Cent'anni dalla nascita di Fidel Castro: l'Avana ospita delegati da 65 paesi. Tra le conquiste sociali reali e un embargo che dura da 65 anni.

aside 10 minuti di lettura

Il 13 agosto Fidel Castro avrebbe compiuto cento anni. Per l’occasione L’Avana ospita al Palazzo delle Convenzioni un colloquio internazionale con circa 1.500 delegati: 500 cubani, oltre mille arrivati da 65 paesi diversi, con una presenza significativa da Asia, Africa e America Latina. Il presidente Miguel Díaz-Canel ha riassunto il senso dell’anniversario con tre verbi: resistere, trasformarsi, continuare a costruire.

Intanto in Nicaragua è in fase di installazione una statua gigantesca di Castro nel centro di Managua. Non è la commemorazione discreta che si riserva a una figura minore: è il modo in cui buona parte del mondo che si è opposto, o si oppone ancora, all’egemonia statunitense ha scelto di ricordare chi quell’egemonia, novant’anni fa a novanta miglia dalla Florida, decise di sfidarla apertamente.

Prima di continuare

Se pensi che l’uomo sia un animale politico e tutto sia politica, troverai post interessanti.

esplora questa sezione →

Un’email quando c’è qualcosa da dire. Nessun rumore.

Prima di continuare

Se pensi che il sindacato sia un presidio costituzionale di democrazia, sei nel posto giusto.

Approfondisci →

Un’email quando c’è qualcosa da dire. Nessun rumore.

Prima di continuare

Se pensi che il lavoro ed il sindacato siano fondamentali in una democrazia — ne scrivo regolarmente.

Iscriviti alla newsletter →

Un’email quando c’è qualcosa da dire. Nessun rumore.

Il profilo politico e culturale

Fidel Castro guidò la guerriglia che nel 1959 rovesciando la dittatura di Fulgencio Batista -fantoccio statunitense- e ha governato Cuba per quasi mezzo secolo, diventando da quel momento un’icona per la sinistra latinoamericana e mondiale ben oltre i confini dell’isola. Oratore capace di discorsi di ore senza appunti, giurista di formazione, stratega politico che seppe trasformare un piccolo paese caraibico in un protagonista della scena internazionale, Castro ha lasciato un’impronta culturale che va oltre la politica in senso stretto. La sua immagine, la sua retorica, il suo stile hanno attraversato la letteratura (da García Márquez, che lo considerava amico personale, a decine di cronisti e romanzieri che ne hanno fatto materia narrativa), il cinema, la musica di protesta di mezzo mondo, diventando uno dei riferimenti visivi più riconoscibili del Novecento, alla pari, nel bene e nel male secondo i punti di vista, di pochissimi altri leader del secolo scorso.

La dignità restituita a un popolo

Prima del 1959 L’Avana era conosciuta all’estero soprattutto come un parco giochi per il turismo statunitense, con casinò gestiti da figure della criminalità organizzata statunitense e un’economia dello zucchero controllata in larga parte da capitali stranieri, mentre nelle campagne la povertà restava endemica. La rivoluzione nazionalizzò quei beni, chiuse i casinò, espulse le compagnie americane dai settori chiave dell’economia, e costruì attorno a questo gesto una narrazione di sovranità nazionale che per milioni di cubani, e per molti altri popoli del Sud globale che si riconoscevano nella stessa condizione di subalternità economica verso Washington, aveva un valore che andava oltre l’ideologia di partito. Non era solo un cambio di governo: era la fine, almeno sul piano simbolico, di decenni in cui l’isola era stata trattata come un’appendice economica del proprio vicino più potente. È in gran parte per questo motivo, più che per la sola dottrina marxista, che Castro resta un riferimento in tanta parte del mondo ex coloniale: aveva dimostrato che un piccolo paese povero poteva dire di no.

Non allineato, ma non troppo

La Cuba di Fidel fu tra i fondatori del Movimento dei Paesi Non Allineati, e L’Avana ospitò nel 1979 uno dei suoi vertici più importanti, con Castro alla presidenza del movimento per il quadriennio successivo: un ruolo di leadership reale nel tentativo di costruire, durante la Guerra Fredda, una terza via tra i due blocchi per i paesi del Sud globale. Sarebbe però impreciso, e la storia lo racconta diversamente, presentare Cuba come uno stato realmente equidistante da Mosca. Dopo la rottura con Washington, l’isola divenne economicamente e militarmente dipendente dall’Unione Sovietica per tre decenni: sussidi sullo zucchero pagati a prezzi superiori a quelli di mercato, forniture di petrolio a condizioni favorevoli, armamenti, consulenti militari, e un impegno cubano diretto, con decine di migliaia di soldati, a fianco di forze appoggiate da Mosca in Angola ed Etiopia. Il non allineamento cubano fu reale sul piano della leadership diplomatica nel Terzo Mondo, molto meno su quello della dipendenza economica e strategica dall’Urss, che crollò infatti in una crisi durissima, il cosiddetto Período Especial, proprio quando, con la fine dell’Unione Sovietica nel 1991, quei sussidi si prosciugarono di colpo.

