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Uno studente strappa un manifesto di CasaPound, dodici persone lo accerchiano e lo mandano in ospedale con il cranio fratturato. Ma Milano è antifascista

attualità 8 minuti di lettura

Nella notte tra lunedì 28 e martedì 29 settembre, davanti al liceo scientifico Einstein di Milano, un ventenne universitario ha visto un gruppo di militanti di Blocco Studentesco – l’organizzazione giovanile di CasaPound – affiggere sui cancelli della scuola manifesti per il ventennale del movimento: “Antichi sogni, nuovi eroi, 2006-2026”. Li ha strappati. È bastato questo perché tre auto lo accerchiassero e dieci-dodici persone lo colpissero, una bottigliata in testa compresa, fino a procurargli una frattura cranica operata d’urgenza al Policlinico. È stato dimesso con trenta giorni di prognosi.

Il Collettivo Politico Einstein ha diffuso la notizia parlando senza mezzi termini di aggressione fascista; Avs e Sinistra Italiana hanno usato la stessa espressione, “aggressione neofascista”; il segretario cittadino Pd Alessandro Capelli ha richiamato esplicitamente “i metodi dello squadrismo”; il sindaco Sala ha ribadito che Milano resta una città profondamente antifascista. Nessuna di queste parole è casuale, e nessuna, soprattutto, è nuova: sono le stesse categorie – squadrismo, eroismo, resistenza – con cui la letteratura italiana del dopoguerra ha provato a raccontare e insieme a smontare la violenza politica degli anni Quaranta. Vale la pena rileggerle, quelle pagine, per capire cosa torna e cosa, semmai, è rimasto davvero immutato.

Comincio da Calvino, perché Il sentiero dei nidi di ragno è il romanzo che più di ogni altro ha lavorato proprio contro la retorica dell’eroismo giovanile. Calvino racconta la Resistenza attraverso gli occhi di un ragazzino, Pin, e lo fa deliberatamente senza concedere nulla alla mitologia del combattente: i partigiani della sua banda sono sbandati, sporchi, goffi, feriti più dalla fame e dal freddo che dalla gloria. È una scelta di poetica dichiarata, quella di togliere alla guerra partigiana ogni alone epico per restituirla nella sua materialità più scomoda. Ecco perché lo slogan affisso quella notte suona, letto attraverso Calvino, come l’esatto bersaglio polemico da cui tutta la sua opera prende le distanze: la stessa retorica eroica che Calvino smontava pagina dopo pagina, settant’anni dopo, resta lo strumento scelto da chi oggi si richiama a quella tradizione – non a caso dall’altra parte della barricata rispetto a cui Calvino scriveva. Pin, il suo piccolo protagonista, entra nella Resistenza quasi per caso, spinto da un furto e da un bisogno infantile di appartenenza: non c’è eroismo nella sua scelta, solo la fame di un posto nel mondo. È la stessa fame, capovolta e armata, che oggi si traveste da mito fondativo per reclutare ventenni sotto i cancelli di una scuola.

C’è poi Vittorini, e qui la coincidenza geografica pesa più di ogni altra cosa: Uomini e no è ambientato esattamente a Milano, durante l’occupazione nazifascista, ed è il romanzo che più di tutti racconta la Resistenza come guerra urbana, fatta di appostamenti, di segnali, di violenza che scoppia all’angolo di una strada qualunque. Il titolo stesso pone una domanda morale netta, quella divisione tra “uomini” e “no” che Vittorini usa per separare chi resta capace di solidarietà umana anche nella violenza e chi invece ne diventa puro strumento, spersonalizzato in un meccanismo di sopraffazione. È difficile non pensare a quella domanda leggendo la cronaca di dodici persone, su tre auto, che circondano un ragazzo solo su una panchina: la sproporzione stessa, prima ancora delle conseguenze, è già la risposta di Vittorini alla propria domanda. E quando la Cgil di Milano scrive che “la Costituzione nata dalla Resistenza si difende ogni giorno, nelle scuole come nelle piazze”, richiama senza dirlo lo stesso terreno vittoriniano: una città che fu Medaglia d’oro della Resistenza, e che si ritrova a dover rivendicare quella medaglia sugli stessi marciapiedi dove nacque.

Infine Fenoglio, che di tutti e tre è lo scrittore più ostinatamente anti-retorico: Il partigiano Johnny rifiuta sistematicamente ogni consolazione letteraria, insiste sul corpo, sulla ferita, sul sangue come dati bruti che nessuna ideologia può redimere a parole. Johnny non muore per una causa resa bella dalla scrittura: muore, e basta, in un paesaggio che Fenoglio si rifiuta di rendere epico. È lo stesso rifiuto che la cronaca del 2026, suo malgrado, replica quando si sofferma sul dato clinico – il trauma cranico, l’operazione, i trenta giorni di prognosi – invece che sulle bandiere o sugli slogan: come se anche il linguaggio giornalistico, per raccontare davvero cosa è successo, dovesse tornare al corpo prima che alla politica, esattamente dove Fenoglio aveva già deciso di restare.

