Il 28 settembre 2026, la Prima Corte d’Assise di Roma ha pronunciato la sentenza di primo grado sul sequestro e sull’omicidio di Giulio Regeni, il ricercatore friulano sequestrato al Cairo il 25 gennaio 2016 e ritrovato morto, con evidenti segni di tortura, il 3 febbraio successivo. Sono passati 3.890 giorni dal ritrovamento del corpo.
La sentenza arriva al termine di un decennio segnato, secondo le parole della stessa procura, da “ostacoli e menzogne”: mancate notifiche da parte dello Stato egiziano, anni di depistaggi, un processo sospeso e poi riattivato grazie a un intervento della Corte costituzionale. Regeni, dottorando all’Università di Cambridge, si trovava al Cairo dal settembre 2015 per una ricerca sui sindacati indipendenti egiziani, un tema sensibile per il regime del generale Abdel Fattah al-Sisi. Il rinvio a giudizio dei quattro imputati arrivò solo il 25 maggio 2021, cinque anni dopo i fatti; la requisitoria della procura, con la richiesta di ergastolo per Sharif e diciassette anni e mezzo per gli altri tre, è del 23 giugno di quest’anno.
Cosa dice la sentenza
I giudici hanno condannato a dieci anni di reclusione tre dei quattro imputati — il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim, tutti appartenenti ai servizi di sicurezza egiziani — per il sequestro e le torture inflitte a Regeni. Il quarto imputato, il generale Tareq Sabyr, è stato assolto. La procura aveva chiesto l’ergastolo per Sharif e diciassette anni e mezzo per gli altri tre: la Corte ha ritenuto sufficienti le prove per sequestro e tortura, ma non per la specifica imputazione di omicidio, che è caduta per tutti gli imputati. I tre condannati dovranno inoltre risarcire sia la famiglia Regeni sia lo Stato italiano, costituitosi parte civile e che aveva chiesto due milioni di euro di danni. Il processo si è svolto interamente in contumacia: l’Egitto non ha mai consegnato né gli imputati né i loro indirizzi, e a rendere possibile il procedimento è stata una pronuncia della Corte costituzionale, secondo cui l’ostruzionismo dello Stato di appartenenza degli imputati non può, nei reati di tortura commessi da funzionari pubblici, rendere permanentemente impossibile la celebrazione del processo.
Un primo passo, non la fine del percorso
Alla domanda se sia stata fatta giustizia, la risposta più onesta è quella suggerita dagli stessi genitori di Giulio, Paola Deffendi e Claudio Regeni, usciti dall’aula con un sobrio “siamo soddisfatti”, mentre la madre piangeva durante la lettura del dispositivo: una soddisfazione reale, ma consapevole di una verità ancora incompleta. La sentenza riconosce per la prima volta, con l’autorità di una Corte italiana, che funzionari dello Stato egiziano hanno sequestrato e torturato un cittadino italiano: un accertamento che dieci anni di depistaggi, silenzi diplomatici e mancate collaborazioni avevano provato a impedire fino all’ultimo. È un risultato che non va sminuito, ottenuto contro una macchina statale, quella egiziana, che ha fatto di tutto per non arrivare a questo punto. Ma resta un primo passo, non un punto di arrivo, per almeno tre ragioni concrete.
La prima riguarda il merito della sentenza stessa: la caduta dell’accusa di omicidio, pur in presenza di condanne per sequestro e tortura, lascia formalmente priva di una responsabilità penale diretta la morte di Giulio Regeni, l’esito più grave di quella stessa violenza riconosciuta come accertata. Bisognerà attendere le motivazioni, attese nei prossimi mesi, per capire con precisione quali prove i giudici abbiano ritenuto insufficienti su questo punto specifico, e se la distanza fra torture riconosciute e morte non imputata sia una scelta di cautela processuale o un limite più strutturale dell’impianto accusatorio. Va detto, per completezza, che la scelta della Corte non equivale a un’assoluzione dai fatti più gravi: significa che i giudici hanno ritenuto sufficientemente provato che Regeni sia stato sequestrato e sottoposto a torture da parte dei tre condannati, senza però considerare raggiunta, per lo stesso standard probatorio, la prova che siano stati proprio loro, in prima persona, a provocarne la morte. È una distinzione tecnica che la lettura pubblica della sentenza rischia di appiattire, ma che pesa moltissimo sul piano simbolico per una famiglia che da dieci anni chiede una parola definitiva proprio su questo punto.
