pagato imposta federale sul reddito negli Stati Uniti su 1,65 miliardi di dollari di utile, come ha ricordato la conferenza di Madrid. Olivier Hoedeman, di Corporate Europe Observatory, dà il nome al problema: sistemi privati incastonati nelle operazioni di un governo creano dipendenze profonde, e il rischio è la cattura aziendale di infrastrutture e decisioni pubbliche.

Dall’altra parte il commissario invita l’Europa a sviluppare capacità proprie; quali, con quali mezzi e in quanto tempo, nell’intervista come la riassume Euronews non si dice. L’ammiraglio della NATO Pierre Vandier è più franco: secondo Cybernews ha osservato che per Palantir l’Europa non ha un vero concorrente, e a marzo il Maven Smart System dell’Alleanza, sistema di Palantir, ha raggiunto la piena capacità operativa. Il circolo è perfetto: la dipendenza dimostra che il fornitore serve, e il fornitore alimenta la dipendenza.

Una mappa dei contratti, dalla polizia dell’Assia al Viminale

I governi che, nella ricostruzione di Euronews a giugno, stanno rivedendo i contratti hanno ciascuno il suo motivo. I Paesi Bassi, che usano il software dal 2010 in modo limitato, vogliono entro due anni un’alternativa vera; una commissione parlamentare britannica ha definito la presenza crescente dell’azienda un punto di vulnerabilità inaccettabile; in Germania, stando a Euronews, le forze armate non affideranno commesse a società statunitensi. Rivedere, si noti, non è abbandonare: è il verbo con cui un’amministrazione annuncia di avere un problema senza dire di averlo.

Il problema ha anche una sentenza. Il 16 febbraio 2023 la Corte costituzionale tedesca ha dichiarato incostituzionale la norma dell’Assia, dove Gotham opera con il nome di HessenDATA, e nulla quella di Amburgo: la polizia può usare un software per ricavare collegamenti tra i dati, ma la legge deve fissare condizioni precise, perché la macchina produce conoscenza nuova e delicata per i diritti fondamentali, come riassume netzpolitik. La Corte ha giudicato la legge, non il contratto, rimasto riservato: una norma incostituzionale e un accordo segreto, e l’ordine in cui le due cose si scoprono dice quanto pesi il controllo democratico. Nel 2021 Lighthouse Reports misurò l’opacità con gli accessi agli atti: Europol negò l’accesso completo a 67 dei 69 documenti individuati.

E l’Italia? Domani ha ricostruito in marzo una storia che comincia nel 2013 con una commessa da poco meno di cinquantamila euro per Sogei, la società informatica del Tesoro, passa per la Direzione informatica della Difesa e arriva a una procedura negoziata del 2024, coperta da segreto, per una licenza Gotham da un milione: durata e aggiudicatario sono ignoti. Poi c’è il Viminale: secondo Open, l’azienda ha proposto alla Polizia di prevenzione un software da venti milioni in quattro anni, con accesso almeno parziale al Sistema di indagine, mentre Palazzo Chigi fa sapere che servirebbe una gara. L’interrogazione di Avs è del 2 febbraio e il governo, in marzo, taceva; le fonti che ho letto si fermano lì.

Dal complesso militare-industriale al complesso dei dati

Il 17 gennaio 1961 Dwight Eisenhower avvertì che l’unione di un apparato militare immenso con una grande industria degli armamenti era una novità, che i consigli di governo dovevano guardarsi dalla sua influenza ingiustificata, e che solo cittadini vigili e informati potevano tenere la macchina della difesa in armonia con i metodi pacifici, secondo il discorso di congedo. Il passaggio meno citato è nello stesso testo: la ricerca, ormai costosa e dipendente dai fondi federali, rischiava di piegarsi ai contratti, e la politica pubblica di diventare prigioniera di un’élite scientifico-tecnologica. Il rimedio indicato non era un ufficio acquisti, ma una cittadinanza.

Palantir nasce nel 2003 con i soldi di Peter Thiel e riceve circa due milioni da In-Q-Tel, il braccio di venture della CIA; Gotham arriva nel 2008 per difesa e intelligence, come riassume Wikipedia.
Nel 2025 i ricavi sono stati di 4,5 miliardi di dollari, più della metà da governi, secondo il Colorado Sun: il complesso di Eisenhower, solo che il prodotto non è il carro armato, è il collegamento tra i dati. Il capitalismo della sorveglianza di Shoshana Zuboff ricava dall’esperienza quotidiana, trattata come materia prima gratuita, un surplus comportamentale venduto in forma di previsioni, come riassume l’enciclopedia. La lettura che ne ricavo è mia: nella versione di Palantir la materia prima è l’archivio dello Stato, fascicoli di polizia, dati sanitari, frontiere, e il cliente è lo stesso Stato che l’ha fornita e che paga per leggere i propri dati: un mercato delle previsioni con un compratore solo, che saremmo noi.

