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Democrazia e intelligenza artificiale: tre pilastri sotto attacco, e cosa resta della vecchia cassetta degli attrezzi

democrazia e rappresentanza in piazza
Categoria domenicale
Pubblicato il 13 Settembre 2026
Autore massideconca
Tempo di lettura 9 minuti

Qualche settimana fa, in due puntate, ripercorrevo la genealogia della democrazia da Atene fino a Thoreau, de Lagasnerie e Martin Wolf, cercando di rispondere a una domanda semplice solo in apparenza: l’isocrazia, intesa come il potere reale di decidere, è mai stata distribuita senza riserve?

Quella domanda oggi va posta di nuovo, perché è comparso un attore che nessuno dei pensatori allora esaminati — da Platone a Gramsci, da Tocqueville a Brennan — poteva prevedere nella sua forma attuale: un sistema capace di produrre linguaggio, immagini, persino argomentazioni politiche indistinguibili da quelle umane, su scala industriale e a costo pressoché nullo. Non è un nuovo strumento che la democrazia deve imparare a regolare, come si è fatto con la radio o la televisione: è una forza che rimette in discussione le categorie stesse — rappresentanza, responsabilità, fiducia — con cui la teoria democratica ha ragionato per due secoli.

Tre pilastri sotto attacco

Un saggio pubblicato sul Journal of Democracy, ripreso di recente da Linkiesta, individua con precisione chirurgica i tre architravi occidentali che l’intelligenza artificiale minaccia contemporaneamente.
Il primo è la rappresentanza: le democrazie funzionano interpretando continuamente segnali sociali — media, social network, lettere ai parlamentari, dibattiti online — ma i grandi modelli linguistici possono oggi produrre quantità virtualmente infinite di contenuti sintetici indistinguibili da quelli umani, rendendo impossibile capire se un’ondata di opinione pubblica sia reale o fabbricata a tavolino.
Il secondo è la responsabilità: se video, immagini, audio e notizie possono essere fabbricati facilmente, diventa sempre più difficile distinguere ciò che è reale da ciò che è manipolato, con il rischio che i cittadini smettano di fidarsi non solo dei media, ma della possibilità stessa di accedere a una realtà condivisa.
Il terzo, il più insidioso, è la fiducia: una democrazia liberale non si regge solo su elezioni e procedure costituzionali, ma sull’idea che esista uno spazio comune di fatti e linguaggi condivisi — se ogni dibattito online può essere simulato artificialmente, gli individui tendono a rifugiarsi in ecosistemi informativi ed ideologici sempre più chiusi, con il rischio di una progressiva dissoluzione dello spazio comune necessario alla vita democratica stessa.

L’epistemologia del voto, da Condorcet a oggi

C’è un filo teorico che lega questa crisi a un problema antico quanto la democrazia stessa, ed è tornato improvvisamente attuale: quando una maggioranza decide mediante un voto, sta contando le opinioni dei votanti, o si sta avvicinando a una decisione migliore? Nel Settecento il matematico e filosofo Nicolas de Condorcet formulò un teorema che resta, ancora oggi, il fondamento più elegante della fiducia epistemica nella democrazia:

se ogni singolo votante ha anche solo una probabilità superiore al 50% di individuare la scelta corretta, e i giudizi dei votanti sono statisticamente indipendenti fra loro, allora la probabilità che la maggioranza abbia ragione tende a uno man mano che il numero di votanti cresce.

È il teorema che rende matematicamente plausibile l’idea, cara a chi difende la democrazia dagli assalti epistocratici come quello di Jason Brennan di cui scrivevo qualche settimana fa, che tanti giudizi mediocri possano sommarsi in una saggezza collettiva superiore a quella di pochi esperti.

