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42,8% di edicole chiuse in 20 anni, due terzi dei comuni senza più un giornalaio. Perché la scomparsa delle edicole è più di una questione commerciale.

cultura 7 minuti di lettura

Fra le trasformazioni più silenziose del paesaggio urbano italiano degli ultimi vent’anni c’è la progressiva scomparsa delle edicole. Non è un fenomeno marginale, né soltanto il destino scontato di un settore travolto dal digitale: è una desertificazione misurabile comune per comune, che riguarda oggi i due terzi del territorio nazionale e che merita un’analisi più attenta di quanto la narrazione consolatoria della “transizione digitale” lasci intendere.

I dati raccontano un collasso, non un semplice ridimensionamento. In vent’anni i punti vendita di prodotti editoriali in Italia sono scesi da 35mila a circa 20mila, un calo del 42,8%, con le edicole “pure” — quelle dedicate esclusivamente alla vendita di giornali e riviste — ridotte a meno di 12mila. Il fatturato complessivo del settore è crollato del 76% nello stesso periodo. Su 7.896 comuni italiani, 4.974, quasi i due terzi, sono oggi privi di un’edicola: secondo le stime di Confesercenti, circa 3,5 milioni di cittadini non possono più comprare un giornale o una rivista senza uscire dal proprio comune di residenza. Roma è passata da 1.200 edicole a poco più di 400-500, con oltre la metà a rischio chiusura nel solo centro storico; Milano è scesa sotto le mille unità. Le regioni più colpite sono il Molise e il Trentino-Alto Adige. In parallelo, i lettori di quotidiani cartacei sono passati da 18,4 milioni nel 2015 a 9,5 milioni nel 2025, un crollo del 48,6% che lascia mancare all’appello circa nove milioni di persone. Non si tratta di un fenomeno uniforme sul piano anagrafico: chi continua a comprare il giornale cartaceo è in larga parte un lettore pensionato, over 65, residente in centri con meno di diecimila abitanti — un profilo che segnala quanto l’abitudine stessa dell’edicola rischi di estinguersi insieme alla generazione che la pratica ancora quotidianamente.

L’economia impossibile del giornalaio

Dietro i numeri della desertificazione territoriale c’è un problema ancora più concreto: chi un’edicola ce l’ha, spesso fatica a sopravviverci. Uno studio di Data Media Hub e Stampa Romana calcola che un edicolante medio fattura circa 55mila euro l’anno, con un aggio del 23,11% sulle vendite e un margine lordo annuo di appena 12.710 euro, pari a 1.059 euro lordi al mese — un compenso orario stimato in 2,94 euro. Non sorprende, a questi livelli, che la riduzione dei punti vendita si accompagni a un ricambio generazionale quasi inesistente: chi chiude raramente trova chi voglia rilevare l’attività, e il settore resta intrappolato in un circolo vizioso in cui meno edicole significano meno accesso alla carta stampata, che a sua volta accelera il declino della carta stampata stessa, rendendo ancora meno sostenibile l’edicola che resta.

Non mancano, va detto, segnali di controtendenza puntuali: in Italia si registrano ogni anno circa 500 nuove aperture o subentri, oltre un quarto dei quali affidati a titolari under 40, a dimostrazione che il mestiere del giornalaio non si è ancora estinto del tutto come scelta imprenditoriale, pur restando una scelta sempre più di nicchia.

Più di un negozio: l’edicola come presidio urbano

Ridurre la questione a un puro problema di domanda e offerta editoriale, però, significa perdere una parte importante di ciò che sta scomparendo insieme alle edicole. Un chiosco aperto all’angolo di una strada, con orari spesso più lunghi di un negozio ordinario, funziona da sempre anche come presidio informale del quartiere: un punto di riferimento fisso, spesso l’unico negozio aperto la domenica mattina in interi rioni, capace di generare quella presenza sociale diffusa che rende una strada più sicura semplicemente perché c’è sempre qualcuno che la osserva. È inoltre, ancora oggi, uno dei pochi luoghi in cui si può scorrere con lo sguardo le prime pagine di testate diverse senza doverne acquistare nessuna, un esercizio minimo ma non banale di pluralismo informativo che nessuna homepage di aggregatore digitale replica allo stesso modo.

