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Dvorkovich sanzionato, Pirlo escluso per la Russia: nel frattempo Israele annette la Cisgiordania e gli USA rapiscono Maduro, senza conseguenze.

attualità 8 minuti di lettura

Due notizie sportive di questi giorni raccontano, senza volerlo, la stessa storia. Arkady Dvorkovich, presidente della FIDE, si è dimesso dai propri poteri dopo essere finito nel 21° pacchetto di sanzioni UE: Bruxelles lo accusa di aver sostenuto l’annessione della Crimea e di aver definito le città ucraine occupate “nuovi territori” russi. Andrea Pirlo, che doveva diventare il nuovo ct della Nazionale italiana, è stato invece scartato all’ultimo momento per un ruolo di ambassador, di natura, ha precisato lui, “commerciale, non politica”, per una società di scommesse russa legata al suo periodo negli Emirati.

Va detto subito, per onestà, che i due casi non sono uguali: Dvorkovich ha alle spalle dichiarazioni politiche precise e un passato da vicepremier russo; Pirlo ha un contratto pubblicitario. Ma il fatto che nel calcio italiano sia bastato l’aggettivo “russo” per far saltare una nomina, mentre di manager, sponsor e proprietari legati a Stati che bombardano, annettono o rapiscono capi di Stato altrui nessuno chiede mai conto, dice qualcosa su come funziona, oggi, l’indignazione selettiva.

Excursus sul caos in casa Azzurra – Il caso Pirlo arriva nel momento peggiore per Giovanni Malagò, che guida la Federcalcio da meno di un mese e vede già a rischio dimissioni il direttore tecnico Paolo Maldini e l’advisor (? ma che fa ?) Leonardo, che su Pirlo avevano costruito il loro progetto. In diversi suggeriscono che la vicenda russa sia più un pretesto che una vera preoccupazione geopolitica, utile a ridimensionare l’autonomia di Maldini. Il Consiglio Federale di oggi dovrebbe sciogliere il nodo, ma il nome che circola con più insistenza è Roberto Mancini — già ct dal 2018 al 2023 — il classico ripescaggio che consente a un sistema di cambiare tutto per non cambiare niente. Il Gattopardo, appunto, con la minestra riscaldata al posto del progetto giovane promesso solo un mese fa.
Nel frattempo il mercato certifica chi comanda davvero nel calcio, sanzioni o meno: la Premier League ha già investito oltre 1,5 miliardi di euro in questa sola sessione estiva, più del doppio della Serie A, con club di proprietà emiratina (il Manchester City) e saudita (Newcastle) tra i protagonisti, mentre la Süper Lig turca resta stabilmente tra i mercati più aggressivi d’Europa. Le regole di sostenibilità finanziaria esistono sulla carta, ma nella pratica vengono aggirate con controllate finanziarie e cessioni pilotate. Il fair play si applica sempre, tranne quando c’è troppo denaro in gioco. Il tutto a vantaggio di fondi statunitensi, qatarioti, sauditi …

Lo stesso strumento, due velocità. Il metro israeliano – Se la logica fosse coerente, il caso più clamoroso di annessione territoriale in corso (i territori della Cisgiordania) oggi meriterebbe lo stesso trattamento riservato a Mosca: a febbraio 2026 il gabinetto di sicurezza israeliano ha approvato misure che oltre 80 Stati membri dell’ONU hanno condannato come tentativo di rivendicare vasti territori palestinesi come “proprietà statale” israeliana.
Amnesty parla apertamente di un progetto per “uccidere l’idea di uno Stato palestinese” e in un rapporto di poche settimane fa, ha definito le sanzioni individuali finora imposte “palesemente insufficienti” di fronte a un’espropriazione di terre che ha già raggiunto quasi il 58% dell’Area C: Il numero dei coloni ha superato i 750.000, gli insediamenti approvati dall’attuale coalizione in tre anni sono 68. A maggio, nove Paesi, tra cui diversi membri UE, hanno emesso una dichiarazione congiunta sul progetto di colonizzazione E1: ma il testo stesso chiarisce di non introdurre alcun regime sanzionatorio automatico, restando un atto politico e reputazionale, non economico. L’unico strumento concreto resta il database ONU delle 158 aziende (Airbnb, Booking, Expedia, TripAdvisor, Motorola Solutions e diverse imprese israeliane tra le altre) legate agli insediamenti: una lista di nomi, non un embargo, respinta da Israele come “parziale”. Nessuna misura commerciale, nessuna sospensione dell’Accordo di associazione: la proposta spagnola in tal senso si è scontrata con il no della Germania, mentre le tariffe sui prodotti degli insediamenti chieste da Francia e Svezia restano bloccate per mancanza di maggioranza qualificata. L’Alta Rappresentante Kaja Kallas ha ammesso che alcuni Stati membri avevano proposto la sospensione, parziale o totale, dell’accordo, proposta che, per ora, resta lettera morta.

Il metro russo – Dal 2022 l’UE è arrivata a ventuno pacchetti di sanzioni contro la Russia. Il meccanismo è diventato quasi automatico: appena emerge un legame economico, politico, propagandistico con Mosca, scatta la sanzione individuale, o quantomeno la richiesta pubblica di dissociazione. Dvorkovich aveva evitato la lista nei round precedenti solo grazie al veto ungherese di Viktor Orbán; caduto Orbán, sostituito da un governo più atlantista, la sanzione è arrivata nel giro di un pacchetto. Il caso Pirlo mostra che la soglia di attivazione, ormai, è bassissima: basta uno sponsor.

