Prima campanella per sette regioni italiane; le altre seguiranno a scaglioni entro giovedì 17. Milioni di studenti tornano in classe in un anno scolastico che si apre sotto tre rischi concreti, non ipotetici: l’impoverimento del diritto allo studio per via delle riforme in corso, l’impoverimento culturale e civile attraverso la compressione dell’autonomia di lavoro dei collegi docenti, e una povertà materiale — edifici, organici, stipendi — che nessuna riforma degli ultimi anni ha davvero affrontato.
Restano tre facce dello stesso problema, e vale la pena guardarle una alla volta, senza sconti. Il calendario, va detto per completezza, non è uniforme: 206 giorni di lezione per le scuole su sei giorni settimanali, 173 per chi adotta la settimana corta — l’ennesima prova che persino la cornice temporale della scuola resta decisa più per convenienza organizzativa che per reale beneficio didattico. Purtroppo tutte le istituzioni scolastiche sono invece soggette allo stesso clima di incertezza dovuto all’attuazione scriteriata di riforme ordinamentali, alle continue ingerenze ministeriali finalizzate a limitare l’autonomia dei collegi docenti e allo stato di precarietà del personale scolastico.
Riforme senza le regole del gioco
La riforma degli istituti tecnici entra ufficialmente in vigore da domani per le classi prime, con i nuovi indirizzi, quadri orari e risultati di apprendimento fissati dal decreto ministeriale 19 febbraio 2026, n. 29. Il problema è che mancano ancora, a lezioni già iniziate, le Linee guida operative per il passaggio al nuovo ordinamento, quelle che dovrebbero spiegare alle scuole come tradurre il decreto in didattica reale. Restano solo un decreto e due circolari amministrative: non bastano, e le ragioni dello stato d’agitazione proclamato dalla FLC CGIL restano tutte in piedi.
Sul fronte dei licei la situazione non è più rassicurante. Le nuove Indicazioni nazionali, già operative da questo settembre, fanno sparire la Geostoria — Storia e Geografia tornano discipline separate — allungano il programma di storia fino alla “svolta cinese”, danno più centralità alla storia d’Italia e d’Europa, e introducono per la prima volta l’intelligenza artificiale nel programma di matematica. Sono scelte di contenuto che meriterebbero un dibattito pedagogico serio, non un annuncio a ridosso della campanella. E la revisione più ampia, quella delle Linee guida complete per licei e istituti tecnici, entrerà in vigore solo dal settembre 2027, affidata alla stessa commissione guidata da Loredana Perla — la stessa coppia Perla-Valditara di cui scrivevo mesi fa a proposito di un ritorno al passato travestito da innovazione.
L’autonomia dei collegi docenti sotto pressione
Il secondo fronte riguarda uno spazio meno visibile ma altrettanto decisivo: quanto i collegi docenti restino davvero liberi di decidere come insegnare, discutere, formare. Sull’intelligenza artificiale, il quadro normativo si è completato nel corso dell’anno, ma le domande di fondo restano inevase: obblighi di formazione calati dall’alto, governance interna definita per decreto, senza che i collegi docenti abbiano avuto voce in capitolo su come integrare concretamente questi strumenti nella didattica quotidiana. Sulle politiche di genere, la stessa dinamica si ripete in direzione opposta ma con identico metodo: una soluzione non richiesta per un problema che non esiste, che minaccia la libertà di insegnamento invece di rafforzarla.
Il terzo tassello è il più delicato, perché riguarda direttamente il diritto al dissenso dentro la scuola. Già a marzo scrivevo di come una circolare ministeriale avesse imposto il “contraddittorio” — la par condicio obbligatoria — dentro le conferenze e gli eventi scolastici, trasformando ogni lezione potenzialmente scomoda in un adempimento burocratico da bilanciare a priori. È lo stesso meccanismo, letto in controluce, che ritorna nel ddl sull’antisemitismo attualmente in discussione alla Camera: come ho ricostruito qualche giorno fa, una definizione nata per non essere legge rischia, se applicata integralmente alla vita pubblica e alle istituzioni educative, di azzerare proprio quello spazio di discussione aperta — compreso il dissenso politico legittimo — che una scuola viva dovrebbe invece proteggere e coltivare.
Il contraddittorio non è un rischio da normare fino a farlo sparire: è la condizione stessa perché la scuola formi cittadini capaci di pensiero critico, non di ripetizione supina.
Una scuola povera, precaria, subordinata al mercato
Sotto queste tre pressioni resta una realtà materiale che nessuna riforma degli ultimi anni ha scalfito. Gli edifici scolastici restano largamente inadeguati: come raccontavo scrivendo del caldo record di questa estate, oltre la metà delle scuole italiane è priva di agibilità, e in Lombardia — la regione più ricca del Paese — il collaudo statico crolla al 25%, la metà della già bassa media nazionale, nonostante oltre un miliardo di euro di fondi PNRR già spesi. Il calendario scolastico, discusso ogni anno come se fosse la vera priorità pedagogica, continua a ignorare la didattica: l’Italia non ha meno giorni di scuola rispetto al resto d’Europa, ne ha addirittura di più, eppure il dibattito pubblico si concentra sistematicamente sul contenitore e mai sul contenuto. Il precariato resta strutturale — 250mila insegnanti precari contro appena 46mila posti individuati per la stabilizzazione — un conto che Valditara continua a rimandare.
E mentre questi problemi materiali restano irrisolti, il dibattito pubblico viene sistematicamente dirottato altrove.
Negli ultimi mesi ho raccontato la scuola che guarda indietro — la nostalgia per una scuola che separa invece di includere, in due registri diversi ma convergenti — e il nuovo maccartismo che parte dalla scuola, l’importazione di un lessico ideologico che trasforma ogni dissenso politico in sospetto di illegittimità. Sono esattamente le stesse armi di distrazione di massa che ho documentato altre volte su questo blog, applicate stavolta al contesto scolastico: più facile discutere di chi ha ragione su una polemica identitaria che di quanti euro mancano per pagare un supplente o mettere in sicurezza un tetto.
Serve una rivoluzione culturale, non un’altra riforma
Il punto, alla fine, è uno solo. La conoscenza non è un settore fra gli altri delle politiche pubbliche: è il presupposto stesso di ogni discussione seria sulla democrazia. Non si può pretendere una cittadinanza capace di distinguere fatti da propaganda, di partecipare a un dibattito pubblico informato, di riconoscere la manipolazione quando la incontra, se la scuola che dovrebbe formarla resta povera di risorse, precaria nel personale, subordinata alle esigenze del mercato del lavoro invece che alla crescita della persona.
Servirebbe una rivoluzione culturale e sociale che rimetta la conoscenza — non l’ideologia, non l’emergenza securitaria, non la competitività con le imprese — al centro del ragionamento pubblico sulla scuola. In pratica, questo significa una cosa molto meno astratta di quanto suoni: investire.
Sullo stipendio del personale, fra i più bassi d’Europa.
Sugli edifici, ancora per metà privi delle certificazioni minime di sicurezza.
Sugli organici, per chiudere davvero il divario fra i 250mila precari e i pochi posti stabilizzati ogni anno.
Tutto il resto, dalle le nuove Indicazioni alle linee guida ancora mancanti, alle circolari sul contraddittorio, ai ddl sulla definizione dei concetti, resta un dibattito rimandabile, finché non si affronta prima la domanda più semplice e più elusa: quanto siamo disposti ad investire, sul serio, perché la scuola pubblica statale funzioni.
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