L’embargo, da subito e per sempre

Ciò che invece resta ininterrotto da oltre sei decenni è il blocco commerciale statunitense, imposto già nei primi anni Sessanta come risposta alla nazionalizzazione delle proprietà americane sull’isola e mai revocato, nemmeno nella sua versione più dura dopo la caduta del blocco sovietico che ne avrebbe, secondo Washington, dovuto rendere superflua la pressione. L’Assemblea Generale dell’Onu lo condanna quasi all’unanimità ogni anno da oltre trent’anni, senza che ciò abbia mai prodotto una revoca. Il 29 gennaio 2026 il presidente Trump ha firmato un ordine esecutivo che dichiara lo stato di emergenza nazionale nei confronti di Cuba, definendola una minaccia inusuale e straordinaria alla sicurezza statunitense, a soli sei giorni dalla rimozione dell’isola, decisa da Biden a fine mandato, dalla lista dei paesi che sponsorizzano il terrorismo, accompagnato dalla minaccia di sanzionare i paesi terzi che forniscono petrolio all’isola. Il danno umanitario è documentato e concreto: penuria cronica di farmaci e apparecchiature medicali anche di base (dalle protesi oncologiche ai reagenti di laboratorio, spesso brevettati da aziende statunitensi e quindi irraggiungibili anche quando un fornitore terzo sarebbe disponibile), impossibilità di acquistare pezzi di ricambio per infrastrutture essenziali come la rete elettrica e gli impianti di depurazione dell’acqua, e un accesso limitatissimo ai sistemi finanziari internazionali che complica persino le donazioni umanitarie, perché le banche di paesi terzi temono sanzioni secondarie statunitensi. Il 2026, con la caduta del principale alleato regionale dopo la cattura di Maduro in Venezuela e la conseguente perdita del petrolio venezuelano, ha portato Cuba a una delle crisi energetiche più gravi della sua storia recente: blackout prolungati, inflazione, scontento sociale che si legge oggi persino nei commenti dei cubani comuni sui social, secondo cui serve cibo, un salario decente e medicine, non slogan.

Il modello Venezuela, riproposto per Cuba

Dopo il rapimento ed il sequestro di Maduro del 3 gennaio 2026, sia Trump che il segretario di Stato Marco Rubio hanno dichiarato pubblicamente che “Cuba sarà la prossima”, frase poi smentita dalla Casa Bianca. Nel frattempo, la Cia ha costituito una task force dedicata a Cuba, con ufficiali destinati a reclutare informatori, analisti e specialisti di operazioni cibernetiche e di influenza coperta, mentre Nsa e National Geospatial-Intelligence Agency avrebbero dirottato verso l’isola più risorse di sorveglianza satellitare. Il Dipartimento di Stato ha pubblicato un rapporto di 107 pagine che classifica Cuba come minaccia strutturale alla sicurezza nazionale statunitense, e sono già arrivate sanzioni contro alti funzionari cubani e contro la direzione dei servizi di intelligence dell’isola. Un ex funzionario della Cia di origine cubana si è detto convinto, in dichiarazioni riprese da El País, che Washington stia preparando “un colpo definitivo” al governo dell’Avana. Uno storico dell’università del Wisconsin ha invece invitato alla cautela, ammettendo di non saper dire se si tratti di una messa in scena pensata per intimorire l’Avana e compiacere Miami, o del vero preludio a un’escalation. Il governo cubano, dal canto suo, non ha dubbi: il viceministro degli Esteri Carlos Fernández de Cossío ha ricordato al New York Times che l’isola è da tempo bersaglio di spionaggio, sovversione e destabilizzazione da parte della Cia. Nella stampa internazionale che segue la crisi tornano già a circolare i nomi di storici dissidenti cubani come possibili interlocutori di un cambiamento di regime: esattamente lo schema già visto in Venezuela, con il casting per il dopo che parte prima ancora che il “durante” sia arrivato. Gli stessi falchi dell’amministrazione ammettono in privato che un’azione decisiva su Cuba resterà probabilmente sospesa finché non si saranno concluse le operazioni contro l’Iran: la minaccia è reale, la sua esecuzione forse meno imminente di quanto i titoli suggeriscano.

