Opera operaia, di Fabio Franzin [Marcos y Marcos, 2026]
Entrando in fabbrica ci si affida al Primo Levi dei sommersi e salvati, o a Cesare Pavese del mondo del lavoro, oppure a Metello e Cipputi: perché entrare in fabbrica a volte è come scendere negli inferi. Pòri operai, con gli abiti lisi, le scarpe sporche di colla e oliaccio, la segatura fra capelli e ciglia.
Sono figure malinconiche, come dei pagliacci fuggiti da un circo o come dei comici di un cinema muto, reso incapace di parlare perché la fatica ha tolto loro la parola, gliel’ha estirpata. E se loro sono pagliacci e comici, la fabbrica è un gran teatro della commedia dove il padrone ha la parte principale. Con la sirena sempre pronta a suonare, il padrone muove gli operai come burattini, li spinge al massimo profitto, li riduce a macchine telecomandate, spietate, con lame circolari che azzannano la carne con la stessa indifferenza con cui fende il legno ed un nastro trasportatore sempre più veloce.
Parlo di libri regolarmente. – hai visto quanti ce ne sono? quali hai letto tu? scrivi nei commenti
Vai alle mie letture→Un’email quando c’è qualcosa da dire. Nessun rumore.
Se pensi che leggere senza regole fa bene, consulta il mio schedario.
vai allo schedario →Un’email quando c’è qualcosa da dire. Nessun rumore.
Se pensi che leggere fa bene, iscriviti — parlo di libri regolarmente.
Iscriviti alla newsletter →Un’email quando c’è qualcosa da dire. Nessun rumore.
L’identità dei lavoratori finisce per frammentarsi attorno al tòc, al pezzo prodotto: l’ansia costante trasforma l’operaio in un essere ridotto a pezzi. Ed ecco che scatta la bestemmia, imprecazione inevitabile che cade tra la pressa e il sudore: che sia anche Dio un altro padrone vestito in abito scuro? Per fortuna, drio i reparti, fra operai, quando finisce il turno o quando semplicemente si è in pausa, sboccia la solidarietà.
Scopri di più da la mia pagina personale
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.