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Il film Netflix su Unabomber ricorda che lo stile tradisce chi scrive. Con l'IA, nota Ricolfi, il talento non si riconosce più dai testi.

in breve 3 minuti di lettura

Dal 25 settembre su Netflix c’è Unabomber, diretto da Janus Metz, con Jacob Tremblay nei panni del giovane Ted Kaczynski, Russell Crowe in quelli dello psicologo di Harvard Henry Murray e Shailene Woodley in quelli di Joanne Miller, agente dell’FBI. Due linee temporali, gli anni di Harvard e la caccia durata quasi vent’anni, e una tesi che dovrebbe stare a cuore a chiunque scriva: si può nascondere il nome, non la sintassi.

La storia vera, del resto, è un corso di stilistica applicata. Kaczynski ottenne che New York Times e Washington Post pubblicassero insieme le 35.000 parole del suo manifesto e fu la cognata Linda Patrik, che non l’aveva mai incontrato, a convincere il marito David a leggerlo: lui riconobbe espressioni e idee del fratello, a partire dai “logici dalla mente lucida” (“cool-headed logicians”). Poi l’FBI confrontò il testo con le lettere di Ted: grafie britanniche come analyse o licence e un proverbio sulla torta, da mangiare e da tenere, rovesciato allo stesso modo in entrambi. Bastò per il mandato di perquisizione della capanna nel Montana, dove fu arrestato il 3 aprile 1996. I consulenti esterni, però, non fecero il suo nome: a riconoscerlo fu un fratello, non un esperto, e c’è chi invita alla prudenza prima di parlare di impronta digitale linguistica.

Il paradosso è che il film i testi di Kaczynski li sfiora appena, e la sua eroina, Joanne Miller, come conferma la stessa Netflix, è un personaggio di finzione; lo sceneggiatore ammette che il rapporto tra Murray e il giovane Ted non ha prove. Un film sull’importanza dello stile che non ci lascia leggere lo stile, e che al testo preferisce una causa psicologica non dimostrata: è più comodo un professore manipolatore di un periodo ben costruito. Il bello è che il più celebre caso di attribuzione per via stilistica riguarda un uomo che teneva in capanna il manuale di Strunk e White e correggeva a mano il proprio manifesto: una studiosa lo ha definito un dilettante che odia sbagliare.

Lo stile è il modo in cui il pensiero si lascia riconoscere, ma oggi la lezione si rovescia.
Luca Ricolfi, sul Messaggero e poi sul sito Fondazione Hume, parte dal caso del romanzo di Thélyson Orélien escluso dal Goncourt per i sospetti di IA e osserva che il talento di chi scrive non è più riconoscibile dai suoi testi; i software anti-macchina, aggiunge, hanno scambiato per artificiale perfino Hemingway.

Se lo stile non è più un’impronta, che cosa certifica ancora una firma, quando la frase avrebbe potuto scriverla chiunque?


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