Le conquiste sociali

Negli anni di governo di Fidel Castro, nonostante il continuo embargo, sono state possibili importanti conquiste sociali. La campagna di alfabetizzazione del 1961 mobilitò oltre 250mila alfabetizzatori volontari, spesso giovanissimi, mandati nelle campagne più remote dell’isola, e portò l’analfabetismo cubano da oltre il 20% a livelli residuali in meno di un anno: un risultato che l’Unesco riconobbe formalmente e che resta, ancora oggi, uno dei casi di studio più citati nella storia delle politiche educative su scala nazionale. Sanità e istruzione pubblica gratuita a tutti i livelli permisero a Cuba di raggiungere, nonostante il blocco economico, indicatori di aspettativa di vita e mortalità infantile paragonabili a quelli di paesi molto più ricchi, con un numero di medici per abitante tra i più alti al mondo. Cuba esporta ancora oggi personale sanitario in decine di paesi, dal Brasile alle piccole isole caraibiche, come strumento di cooperazione internazionale e di solidarietà Sono risultati che nessun think tank ostile al governo cubano è riuscito seriamente a contestare nei numeri, per quanto ne discuta le priorità e la sostenibilità economica di fondo.

Tiranno, dittatore, o rivoluzionario? La domanda che nessuno risolve del tutto

È storicamente vero, documentato dalla Commissione Church del Senato Usa e non da fonti cubane, che la Cia condusse per anni una campagna di destabilizzazione contro Cuba: l’invasione di Playa Girón nel 1961, l’Operazione Mongoose, una lunga serie di tentativi di assassinio contro Castro stesso. Non è disinformazione dire che questo sia accaduto, è storia accertata. Questo ha spinto il governo cubano ad alcuni inasprimenti ed alcune restrizioni, che hanno lanciato un’ombra di sospetto sull’operato di Fidel e del suo governo.

Quello che resta indiscutibile è che nessun altro paese caraibico delle stesse dimensioni ha pesato altrettanto sulla storia del secolo: nel bene che ha costruito in casa, e nel prezzo che ha continuato a pagare, fino a oggi, per aver osato sottrarsi all’orbita del proprio vicino più potente.

L’eredità di Fidel

Nel 2026, a cento anni dalla nascita di Fidel Castro, il mondo si trova di fronte a una figura che non può essere ridotta a un semplice giudizio morale. Ricordare Castro oggi non significa celebrare un mito né condannare un tiranno: significa confrontarsi con uno dei nodi più complessi del Novecento.
La prima ragione è storica. Castro ha incarnato la ribellione di un piccolo paese contro l’egemonia di una superpotenza. La rivoluzione del 1959 e la successiva crisi dei missili del 1962 hanno segnato l’apice della Guerra Fredda, dimostrando come la storia mondiale potesse essere scritta anche dall’America Latina. Ignorare Castro significa non capire come funzionava il mondo bipolare.
La seconda è sociale. Cuba sotto Castro ha raggiunto livelli di alfabetizzazione e assistenza sanitaria tra i più alti del continente, a dispetto di un embargo economico durato decenni. Questo paradosso — libertà politica limitata ma diritti sociali estesi — alimenta ancora oggi un dibattito globale su cosa significhi davvero “sviluppo”. Per molti paesi del Sud del mondo, Cuba resta un riferimento su come un sistema povero di risorse possa garantire dignità materiale.
La terza ragione è simbolica. Castro è diventato l’icona della resistenza per intere generazioni, ma anche il volto della repressione per altrettante. La sua longevità al potere (quasi cinquant’anni) e la gestione dei dissensi politici non possono essere minimizzate. Ricordarlo oggi serve a non dimenticare che le rivoluzioni, per quanto nobili nei loro intenti, rischiano di fossilizzarsi.
Infine, c’è una ragione attuale. Le relazioni tra Cuba e gli Stati Uniti, le proteste dell’estate 2021, la transizione generazionale a L’Avana: tutto questo rende il centenario di Castro un’occasione per interrogarsi sul futuro dell’isola, non solo sul suo passato. La sua eredità è ancora viva, ancora contestata, ancora capace di generare passioni.

Ricordare i 100 anni di Fidel Castro serve, in definitiva, a mantenere vivo il dialogo tra chi crede che la giustizia sociale giustifichi i mezzi e chi ritiene che nessun fine possa sopraffare la libertà individuale. È un esercizio di memoria necessario, perché le storie che scegliamo di ricordare definiscono le società che vogliamo diventare.


Scopri di più da la mia pagina personale

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Altri articoli su (primo tag in ordine alfabetico): bloqueo

Correlati per tema e categoria

Scopri di più da la mia pagina personale

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere