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Amodei, Trump, Cina, Vaticano: tutti vogliono rallentare l'IA, per motivi opposti. Ma governarla richiede umanisti, non solo programmatori.

attualità 8 minuti di lettura

Nel giro di poche ore ed in queste ore, il dibattito sull’intelligenza artificiale ha cambiato registro. Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, ha pubblicato un intervento dal titolo “We Must Pace the Frontier” — dobbiamo dosare la frontiera — chiedendo un rallentamento nello sviluppo dei modelli più avanzati, dopo l’allarme lanciato da un ex dipendente della stessa azienda su scenari a rischio.

In poco tempo si sono allineati, seppure con toni diversi, altri tre nomi che raramente concordano su qualcosa: Sam Altman di OpenAI, Elon Musk e Demis Hassabis di DeepMind convergono sull’idea che l’IA più avanzata debba rallentare quando le misure di sicurezza restano indietro. Proviamo a capire chi vuole rallentare, chi si oppone, e soprattutto perché quasi nessuno, in questo dibattito, sta ponendo la domanda giusta.

Chi vuole rallentare, e perché

Le motivazioni che si affollano dietro l’appello di Amodei sono tutt’altro che uniformi ed è lo stesso Amodei ad ammetterlo: sicurezza dei sistemi agentici, rischio di una bolla finanziaria — gli investimenti mondiali nei data center sono stimati fra i 31.600 e i 50.000 miliardi di dollari entro il 2050 — corsa tecnologica con la Cina, e quello che lui stesso definisce un “ritorno dello Stato” nella governance globale dell’IA, dopo anni in cui la corsa verso sistemi sempre più potenti è stata lasciata interamente al mercato. Dall’altra parte della Silicon Valley, David Sacks, il consigliere per l’IA della Casa Bianca, ha attaccato duramente sia Anthropic sia OpenAI: se vogliono rallentare, ha detto in sostanza, lo facciano da sole, senza chiedere un mandato governativo — bollando al contempo la posizione più radicale di Bernie Sanders, orientata secondo Sacks a “chiudere tutto”.

Donald Trump ha chiuso la questione senza sfumature, parlando di una “cospirazione malata contro l’IA e i data center” e sostenendo che “l’unico guardrail di cui l’intelligenza artificiale ha bisogno è un presidente forte e intelligente“.
La Cina gioca su un doppio binario: respinge pubblicamente le pressioni occidentali al rallentamento, bollandole come geopolitica travestita da preoccupazione etica (“allarmismo, confronto e competizione non faranno altro che ostacolare la governance globale dell’IA”, ha detto il portavoce del ministero degli Esteri Guo Jiakun), mentre internamente il ministro della Sicurezza di Stato Chen Yixin considera controlli più stringenti proprio sulle tecnologie più sensibili, temendo derive che minaccino la stabilità del regime.
Il Canada, nel frattempo, si fa portavoce dei timori degli stessi colossi tech, chiedendo la nascita urgente di un organismo regolatore sovranazionale. E in una convergenza quasi paradossale, anche il Vaticano è arrivato alla necessità di un rallentamento, partendo però dalla dignità umana, non dal rischio finanziario o dalla competizione geopolitica.

Sul piano più strettamente giuridico, negli Stati Uniti si è aperto in questi giorni un altro fronte tutt’altro che scontato: se un coordinamento fra le stesse aziende del settore per rallentare insieme lo sviluppo dei modelli più avanzati sarebbe legale, o se rischierebbe di configurare una violazione delle leggi antitrust — un paradosso non da poco, per cui la stessa cautela che dovrebbe proteggere il pubblico potrebbe risultare vietata proprio dalle norme pensate per proteggere la concorrenza.

Non scrivere affatto una legge sull’intelligenza artificiale non equivale a lasciare il settore senza regole: significa semplicemente affidare il compito ai tribunali e alle norme già esistenti — copyright, diffamazione, tutela dei consumatori, diritto penale — che si applicano a questi sistemi tanto quanto a qualunque altro prodotto.

Fra tutte queste voci, quella di Giorgia Meloni merita una menzione a parte, perché pone — pur senza svilupparla fino in fondo — la domanda che davvero conta. Al G7 di Evian, lo scorso giugno, la premier ha chiesto:

“siamo disposti a concordare standard globali vincolanti per la tracciabilità dei contenuti generati da IA, o lasciamo che il mercato decida da solo cosa debba contare come vero?”

invocando un “umanesimo tecnologico” e una “bussola morale” per guidare il futuro della tecnologia.

