Il Corriere della Sera del 6 ottobre dedica una pagina alla ricerca della Fondazione Agnelli con un titolo che ha la giusta attrattiva catastrofista adatta al momento, «Perderemo 2 milioni di studenti», e un occhiello che promette di più: «Potrebbero sparire 100 mila classi». La pagina è ripresa sul sito della Fondazione: il conto, scrivono Fregonara e Riva, è presto fatto: 166 mila docenti in meno, via uno su quattro.
Il conto potremmo dire che è esatto, da un punto di vista ragionieristico, ma la sua traduzione in destino ineluttabile non lo è. Riassumo la tesi della Fondazione, mostro dove il suo stesso testo la ridimensiona e propongo un’altra lettura: se gli alunni diminuiscono e l’organico resta fermo, il dividendo demografico si spende in classi meno numerose e in più tempo scuola, con una didattica che sia scuola e non custodia pomeridiana.
- La tesi di Fondazione Agnelli: meno alunni, meno classi, meno docenti
- Dove la tesi si ferma: le soglie non sono leggi di natura
- La proposta: stesso organico, meno alunni per classe, più tempo scuola
- Didattica innovativa, non scuola parcheggio: che cosa dicono le evidenze
- Il Mezzogiorno, le mense e le condizioni materiali
- Obiezioni e condizioni
La tesi di Fondazione Agnelli: meno alunni, meno classi, meno docenti
La ricerca, intitolata L’inverno demografico della scuola ed elaborata su previsioni Istat con base 1 gennaio 2025, stima che la popolazione fra 0 e 18 anni passi da 9.357.000 a 7.382.000 nel 2040: quasi due milioni in meno, il 21%. Il calo si sposta lungo i cicli, perché le coorti ridotte salgono con l’età (nel 2040 la primaria perde il 22%, le medie il 28%, le superiori il 27%) e si divarica sul territorio: Nord fra il 15 e il 16%, Centro al 23%, Mezzogiorno al 27%, con Sardegna e Basilicata oltre il 30%.
La simulazione su classi e docenti congela i parametri attuali, dai 18,4 alunni per classe della primaria ai 21,4 delle superiori e dai 1,60 ai 1,92 docenti per classe, sostegno escluso. Ne escono classi da 409.522 a 314.823 (94.699 in meno, il 23%) e docenti da 721.328 a 554.915 (166.413 in meno): i numeri che il Corriere traduce in «drammatico taglio del personale», aggiungendo che con le soglie attuali si formerebbero tre classi su quattro e che a rischio sono le scuole piccole, per l’Indire più di 10 mila elementari con una sola sezione, concentrate nelle aree interne.
Il testo della Fondazione è però meno apocalittico della sua sintesi giornalistica: avverte che si tratta di un esercizio «a regole costanti», non di una previsione degli organici, e che quelle percentuali non vanno lette come «tagli inevitabili»: indicano il margine che il calo apre per altre opzioni, fra cui il rafforzamento del tempo scuola e della scuola del pomeriggio, soprattutto alle medie, la stabilità degli organici e le classi meno numerose. Il direttore Andrea Gavosto aggiunge nel Corriere una contabilità: si risparmierebbero 6 miliardi, da investire in nidi e università, oppure in classi più piccole nelle aree complesse, oppure in più tempo scuola anche alle medie; il rischio vero, osserva il giornale, è un semplice blocco del turnover. Nulla di nuovo: nel 2018 la Fondazione prevedeva con Orizzonte 2028 circa 55 mila cattedre in meno, e nel 2019 lo stesso Gavosto indicava la scuola del pomeriggio come alternativa ai tagli.
Dove la tesi si ferma: le soglie non sono leggi di natura
La parola decisiva della pagina del Corriere è un condizionale: se la soglia minima di studenti per formare una classe non verrà rivista. È la frase che trasforma il calo demografico in taglio ed è una scelta politica che si traduce in una applicazione amministrativa. Le soglie sono quelle del DPR 81 del 2009: primaria da 15 a 26 alunni, secondaria di primo grado da 18 a 27, prime delle secondarie di secondo grado con un minimo di 27, deroghe del 10% e classi sotto soglia in montagna e nelle piccole isole.
