Quando un ministero comunica che la ricerca è finalmente una «priorità strutturale», conviene fare ciò che il comunicato non fa: leggere i numeri fino in fondo. Il Fondo ordinario per gli enti di ricerca del 2026 è presentato come un record, oltre 1,548 miliardi, ma nel riparto riportato da Italpress la crescita sul 2025 è di circa 15 milioni, intorno all’1%, mentre l’Istat registra a settembre un’inflazione tendenziale del 4,2%, salita dal 3,3% di agosto: un aumento nominale di quell’entità è un taglio reale. Lo stesso vale per i 60,7 milioni annui annunciati per assumere fino a 2.000 ricercatori: secondo il comunicato del MUR sono l’importo a regime dal 2027, mentre nel 2026 le risorse complessive sono 18,5 milioni. Conti che i precari della ricerca conoscono bene.
La tesi è che definanziamento, precarietà strutturale e riorientamento verso la ricerca applicata e duale non siano tre problemi da affidare a tre tavoli, ma tre facce dello stesso processo: un sistema che tratta la conoscenza come una voce di spesa da contenere, la celebra a parole e la svuota nei fatti, erodendo per prima la ricerca di base e la libertà di ricerca. La precarietà, del resto, è anche un problema epistemologico: un sapere che vive di contratti a termine impara a produrre ciò che si rendiconta prima della scadenza, e nessun contratto a termine ha mai finanziato il risultato «inutile».
Precari della ricerca: seimila persone, duecentoquattro posti
La fotografia, secondo la FLC CGIL, è quella di circa 6.000 precari su 25.000 addetti degli enti pubblici di ricerca, con metà del bacino al CNR, e per stabilizzarli servirebbero almeno 300 milioni: lo ricordava il sindacato nel novembre 2025, denunciando una manovra senza risorse, con il turn over fermo al 75% e un PNRR che si chiude senza investimenti strutturali.
Il piano straordinario con cui il ministero risponde si apprezza meglio in proporzione. Il comunicato del MUR parla di fino a 2.000 assunzioni, ma i ricercatori PNRR da consolidare sono 1.051, di cui 847 nelle università e 204 negli enti vigilati; al CNR ne toccano 97, con 2,7 milioni a regime. Basta una divisione: 204 posti per 6.000 precari fanno il 3,4%, 97 posti per i circa 3.000 precari del CNR, cifra emersa a luglio a Sesto Fiorentino, il 3,2%. Una stabilizzazione «straordinaria» che riguarda uno su trenta: il resto è ordinaria amministrazione.
Nelle università a fare i conti è ancora la FLC CGIL: il piano vale circa 1.900 posizioni a fronte di oltre 10.000 precari PNRR in uscita, è riservato a chi ha un contratto da RTDa in scadenza nel 2025 o nel 2026, lascia fuori gli assegnisti e impone agli atenei di coprire più della metà dei posti con le proprie facoltà assunzionali. Il taglio di 100 milioni al piano straordinario di assunzioni, aggiunge il sindacato, è stato destinato agli aumenti degli stipendi di chi è già in servizio: una redistribuzione dentro un perimetro insufficiente, in cui a perdere è chi sta fuori. La «stabilizzazione» diventa così un concorso a posti contati fra persone che lavorano già.
Ad aprile la FLC CGIL è tornata in piazza chiedendo un vero piano di reclutamento e la proroga della legge Madia per la ricerca, nei giorni dell’aggiornamento del piano strutturale di bilancio, primo tassello della manovra 2027. Del contratto Istruzione e Ricerca 2025-27 ho scritto qui, del denaro dell’università qui; sulla governance del CNR: [INSERIRE LINK INTERNO: pezzo sulla governance del CNR].
La finanza della ricerca: aumenti nominali, «premialità» e turn over
Cominciamo dal «record». Il DM 916 del 23 giugno ripartisce 1.480.883.600 euro; gli oltre 1,548 miliardi dei comunicati tornano, a conti fatti, soltanto aggiungendo i 60 milioni della quota premiale e i 7,27 milioni delle assunzioni, cioè sommando al fondo ordinario ciò che ordinario non è. E c’è un dettaglio in ombra: la quota premiale passa da 40 a 60 milioni, venti in più, mentre l’incremento complessivo sul 2025 per gli enti è di circa 15 milioni compreso il premiale; se i due numeri hanno la stessa base, la parte non premiale arretra di circa 5 milioni persino in valore nominale.