Quando Thiel è venuto a Roma, a metà marzo, a tenere a porte chiuse lezioni sull’Anticristo, il dibattito si è fermato all’apocalisse e non è arrivato alle attività della sua azienda: (ne ho scritto). Il cofondatore, scrive Domani, è un tecnoguru simbolo del trumpismo, e tra i clienti ci sono il Pentagono e l’agenzia statunitense dell’immigrazione, a cui nell’aprile 2025 sono stati assegnati trenta milioni. Al fornitore del Pentagono e dell’agenzia di Trump affidiamo pezzi delle banche dati europee: la sovranità, in questo caso, consiste nel firmare in inglese.

La tecnologia non è neutra: è un contratto

La neutralità della tecnologia è l’argomento commerciale più comodo, perché sposta la domanda dal chi al come: è solo uno strumento, dipende da come lo usi. Uno strumento che sta in un ministero è anche una licenza, un rinnovo, un modello dei dati, una scelta su che cosa conti come legame tra due persone, e un fornitore che può cambiare le condizioni. Il segno della dipendenza è nei numeri più banali: l’ammiraglio dice che concorrenti non ce ne sono, l’Aia ha bisogno di due anni per sostituire un uso descritto come limitato. Quanto servirebbe per sostituirne uno esteso?

Avevo già scritto che il potere passa ormai dal codice che decide chi vede che cosa e quando, e che la risposta è negoziarne apertamente il governo, non subirlo; e che la guerra di posizione si è spostata nei server, con l’infrastruttura del consenso in mano a poche aziende private. Palantir ne è l’applicazione amministrativa e militare: non decide al posto del governo, e non occorre, perché basta che decida su che cosa il governo possa decidere.

Il riarmo che non produce autonomia strategica europea

La sovranità è la capacità di decidere e quella, altrettanto importante, di smettere; un sistema che non si sostituisce in meno di due anni, come ammettono gli olandesi, si può soltanto rinnovare. Il «riarmo europeo» ha nel SAFE la sua parte più concreta: 150 miliardi di prestiti con debito comune, con una regola di provenienza per cui, come scrive il Post, il 65 per cento del valore dei contratti deve andare ad aziende dell’Unione. Mi pare una regola sulla residenza delle imprese e non sulla proprietà del livello che comanda l’arma: si rispetta comprando europeo ogni lamiera e pagando in licenza il sistema che ne decide l’uso, e l’Europa finanzierebbe a debito la propria autonomia per affittarne il cervello.

In un altro pezzo ho sostenuto che la domanda sul riarmo non è se spendere ma chi paga. Qui se ne aggiunge una seconda, meno popolare: a chi vanno i soldi quando la spesa passa dal software, e chi tiene le chiavi della macchina dopo averla pagata?

Il lavoro pubblico sostituito da piattaforme

Alla conferenza di Madrid il sindacato statunitense degli infermieri NNU ha riferito di sistemi di turnazione dell’azienda in almeno quindici gruppi ospedalieri statunitensi e di indagini in cui il 65 per cento degli infermieri dichiarava di rischiare più spesso turni con personale ridotto dopo l’arrivo della piattaforma, mentre UNISON ha chiesto ai ministri di usare la clausola di recesso nel contratto con il servizio sanitario britannico. Sono dati sindacali, ma indicano il meccanismo: quando l’analisi di una banca dati di polizia, di un organico ospedaliero o dei conti di un ministero passa in una piattaforma a licenza, gli analisti pubblici non spariscono, diventano utenti di uno strumento di cui non controllano la logica, e la competenza si sposta al fornitore. Il lavoro pubblico non viene licenziato: viene sostituito in silenzio da un abbonamento.

Che cosa chiedere, allora?
Contratti pubblici, con clausole di uscita e portabilità dei dati, prima della firma e non dopo l’inchiesta; appalti che guardino anche al fisco di chi li vince, come chiede EPSU; analisti e sviluppatori pubblici assunti al posto di licenze permanenti; diritti di informazione e contrattazione sui sistemi che governano turni, controlli e carichi.

Eisenhower chiedeva cittadini vigili. Un commissario che definisce ottima l’azienda e dice di non sapere che cosa si siano detti i presidenti non è un buon esempio di vigilanza, e un governo che in marzo non rispondeva a un’interrogazione di febbraio nemmeno.
Se l’autonomia strategica si compra a rate da un fornitore e il manuale d’uso l’ha scritto lui, fatichiamo a capire di chi sono le chiavi.


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