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Il 72% dei titolari in Serie A è straniero, ma la Nazionale travolge la Turchia 4-1. In Champions, però, solo il Como vince.

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Domenica 21 settembre l’Olimpico aveva fischiato una sconfitta casalinga per 0-2 contro il Belgio, esordio amarissimo del secondo ciclo di Mancini da ct. Stesso copione di sempre: sotto la gestione Gattuso l’Italia aveva già perso contro la Bosnia, nazione numero 61 del ranking Fifa, mancando per la terza volta consecutiva un Mondiale. Avevano cacciato il tecnico, richiamato un altro con un curriculum più pesante – un Europeo vinto – e il risultato, all’esordio, non era cambiato di una virgola.

Il problema, si era detto allora, stava in un numero pubblicato proprio in quei giorni: nelle prime cinque giornate di questa Serie A, su 454 calciatori impiegati, il 71,9% erano stranieri.
Il Como utilizza italiani per appena il 4,5% dei minuti, il Milan per il 7,7%; le due squadre più virtuose, Inter e Roma, si fermano comunque intorno al 29%.
Un ct, chiunque sia, sceglie undici titolari dentro una base che si è ristretta all’osso – e non è un fenomeno solo italiano, visto che in Premier League gli stranieri sono il 67,4% dei tesserati, quasi identico al dato della Serie A, contro il 61,8% della Ligue 1 e il 54% della Bundesliga. La vera anomalia è la Liga spagnola, dove i giocatori locali restano maggioranza: appena il 41,2% di stranieri. Un modello diverso, in Europa, esiste davvero: l’Italia ha solo scelto di non seguirlo, complice anche un moltiplicatore tutto nostrano – il Decreto Crescita, pensato per far rientrare cervelli e usato invece dai club per rendere fiscalmente più conveniente comprare uno straniero che investire su un vivaio.

Poi, tre giorni dopo, l’Italia ha travolto la Turchia 4-1 a Bursa: Bastoni, Frattesi, Kayode – al debutto assoluto – e Pio Esposito. Da fischi dell’Olimpico ad applausi in trasferta: la stessa Nazionale, cambiato poco altro che l’avversario. Un risultato che complica, giustamente, la tesi di pochi giorni prima.

Forse la domanda giusta non è quanti italiani giocano in Serie A, ma un’altra: un ct può ancora pescare undici titolari competitivi da una rosa concentrata di talenti, cosmopoliti nel percorso quanto si vuole, mentre il sistema che li circonda – il campionato, i club – resta debole. I due fenomeni non si escludono: possono coesistere, ed è probabilmente questo che sta succedendo.

I risultati europei, in effetti, lo confermano più che smentirlo. Alla prima giornata di Champions League, tre italiane su quattro non hanno vinto: l’Inter ha perso 2-1 a Madrid, il Napoli è caduto 0-1 in casa contro l’Arsenal, la Roma ha pareggiato 1-1 a Istanbul. Solo il Como, sorpresa della scorsa stagione, ha vinto con autorità, 4-1 sul Lipsia. Il campionato che fatica a produrre italiani è lo stesso che fatica, salvo eccezioni, a competere in Europa: due sintomi della stessa debolezza strutturale – investimenti nei vivai, competitività dei club, politiche di sistema – non due problemi diversi.

Cacciare il tecnico o cambiare il presidente federale, allora, serve solo a intestare una colpa, non a risolvere niente: né la sera in cui la Nazionale vince 4-1, né quella in cui tre club su quattro escono sconfitti o pareggiano alla prima di Champions. Restiamo quindi su una convivenza scomoda ma più onesta: una Nazionale che può ancora regalare serate come quella di Bursa, dentro un sistema-club che resta comunque il vero malato. Abituarcisi non significa smettere di curarlo – significa, semmai, aver finalmente capito qual è la malattia.


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