È un decreto con l’impronta di un’altra emergenza, quella dei conti: nel triennio 2009/10-2011/12 i tagli Tremonti-Gelmini hanno cancellato 131.903 posti, 87.402 docenti e 44.501 ATA. Il calo demografico offre oggi alla stessa logica un alibi migliore di quello del 2008, perché ha il pregio di essere vero.
Lo stesso vale per l’organico. Nell’agosto 2024 il ministro Valditara rivendicava lo stesso organico docente con 110 mila alunni in meno, «risultato non scontato»: la tesi dell’invarianza è dunque, a parole, anche del governo. Ma la Legge di bilancio 2026 ha sostituito la programmazione triennale dei posti con una determinazione annuale motivata dal calo demografico, l’organico diventa «mobile». Questo ha portato la FLC CGIL a denunciare riduzioni strutturali, con la conversione del potenziamento in serbatoio per le supplenze brevi. Nel marzo 2025 erano già saltati 5.660 docenti per il dimensionamento. L’invarianza è un’affermazione di principio, non una garanzia, e il Corriere ricorda che gli unici alunni in crescita, quelli non italiani (+16% contro il -12,5% degli italiani), sono gli stessi su cui si discute di un tetto del 30%.
La proposta: stesso organico, meno alunni per classe, più tempo scuola
La proposta è un’inversione di prospettiva: l’organico come costante, gli alunni come variabile. Con i coefficienti della stessa Fondazione, nel 2025 ci sono 1,76 docenti per classe (721.328 su 409.522). Se l’organico resta fermo e le classi scendono a 314.823, i docenti per classe salgono a 2,29: il 30% di capacità didattica in più per ciascuna classe, senza assumere nessuno e senza che nessuno lavori un’ora in più, perché i docenti sono gli stessi e a diminuire sono le classi da servire. È il dividendo demografico, e si spende in due modi, che sono gli estremi di una manopola.
Il primo estremo è non chiudere classi: a classi e organico invariati gli alunni per classe calano come la popolazione, e nel 2040 scendono sui coefficienti Agnelli a circa 14-15 nella primaria e nelle medie, a circa 16 alle superiori, a circa 18 nell’infanzia. Il secondo è riconvertire i docenti in tempo: la capacità per classe cresce del 30%, che in ordine di grandezza equivale a passare da 30 a 39 ore settimanali, cioè dalla primaria a 30 ore al tempo pieno a 40 e dalle medie a 30 ore al tempo prolungato a 36-40. A metà della manopola, con classi più piccole del 10% (da circa 20 a circa 18 alunni), le classi scendono del 14% e la capacità per classe sale del 17%: circa 35 ore, quasi il tempo prolungato per tutti. I calcoli sono miei e vanno presi a spanne, perché i posti non sono ore fungibili e il sostegno resta fuori, ma l’ordine di grandezza è questo, e matura anno per anno.
Didattica innovativa, non scuola parcheggio: che cosa dicono le evidenze
Resta l’obiezione che accompagna ogni proposta di allungare l’orario: più ore non vuol dire più scuola. È giusta, e la letteratura la precisa. La Education Endowment Foundation stima in circa tre mesi di apprendimento aggiuntivi l’effetto medio dell’allungamento del tempo scuola, ma avverte che conta la qualità del tempo più della quantità, che le attività opzionali faticano a raggiungere chi ne ha più bisogno e che i risultati migliorano quando l’attività accademica si combina con attività fisiche, artistiche, professionalizzanti o sociali. Sulle classi meno numerose il rapporto è più freddo: circa un mese in più, a costi molto alti, con effetti significativi solo sotto i 20 alunni, più chiari vicino ai 15, e soltanto se l’insegnamento cambia, perché classi più piccole che continuano a fare lezione frontale non migliorano nulla. L’alternativa che indica è impiegare i docenti per lavorare con piccoli gruppi.