Merita di essere ricordato, infine, un dato meno noto ma significativo: circa il 40% delle edicole italiane è gestito da imprese a conduzione femminile, una quota che rende la crisi del settore anche una crisi di piccola imprenditoria di prossimità al femminile, raramente raccontata come tale. È una funzione sociale che la sociologia urbana ha descritto da tempo, applicata ad altri contesti ma perfettamente trasferibile al caso italiano: la presenza costante di piccoli esercenti attivi sulla strada, capaci di riconoscere i passanti abituali e di accorgersi di ciò che è fuori posto, costituisce una forma di sorveglianza informale che nessuna telecamera a circuito chiuso riesce davvero a replicare, perché non si limita a registrare, ma interagisce, saluta, nota le assenze prolungate di un vicino anziano, diventa parte della memoria collettiva di una via.

Tentativi di reinvenzione

Non mancano, qua e là, segnali di resistenza creativa.
A Torino, nel quartiere di Porta Palazzo, un’edicola si è trasformata da anni in una sorta di “portineria di quartiere”: uno spazio condiviso che unisce vendita di giornali, caffè, riviste e altri piccoli servizi commerciali, un modello che da sei anni funziona abbastanza bene da ispirare la riconversione di altre ventitré edicole chiuse nella stessa città secondo lo stesso schema.
Anche in provincia di Modena, dove alcuni conteggi di chiusura si sono rivelati imprecisi perché non consideravano le edicole “miste” accanto a quelle “pure”, emerge un quadro simile: il settore non scompare in modo uniforme, ma si ridisegna, spesso ibridandosi con altre funzioni commerciali pur di restare fisicamente presente sul territorio. Resta da capire se questa ibridazione preservi davvero la funzione originaria dell’edicola, o se finisca per diluirla fino a renderla indistinguibile da un qualunque minimarket di quartiere che, fra le altre cose, vende anche un paio di quotidiani.

Gli aiuti pubblici, piccoli rispetto alla crisi

Il governo ha riconosciuto il problema: a partire dal 2026 è stato istituito presso il ministero dell’Economia un fondo da 200 milioni di euro destinato a contrastare la desertificazione dei punti vendita di giornali nei comuni delle aree interne, finanziato attraverso un aumento del prelievo erariale unico sui giochi. Il sottosegretario all’Editoria Alberto Barachini ha confermato l’intenzione di proseguire il sostegno mirato anche nel 2026, con un’attenzione specifica a mantenere le edicole aperte la domenica, giorno considerato cruciale per l’accesso del pubblico alla stampa. Si tratta di una cifra non trascurabile, ma che va misurata contro un fatturato di settore crollato del 76% in vent’anni e contro 15mila punti vendita già perduti: un intervento utile a rallentare l’emorragia più che a invertirla, destinato con ogni probabilità ad accompagnare, non a fermare, la trasformazione già in corso.

La scomparsa delle edicole non è soltanto la cronaca di un settore commerciale in difficoltà: è la fotografia più visibile di come l’infrastruttura fisica dell’informazione pluralista si stia progressivamente ritirando dalle strade italiane, sostituita da un accesso digitale che, per quanto più comodo, elimina quel contatto casuale e non mediato da un algoritmo con testate diverse che un chiosco di giornali, bene o male, garantiva a chiunque passasse di lì. Duecento milioni di euro e qualche esperimento di ibridazione commerciale possono rallentare la desertificazione, non certo restituire alle città quel presidio minuto ma diffuso che, fino a poco tempo fa, nessuno pensava davvero di dover difendere. Resta un’ultima considerazione, forse la più scomoda: la stessa generazione che oggi si informa quasi esclusivamente online, inclusa larga parte di chi scrive e legge questo stesso articolo su uno schermo, è anche quella che meno ha contribuito a frenare questa desertificazione con le proprie abitudini di consumo quotidiano. Rimpiangere l’edicola che chiude sotto casa, senza mai più entrarci, resta un gesto a costo zero e a effetto altrettanto nullo.


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