C’è un quarto elemento, trasversale ai tre libri, che la cronaca di Milano rende impossibile ignorare: l’età dei protagonisti. Pin è un ragazzino. Johnny, nel romanzo di Fenoglio, è uno studente universitario che lascia gli studi per unirsi ai partigiani, esattamente la stessa condizione anagrafica e sociale del ventenne aggredito in via Einstein. I personaggi che Vittorini colloca dalla parte del “no” sono per lo più giovanissimi, reclutati nella Resistenza come nella Repubblica sociale con la stessa urgenza di manodopera ideologica. La letteratura della Resistenza, insomma, non racconta soltanto la violenza: racconta la formazione politica di una generazione dentro la violenza, il modo in cui l’identità si costruisce – o si impone – proprio negli anni della scuola e dell’università. Settant’anni dopo, il fatto che l’ultimo episodio di squadrismo accertato in Italia si consumi tra un liceo e un collettivo studentesco non è una coincidenza di cronaca: è la conferma che la scuola resta, oggi come allora, il terreno in cui si decide a chi appartiene il futuro.

Quello che accomuna i tre romanzi, al di là delle differenze di stile e di sguardo, è proprio questo lavoro di decostruzione della retorica della violenza politica: Calvino la priva dell’eroismo, Vittorini la giudica moralmente senza sconti, Fenoglio la riduce alla sua materialità più cruda. Tre strategie diverse per rispondere allo stesso problema, che è poi il problema che la cronaca di Milano ripropone quasi senza modifiche: la violenza politica ha bisogno di raccontarsi come eroica, come necessaria, come giustizia sommaria contro un nemico disumanizzato, per potersi esercitare senza il peso della propria squallida sproporzione – dodici contro uno, tre auto contro una bicicletta, una bottiglia contro un cranio.

Non è un caso che proprio lo squadrismo – termine che Capelli ha usato e che non è mai neutro – fosse esattamente questo: violenza organizzata in numero superiore contro un singolo, esercitata non per vincere uno scontro alla pari ma per comunicare, con la sproporzione stessa, chi detiene il controllo del territorio. Le camicie nere del 1921 bastonavano i contadini che non si piegavano, bruciavano le case del popolo, aggredivano in massa chi tentava una resistenza isolata: non per combattere, ma per insegnare la paura, e lo facevano sempre nello stesso modo – mai uno contro uno, sempre una squadra contro un singolo, perché il punto non era il duello ma l’esibizione della superiorità numerica come forma di potere.

Ottant’anni dopo, dieci-dodici persone che circondano un ragazzo per aver strappato un manifesto non stanno discutendo di idee: stanno applicando lo stesso manuale, con la stessa aritmetica della sopraffazione. Perfino il pretesto si ripete secondo un copione identico: non un’aggressione per un’offesa personale, ma una punizione esemplare per un gesto simbolico contro la propaganda – rimuovere un manifesto, proprio come generazioni di antifascisti clandestini strappavano i manifesti del regime o imbrattavano le scritte murali, sapendo di rischiare la rappresaglia. Chi stacca un manifesto compie un gesto minimo, quasi automatico; chi risponde con dodici persone e una bottiglia sta scegliendo, consapevolmente, di trasformare quel gesto minimo in un pretesto per un rito di affermazione territoriale.

La domanda che resta aperta, ed è forse l’unica che merita di essere posta dopo aver richiuso Calvino, Vittorini e Fenoglio, è se la letteratura della Resistenza abbia davvero smontato quella retorica o si sia soltanto limitata a raccontarla meglio di chiunque altro. Settant’anni di antidoto letterario non hanno impedito che lo stesso copione tornasse in scena sotto lo stesso liceo milanese, con lo stesso linguaggio eroico sui manifesti e la stessa aritmetica dello squadrismo sull’asfalto. Forse il compito di quei romanzi non era mai stato debellare la retorica della violenza una volta per tutte, ma continuare a riconoscerla, ogni volta che si ripresenta, con lo stesso nome.

È significativo che a farlo, nel 2026, siano ancora una volta gli studenti: è il Collettivo Politico Einstein, non un’istituzione, a diffondere per primo la notizia e a scrivere che non c’è spazio per i fascisti nelle scuole, mobilitando i compagni prima ancora che la politica intervenisse. Calvino, Vittorini e Fenoglio scrivevano per una generazione che aveva vissuto la violenza sulla propria pelle e cercava le parole per raccontarla senza mentire a se stessa.

Chi oggi si mobilita in via Einstein non ha letto quei romanzi per dovere scolastico: li sta, semmai, confermando senza saperlo, ogni volta che rifiuta di lasciare che la paura diventi silenzio. È forse questa, più di ogni ricorrenza retorica, la vera eredità della Resistenza che la cronaca di Milano restituisce intatta: non la sconfitta definitiva della violenza che pretende di travestirsi da eroismo, ma la capacità, generazione dopo generazione, di rifiutarsi di darle credito.


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