Le due conclusioni descrivono ciò che l’invarianza rende possibile. L’obiezione contro le classi piccole è il costo dei docenti aggiuntivi, e qui i docenti ci sono già; l’obiezione contro il tempo lungo è il suo uso come custodia, e il rimedio è affidarlo a docenti di ruolo con obiettivi di apprendimento, non a personale esterno. È questa la linea di confine fra scuola e parcheggio: nel parcheggio il tempo si riempie, nella scuola si progetta. L’Indire ha una formula per questo, la flessibilità oraria come risorsa pedagogica, titolo di un volume con prefazione di Luigi Berlinguer, e la rete di Avanguardie educative sperimenta da anni orari non rigidi, laboratori e compresenze. Quanto al tempo pieno, uno studio della Banca d’Italia mostra miglioramenti in matematica in seconda e quinta primaria, in italiano in seconda, e un effetto duraturo sull’occupazione delle madri, e segnala che gli studenti svantaggiati, che ne trarrebbero più vantaggio, lo usano meno: è l’argomento per mettere il tempo lungo nel curricolo, e non lasciarlo alla libera scelta.
Il Mezzogiorno, le mense e le condizioni materiali
La geografia del calo coincide con quella del tempo pieno mancante. Secondo i dati di Openpolis e Svimez riportati da La Notizia, nel Mezzogiorno accede al tempo pieno il 18% degli alunni contro il 48% del Centro-Nord; a Reggio Calabria e Palermo meno del 10%, a Milano e Torino oltre l’85%; circa 650 mila bambini delle primarie statali del Sud frequentano scuole senza mensa. Il Mezzogiorno è anche l’area che perde di più al 2040, con il 27% della popolazione scolare: per quel territorio l’invarianza significa tempo pieno, mentre la logica dei coefficienti costanti significa chiusura di scuole. Senza mense, palestre e laboratori, però, il tempo pieno non parte, e la mensa non si ricava dall’organico docente: invarianza dell’organico non vuol dire invarianza della spesa, vuol dire spostare la spesa dal taglio ai servizi e all’edilizia.
Obiezioni e condizioni
La prima obiezione è il costo. Rinunciare a 6 miliardi di risparmio annuo non è poco, e la divisione per i 166 mila docenti (circa 36 mila euro ciascuno, calcolo mio) mostra che il «risparmio» coincide con gli stipendi. Nidi e università meritano risorse, ma nuove: finanziarli con i docenti della primaria significa scoprire un santo per vestirne un altro.
La seconda è il contratto: nessuno lavora un’ora in più, ma la progettazione per piccoli gruppi richiede tempo riconosciuto e formazione retribuita, e i rinnovi contrattuali arrivati con anni di ritardo insegnano quanto sia lunga l’attesa quando le risorse si decidono altrove.
La terza condizione è giuridica: il dividendo va vincolato. Serve una norma che destini i posti liberati dal calo agli stessi cicli e agli stessi territori, per tempo scuola e classi meno numerose, sottraendoli all’annualità dei bilanci e alle supplenze brevi.
La quarta riguarda le scuole piccole: le classi sotto soglia in montagna esistono già in deroga, e si tratta di far diventare la deroga regola.
La quinta è la vigilanza sul parcheggio: se il pomeriggio viene coperto da personale a basso costo, senza obiettivi e senza valutazione, la proposta diventa il suo contrario. Il decreto scuola ricorda che le riforme a costo zero sono la norma di questa stagione, e che di questa norma bisogna diffidare.
Primo, vincolare per legge i posti liberati dal calo al sistema, nello stesso ciclo e nello stesso territorio. Secondo, riscrivere le soglie del DPR 81 abbassando i minimi, portando la media verso i 15-18 alunni e trasformando la deroga per le scuole piccole in regola. Terzo, mettere il tempo esteso nel curricolo, cominciando dal tempo pieno nel Mezzogiorno e dal tempo prolungato alle medie. Quarto, riempirlo di didattica per piccoli gruppi, laboratori e compresenze, con tempo di progettazione e formazione retribuiti. Quinto, finanziare mense, spazi e personale ATA, perché senza i servizi il tempo lungo resta una circolare. L’inverno demografico è la prima occasione, dopo decenni di classi pollaio, in cui la scuola può migliorare per sottrazione dell’affollamento anziché per addizione di spesa: sprecarla in nome dei coefficienti costanti sarebbe il modo più ordinato di non decidere.
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