Il punto non è stabilire un’equivalenza morale automatica tra un’invasione su vasta scala di uno Stato sovrano membro dell’ONU e una politica di annessione che dura, nei fatti, dal 1967: sono processi storici e giuridici diversi e chi si oppone a misure più dure verso Israele lo dice apertamente. La Germania non ha mai nascosto che la propria difficoltà a schierarsi contro Israele discende da un rapporto speciale con Israele stesso, radicato nella storia post-bellica, mentre l’Italia ha semplicemente allineato la propria posizione a quella tedesca. È una spiegazione, non una giustificazione: ma è onesto riconoscere che la disparità non nasce da un’incoerenza casuale, bensì da scelte di politica estera dichiarate.

Ciò che resta difficile da giustificare è la sproporzione nei tempi e negli strumenti. Per la Russia, un pacchetto di sanzioni ogni due o tre mesi, automatismi che colpiscono anche un dirigente sportivo per un tweet sulla Crimea. Per Israele, tre round in tre anni, limitati a singoli coloni, mentre il governo che finanzia il meccanismo di occupazione delle terre resta un interlocutore commerciale a pieno titolo: non è mai stato messo in discussione nessun accordo economico con Israele.

L’immunità di chi comanda il tavolo: oltre Israele, gli USA – Il caso più netto, però, riguarda chi le sanzioni le distribuisce: gli Stati Uniti. Il 3 gennaio 2026 le forze speciali americane hanno catturato il presidente venezuelano Nicolás Maduro e la moglie in un’operazione che, secondo l’analisi giuridica riportata anche dal New York Times, viola l’articolo 2 della Carta ONU sul divieto di ricorso alla forza contro uno Stato sovrano; la vicepresidente Delcy Rodríguez ha parlato di un vero e proprio “rapimento”. Nello stesso anno, dal 28 febbraio, USA e Israele conducono contro l’Iran quella che Wikipedia già chiama “guerra d’Iran” o “terza guerra del Golfo”: attacchi ancora in corso a fine luglio, tredicesima notte consecutiva di raid. Cuba, privata del sostegno petrolifero venezuelano dopo la cattura di Maduro, è arrivata a dichiarare l’esaurimento delle proprie scorte di petrolio e diesel, mentre Washington inaspriva ulteriormente l’embargo con un nuovo Executive Order a maggio, nonostante le ripetute risoluzioni dell’Assemblea Generale ONU che ne chiedono la fine. C’è chi lo definisce apertamente “un crimine contro l’umanità e una forma di genocidio economico” — una lettura di parte, ma non priva di riscontri nei dati sulla crisi energetica cubana.
Persino sui dazi, dove un limite è arrivato, l’eccezione conferma la regola: a febbraio la Corte Suprema ha dichiarato incostituzionale l’uso dell’IEEPA per imporli, ma Trump ha semplicemente cambiato base legale, introducendo un dazio del 10% su altre norme nel giro di pochi giorni. E quando le regole non bastano nemmeno nello sport di casa propria, si telefona direttamente a chi le scrive: durante i Mondiali, Trump ha chiamato personalmente il presidente FIFA Gianni Infantino per far congelare la squalifica dell’attaccante USA Folarin Balogun, decisione che la UEFA ha definito senza mezzi termini “una linea rossa” mai attraversata prima in un Mondiale.

Il vero criterio – Se si guarda ai casi Dvorkovich e Pirlo come a un termometro della sensibilità pubblica verso i legami con “regimi sotto sanzione”, quel termometro segna temperature opposte a seconda della latitudine geopolitica del regime in questione: la variabile che decide se un crimine contro l’umanità produce sanzioni pesanti, sanzioni simboliche o nessuna sanzione non è la sua gravità accertata, ma la posizione del suo autore nella rete di alleanze, mercati energetici e flussi finanziari di chi dovrebbe punirlo. È lo stesso principio, in fondo, che regola il calciomercato e le nomine in Federazione: il fair play — finanziario o valoriale che sia vale finché non lo si può aggirare comprando un campionato intero o riportando a casa l’amico giusto.

Non è ipocrisia nel senso morale del termine: sono, più prosaicamente, economia politica, dipendenza energetica, alleanze atlantiche, rapporti commerciali che pesano più delle dichiarazioni sui diritti umani. Ma è precisamente per questo che vale la pena nominarla ogni volta che si presenta l’occasione: un ambasciatore di scommesse russe scatena un dibattito parlamentare e la fine di una candidatura in 72 ore, un meccanismo di annessione che dura da sei mesi, o una guerra che l’ONU stessa chiama genocidio, faticano a produrre una riga di comunicato con conseguenze reali.

La conclusione non è che Dvorkovich abbia ragione sulla Crimea, o che la Russia non meriti conseguenze per un’invasione su vasta scala di uno Stato sovrano confinante, o che Pirlo sia solo un ambassador o un sostenitore di Putin. Il problema sono le asimmetrie diverse, con basi politiche diverse. Il risultato pratico è identico: chi ha il potere di scrivere le regole (nel calcio come nel diritto internazionale) decide anche quando applicarle, e su chi.


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