Quei 60 milioni, circa il 4% del totale, sono legati a indicatori di produzione scientifica, partecipazione alle infrastrutture e avanzamento degli interventi, e segnano il passaggio dalla programmazione alla competizione: un ente con il fondo ordinario fermo e una quota crescente legata a indicatori ha una sola strategia razionale, produrre ciò che l’indicatore conta. E che cosa conta un indicatore di produzione, se non ciò che è già stato prodotto? È il «merito» che premia chi ha già vinto e che, per una ricerca di base in cui la domanda giusta può impiegare un decennio a diventare un articolo, offre un incentivo perverso: smettere di farla. Per il 2027 e il 2028 il decreto consente di assumere a riferimento il 100% dell’assegnazione 2026: un congelamento nominale che l’inflazione trasforma in taglio.
Il quadro delle università è speculare. Il FFO 2026 è di 9,415 miliardi, con un aumento di 25,6 milioni sul 2025, lo 0,27%, a fronte di un blocco del turn over al 75% che nel 2025 è costato agli atenei, per la FLC CGIL, circa 50 milioni; e Luca Scacchi, responsabile del Forum Docenti della FLC CGIL, ricorda su Articolo 33 che il fondo era stato tagliato di oltre 500 milioni nel 2024, con recuperi solo parziali, e che la spesa pubblica per l’università è prevista allo 0,46% del PIL nel 2028, contro lo 0,53% di fine della legislatura precedente.
Il banco di prova è la legge di bilancio 2027. Secondo il calendario di Sky TG24 il documento programmatico deve partire per Bruxelles entro il 15 ottobre e il disegno di legge dovrebbe arrivare in Consiglio dei ministri entro il 20, per una manovra descritta come neutra; fra le misure allo studio, ricerca e università non compaiono. Una manovra neutra, per un sistema che da anni perde in termini reali, significa ulteriore erosione, ma con la dignità del saldo zero.
Il pre-ruolo: la frammentazione come metodo
Sul versante dei contratti la storia è circolare. Il ddl 1240, noto come ddl Bernini, prevedeva contratti post-doc da uno a tre anni, borse di assistente alla ricerca incompatibili con altri rapporti di lavoro subordinato e un professore aggiunto scelto per chiamata diretta; la FLC CGIL vi leggeva una moltiplicazione del precariato, con figure senza un vero rapporto di lavoro e senza concorsi comparativi. Nel febbraio 2025 l’esame del testo è stato sospeso, e la FLC CGIL e i dottorandi vi hanno visto una vittoria.
Il testo, però, secondo la FLC CGIL è tornato per un’altra via. Secondo Scacchi, un emendamento dei senatori Occhiuto e Cattaneo ha introdotto l’incarico di ricerca, con il limite di sei anni dalla laurea, e l’incarico post-doc, ancora non operativi sei mesi dopo l’approvazione; la FLC CGIL ha segnalato alla Commissione europea che quelle norme riprendono il nocciolo del ddl 1240. La lettura del sindacato è netta: un ritorno a un assistentato di stampo baronale, figura archiviata da oltre quarant’anni, in cui il precario dipende dal singolo cattedratico che lo chiama, lo rinnova e lo giudica; Scacchi parla di impostazione feudale dell’accademia.
I suoi numeri di gennaio descrivono il risultato: gli RTDa, picco di 9.446 nel 2023, sono oggi 6.952; gli assegnisti, da 25.152 nel 2024, sono 14.454; nei prossimi due anni scadranno altri 7.000 RTDa e 14.000 assegni. Non è un percorso verso la stabilità, è un’espulsione, attenuata dalla legge di bilancio 2026 con un cofinanziamento di 50 milioni per circa 1.680 posizioni in tenure track riservate agli RTDa in scadenza: frammentare è il modo più economico di non stabilizzare.