Il problema è che l’intera dimostrazione di Condorcet regge solo a una condizione precisa, spesso dimenticata da chi la cita per difendere acriticamente ogni forma di voto di massa: l‘indipendenza dei giudizi.
E questa è esattamente la condizione che i sistemi di intelligenza artificiale, applicati alla formazione dell’opinione pubblica, minacciano di distruggere: se milioni di persone vengono esposte allo stesso contenuto sintetico, generato dallo stesso modello, ottimizzato per massimizzare lo stesso tipo di reazione emotiva, i loro giudizi smettono di essere statisticamente indipendenti, ma diventano correlati, gregari, prodotti dallo stesso algoritmo a monte.

Il teorema di Condorcet, applicato a un elettorato le cui opinioni sono state uniformate artificialmente, non garantisce più nulla: anzi, rischia di funzionare al contrario, amplificando un errore condiviso invece di correggerlo per compensazione statistica. È la stessa domanda sollevata dall’epistocrazia di Brennan — chi decide la competenza, e nell’interesse di chi — ma rovesciata: non è più questione di chi debba avere diritto di voto, ma di chi progetti, dietro le quinte, i sistemi che formano silenziosamente l’opinione di chi quel voto lo esprime già.

C’è un corollario pratico di questo ragionamento che vale la pena rendere esplicito, perché riguarda direttamente il modo in cui oggi si scrivono le leggi: un’inchiesta recente segnalava come testi normativi elaborati con il contributo di sistemi di intelligenza artificiale rischino di introdurre proprio quel tipo di correlazione indesiderata, uniformando il linguaggio giuridico e le opzioni politiche disponibili su un ristretto numero di modelli linguistici dominanti, sviluppati per giunta da un numero ancora più ristretto di aziende. Non è un problema di errori tecnici da correggere: è un problema di pluralismo delle fonti da cui nasce, letteralmente, il diritto che ci governa.

La guerra di posizione si è spostata nei server

Nella prima puntata di quella riflessione sulla democrazia richiamavo la distinzione gramsciana fra guerra di movimento e guerra di posizione: in Occidente, scriveva Gramsci, lo Stato è soltanto una trincea avanzata, dietro la quale si estende una robusta catena di fortezze e casematte, le istituzioni della società civile, dove si costruisce lentamente il consenso. Oggi quelle fortezze si sono spostate, in buona parte, nei server di poche aziende private: come nota il filosofo della tecnologia Mark Coeckelbergh, l’intelligenza artificiale non è uno strumento tecnico neutrale, ma un’entità politica da cima a fondo, capace di rimodellare i fini sociali attraverso sorveglianza, nudging algoritmico e gestione burocratica automatizzata — introducendo forme di potere che minacciano l’autonomia individuale con una capillarità che nessuna istituzione ottocentesca poteva raggiungere. È lo stesso nodo che il filosofo marxista István Mészáros, di cui scrivevo nella seconda puntata, poneva a proposito dello Stato inscindibilmente legato al capitale: oggi quel legame si è ulteriormente spostato, perché l’infrastruttura informativa su cui si costruisce il consenso democratico non appartiene più solo allo Stato, ma a poche corporation private che progettano gli algoritmi senza dover rispondere a nessun elettorato. Come si legge nel documento preparatorio delle Giornate di Bertinoro 2026, “chi presidia i dati, presidia il futuro, chi progetta gli algoritmi, progetta le opportunità di vita delle persone”: la società civile organizzata, si legge ancora, deve tornare a rivendicare il proprio ruolo di soggetto politico, non di semplice utente delle tecnologie altrui.

Cosa resta della vecchia cassetta degli attrezzi

Non tutto, in questo scenario, va reinventato da zero. Il diritto alla disobbedienza rivendicato da Thoreau — l’individuo che rifiuta di essere complice di un’ingiustizia collettiva, pagandone di persona il prezzo — resta uno strumento sorprendentemente attuale contro la profilazione algoritmica: rifiutare consapevolmente di alimentare un sistema di raccolta dati, per quanto marginale nell’effetto immediato, resta un gesto politico nello stesso spirito con cui Thoreau si rifiutò di pagare la sua tassa. La critica radicale di Geoffroy de Lagasnerie al principio stesso della maggioranza acquista, in questo contesto, un’urgenza nuova: se una maggioranza può essere silenziosamente costruita a tavolino da chi controlla i flussi informativi, la domanda se il voto maggioritario meriti ancora, di per sé, il crisma della legittimità automatica diventa meno astratta di quanto sembrasse un anno fa. E l’appello di Martin Wolf a riformare il capitalismo per salvare la democrazia trova, nell’economia dei dati, un campo di applicazione fin troppo letterale: senza una redistribuzione del potere sui dati e sugli algoritmi paragonabile a quella che Wolf chiedeva sui redditi, nessuna riforma elettorale potrà mai bastare da sola a tenere in piedi il sistema.