Il problema con questo dibattito: parla solo di velocità

Messe una accanto all’altra, queste posizioni — per quanto radicalmente diverse nelle conclusioni — condividono tutte lo stesso difetto strutturale: trattano l’intelligenza artificiale come un problema di velocità. Rallentare o accelerare, frenare o correre: è una scala unidimensionale, un acceleratore da premere più o meno a fondo, deciso per giunta dagli stessi soggetti — le aziende che sviluppano quei sistemi, i governi che competono per la supremazia tecnologica — che hanno il massimo interesse a decidere quanto forte spingere. Anche l’infrastruttura normativa più avanzata al mondo, quella europea — l’AI Act, il Code of Practice sui modelli general-purpose entrato in vigore nel luglio 2025, la Signatory Taskforce presieduta dall’AI Office, il consorzio Frontier AI Grand Challenge per un modello europeo open source in tutte le lingue dell’Unione — resta per larga parte un impianto di conformità tecnica: obblighi di trasparenza, valutazione del rischio sistemico, tracciabilità dei contenuti. Utile, persino necessario. Ma ancora una volta pensato, scritto e verificato quasi interamente da tecnologi, giuristi della conformità ed economisti, non da chi si occupa professionalmente di che cosa significhi, per una società, delegare a un sistema automatico la produzione di senso, di verità, di giudizio.

Governare, non limitare

È qui che vale la pena introdurre una distinzione che il dibattito attuale continua a ignorare. Limitare significa fissare un tetto quantitativo — meno parametri, meno potenza di calcolo, uno sviluppo più lento — deciso a tavolino da chi, guarda caso, trae il massimo beneficio dal controllarne i tempi. Governare significa qualcosa di diverso e più difficile: costruire istituzioni plurali capaci di stabilire non quanto velocemente un sistema debba crescere, ma cosa debba fare, per chi, e con quali conseguenze sociali e culturali. Come scrivevo qualche giorno fa il vero rischio non è la velocità dei modelli, ma la loro capacità di produrre, su scala industriale, un’opinione pubblica uniformata che mina l’indipendenza dei giudizi su cui si regge qualunque teoria democratica seria — dal teorema di Condorcet in poi. Un rallentamento tecnico dei modelli non risolve, da solo, questo problema: rallenta la produzione del sintomo, non cura la causa.

Perché servono umanisti, non (solo) programmatori

Ed è proprio su questo punto che il dibattito attuale, dominato da amministratori delegati, capi di Stato e consiglieri tecnologici, mostra il suo limite più evidente. Le domande che l’intelligenza artificiale pone nella loro forma più radicale non sono domande di ingegneria: sono domande che l’umanità si pone da millenni, e per cui esistono già discipline intere attrezzate a rispondere. Cosa conta come vero, e chi ha l’autorità di stabilirlo? È una domanda epistemologica, di competenza dei filosofi, non degli sviluppatori. Come cambia il modo in cui una società racconta se stessa, quando la narrazione può essere generata invece che vissuta? È una domanda per i letterati e gli studiosi di semiotica. Quali gruppi sociali guadagnano e quali perdono potere quando l’accesso all’informazione e al lavoro viene ridisegnato da un algoritmo? È una domanda per i sociologi e gli economisti del lavoro. Cosa significa dignità umana quando una macchina può simulare comprensione, empatia, persino colpa? È una domanda per teologi e filosofi morali — non a caso l’unica istituzione che nel dibattito di queste ore parte esplicitamente da questo terreno è il Vaticano, non un laboratorio di ricerca.

I programmatori restano indispensabili per costruire i sistemi tecnici che rendono operative le decisioni prese altrove — un guardrail, un limite di calcolo, un protocollo di sicurezza — ma non hanno, per formazione né per mandato democratico, gli strumenti per decidere cosa quei guardrail debbano proteggere, né in nome di quali valori. Chiedere a un’azienda tecnologica di autoregolarsi sulla velocità del proprio prodotto, come propone Sacks, o affidare l’unico argine a “un presidente forte”, come pretende Trump, significa lasciare la domanda più importante (governare per chi e verso cosa) nelle mani di chi ha tutto l’interesse a non porsela seriamente. Servono tavoli decisionali in cui filosofi, letterati, sociologi e scienziati di altre discipline abbiano voce quanto ingegneri ed economisti: non per rallentare la tecnologia, ma per decidere, collettivamente, cosa farne.

Il dibattito di queste ore, per quanto acceso, resta prigioniero della propria stessa cornice: velocità contro velocità, chi accelera e chi frena, con la posta in gioco ridotta a supremazia geopolitica o rendimento finanziario. La domanda che davvero conta — governata da chi, per quali fini, con quale idea di essere umano al centro — resta ancora largamente inevasa, e continuerà a esserlo finché a discuterne saranno soprattutto ingegneri, capi di Stato e amministratori delegati.
Rallentare l’intelligenza artificiale, da solo, non basta a governarla: serve prima decidere chi ha voce in capitolo su cosa significhi, davvero, governarla bene.


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