Qui la questione smette di essere sindacale e diventa di libertà di ricerca. Un sistema che vive di contratti a termine non può permettersi i progetti a lungo orizzonte, né il risultato negativo, né la deviazione, cioè ciò che fa la ricerca di base; e un pre-ruolo fondato sulla chiamata diretta aggiunge alla precarietà materiale quella intellettuale: si ricerca ciò che il proprio dominus considera finanziabile.
Dal definanziamento al dual use: chi taglia il fondo ordinario sceglie il committente
Il nesso sta in una proprietà banale dei bilanci: quando il fondo ordinario resta fermo e la quota premiale cresce, enti e atenei cercano risorse dove si trovano, nei bandi competitivi e nella committenza esterna, e le risorse si trovano sempre più dove l’Europa ha deciso di metterle. Il regolamento (UE) 2025/2653, del 19 dicembre 2025, modifica cinque regolamenti, fra cui quelli di Orizzonte Europa e del Fondo europeo per la difesa, per incentivare gli investimenti connessi alla difesa secondo il piano ReArm Europe; Linkiesta riferisce che ha introdotto per l’EIC Accelerator la prima deroga al focus esclusivamente civile e che la proposta della Commissione per il programma 2028-2034 estende il perimetro alle azioni dual use, il che segnerebbe, se approvato, la fine formale della separazione fra ricerca civile e militare nei principali programmi europei, direzione che Il Post segnalava già nel 2025: una proposta, non una norma, ma dichiarata.
Secondo un’analisi del SIPRI riportata da Linkiesta, l’esenzione dai controlli sulle esportazioni per la ricerca di base diventa difficile da applicare quando la ricerca è concepita fin dall’inizio con possibili applicazioni militari: il dual use by design cancella la distinzione sulla quale l’esenzione si regge. Le università europee riunite in The Guild chiedono per questo, sul programma quadro successivo noto come FP10, che l’apertura resti un’eccezione, che la difesa resti fuori e che per la ricerca di base le restrizioni siano minime: una raccomandazione, non una garanzia.
A Torino, dove a maggio un gruppo di docenti del Politecnico ha chiesto all’ateneo un passo indietro rispetto ai progetti riconducibili alla difesa, temendo la normalizzazione della ricerca bellica in istituzioni nate civili, i fautori della collaborazione invocano la sovranità tecnologica in tempi di guerra ibrida. L’argomento realista è da committente, non da finanziatore pubblico: la sovranità tecnologica si può costruire pagando la ricerca ordinaria, oppure lasciando che la domanda militare la paghi a condizioni sue.
Ecco perché le tre facce coincidono. Il definanziamento crea il bisogno di fondi esterni; la precarietà rende ogni ricercatore più disponibile al bando che passa, perché il contratto successivo dipende da quello; il dual use fornisce i bandi che passano. Nessuno dei tre passaggi è stato votato come scelta sulla funzione della ricerca pubblica, mentre la flessibilità europea sulla quale ruota la manovra dovrebbe sbloccare, secondo Sky TG24, 14,4 miliardi nel biennio successivo per l’energia e un importo analogo per la difesa, contro i 60,7 milioni annui del piano ricercatori.
Una genealogia, e l’articolo 33
Conviene guardare indietro, perché questo autunno non è un incidente. La stagione delle stabilizzazioni Madia, di cui la FLC CGIL chiede la proroga per la ricerca, aveva affermato che il lavoro precario protratto avesse diritto a una via d’uscita; il PNRR ha poi riempito università ed enti di personale a termine con risorse eccezionali, e alla scadenza la via d’uscita è tornata a essere una selezione fra sopravvissuti, con un piano che ne prende uno su trenta negli enti e meno di uno su cinque nelle università. Il filo è un’idea di ricerca come servizio acquistabile a tempo, senza considerare che la continuità sia essa stessa un fattore di produzione.
E allora, che cosa resta dell’articolo 33 della Costituzione, che dichiara libere l’arte e la scienza, quando la libertà dipende dal rinnovo del contratto, dal punteggio di un indicatore e dalla compatibilità con il bando dual use del momento: è ancora una libertà, o è soltanto la facoltà di scegliere fra committenti?
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