La seconda ragione riguarda l’esecutività concreta della pena. La sentenza è formalmente esecutiva, ma i tre condannati restano in Egitto, un Paese che in oltre dieci anni non ha consegnato né gli imputati né tanto meno accettato di estradarli, e che quasi certamente continuerà a non farlo. Si tratta, nella sostanza, di una condanna che stabilisce una verità giudiziaria solenne senza alcuna garanzia reale di essere mai scontata: la giustizia formale precede, di gran lunga, qualunque giustizia effettivamente eseguita.
La terza ragione è la più politica, ed è la stessa che il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco ha reso esplicita nella propria requisitoria di giugno, quando ha affermato che “la ragion di Stato non può diventare ragione di impunità”. È un principio enunciato in aula, ma la sua tenuta reale dipenderà da cosa farà, da ora in poi, la politica italiana nei rapporti con l’Egitto: un Paese che resta un interlocutore strategico su energia, sicurezza mediterranea e gestione dei flussi migratori, e per il quale la tentazione di lasciare che la sentenza resti un fatto giudiziario isolato, senza conseguenze diplomatiche reali, è tutt’altro che remota. Negli anni successivi alla morte di Regeni, i rapporti fra Roma e Il Cairo non si sono mai davvero interrotti: gli accordi energetici legati al giacimento di Zohr, la cooperazione sulla gestione dei flussi migratori nel Mediterraneo centrale e le forniture militari italiane verso l’Egitto sono proseguiti pressoché senza soluzione di continuità, nonostante le ripetute richieste della famiglia Regeni e di parte dell’opinione pubblica di subordinare quei rapporti a una reale collaborazione giudiziaria. La sentenza di oggi arriva, in questo senso, senza che quel nodo politico sia stato sciolto.
Il valore che resta, comunque
Anche con questi limiti, la sentenza di oggi ha un valore che va oltre il singolo caso. Il principio affermato dalla Corte costituzionale — che l’ostruzionismo di uno Stato estero non può bloccare indefinitamente un processo per tortura commessa da propri funzionari — costituisce un precedente utile per casi futuri analoghi, in un momento storico in cui la repressione transnazionale di ricercatori, giornalisti e attivisti non è affatto un fenomeno in via di esaurimento. E resta, soprattutto, il valore simbolico e civile di una battaglia condotta per un decennio da due genitori che non hanno mai smesso di chiedere, pubblicamente, quello che le istituzioni sembravano più volte disposte a lasciar cadere: come ha detto l’avvocata di famiglia Alessandra Ballerini, poco prima della lettura della sentenza, “stare qui è vittoria, ma non ci accontentiamo”. È una mobilitazione civile che pochi altri casi giudiziari italiani hanno saputo generare con la stessa costanza nel tempo: comitati locali, iniziative nelle scuole, campagne informative sostenute da testate e associazioni per anni, in un contesto in cui la memoria pubblica di un caso giudiziario tende fisiologicamente a scemare dopo i primi mesi. Che il caso Regeni sia arrivato a sentenza dopo un decennio, invece di spegnersi nell’oblio come tanti altri, si deve in buona parte proprio a questa pressione dal basso, mantenuta viva quando le istituzioni, per anni, hanno preferito la cautela diplomatica alla fermezza giudiziaria.
La sentenza certifica, con l’autorità di una Corte italiana, che Giulio Regeni fu sequestrato e torturato da funzionari dello Stato egiziano: una verità che l’Egitto ha combattuto con ogni mezzo per un decennio, e che oggi diventa, almeno sulla carta, definitiva. Non certifica, allo stato attuale, chi ne abbia causato la morte, né offre alcuna garanzia che i condannati sconteranno mai la propria pena. È esattamente per questo che la definizione più corretta di questa giornata resta quella più prudente: un primo passo importante, ottenuto contro ogni previsione e contro un decennio di depistaggi, ma non ancora la giustizia piena che una vicenda come questa continuerebbe a richiedere.
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