Quello che invece va costruito ex novo è un’infrastruttura di garanzie pensata specificamente per l’intelligenza artificiale: trasparenza obbligatoria sui modelli linguistici utilizzati in contesti politici, responsabilità epistemica delle piattaforme per i contenuti sintetici che amplificano, alfabetizzazione civica diffusa sull’uso critico di questi strumenti, forme di governance condivisa — non affidate alla sola autoregolamentazione delle aziende — sull’informazione elettorale.

La democrazia, in fondo, ha sempre dovuto regolare i propri strumenti di comunicazione, perché chi li controllava ha sempre acquisito un vantaggio strutturale nella formazione del consenso: dalla stampa al telegrafo, dalla radio alla televisione. La differenza, questa volta, è la velocità e la scala con cui quel vantaggio può essere accumulato, e la circostanza che il soggetto che oggi lo detiene non risponde a nessun elettorato.

Basta non commettere l’errore della rana nella pentola, quella che si abitua gradualmente al calore crescente dell’acqua finché non muore lessa, senza mai percepire il momento preciso in cui sarebbe stato ancora possibile saltare fuori. Il logoramento democratico di cui parliamo funziona esattamente secondo questa logica: non un singolo salto di temperatura capace di far scattare un allarme condiviso, ma una somma quotidiana di piccoli aggiustamenti — un contenuto sintetico in più nel flusso informativo, una piattaforma in più che decide cosa mostrarci, una legge scritta con un aiuto algoritmico che nessuno ha il tempo di verificare a fondo — ciascuno troppo piccolo, preso da solo, per giustificare la mobilitazione collettiva che pure meriterebbe.

Ripensare la democrazia alla luce dell’intelligenza artificiale non significa scoprire che le vecchie categorie erano sbagliate: significa scoprire che erano scritte per un mondo in cui produrre linguaggio, immagine e apparente consenso aveva ancora un costo. Tolto quel costo, ogni garanzia che davamo per scontata — l’indipendenza dei giudizi di Condorcet, la trincea civile di Gramsci, il diritto thoreauviano a dissentire da soli — va ripensata da capo, non perché sbagliata, ma perché costruita per un avversario più lento e più visibile di quello che abbiamo oggi davanti. La domanda che chiudeva la riflessione di qualche settimana fa resta, ancora una volta, la stessa: chi decide, oggi, cosa conta come voce legittima del popolo — e questa volta, prima di rispondere, bisognerebbe almeno sapere chi ha scritto l’algoritmo che ci sta ascoltando.

Va detto con altrettanta chiarezza che questa non è una discussione neutra rispetto alla direzione politica in cui il vuoto lasciato da una democrazia indebolita rischia di essere colmato. Far crescere la consapevolezza collettiva del pericolo fascio-nazista — non come formula polemica, ma come deriva concreta e già misurabile, come mostra la recente affermazione dell’estrema destra in Sassonia-Anhalt — è parte integrante, non accessoria, della stessa battaglia per difendere gli architravi democratici minacciati dall’intelligenza artificiale. È solo da una consapevolezza diffusa e non rimossa di questo rischio, del resto, che possono nascere solidarietà e cooperazione spontanee fra chi si oppone alla deriva autoritaria: nessuna infrastruttura di garanzie tecniche, per quanto ben progettata, sostituirà mai la scelta collettiva di riconoscere il pericolo come tale, prima che sia già maggioranza.


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