↑

L’Italia sul tetto del mondo in tutti gli sport. Eppure siamo fissati col calcio

campo sportivo
Categoria calcio
Pubblicato il 7 Giugno 2026
Autore massideconca
Tempo di lettura 9 minuti

C’è qualcosa di sistematico, in questo periodo, nello sport italiano, qualcosa che assomiglia a un modello:

al Roland Garros 2026 c’è un tennista italiano in finale (l’anno scorso ha vito Sinner, numero 1 del mondo); la squadra femminile di pallavolo continua a vincere; come la nazionale maschile.

Anzi, c’è di più. Nel settembre scorso è accaduto qualcosa di storicamente rilevante: l’Italia deteneva il titolo di campione del mondo con entrambe le nazionali di pallavolo, maschile e femminile. Simultaneamente, nello stesso anno: solo l’Unione Sovietica era riuscita nella stessa impresa, nel 1952 e nel 1960.

E poi c’è il rugby. Al Sei Nazioni 2026 l’Italia ha battuto l’Inghilterra per la prima volta in assoluto nella storia del torneo, 23-18 all’Olimpico, ed è rimasta imbattuta in casa per la prima volta in ventisei anni di partecipazione. Ha chiuso quarta in classifica, davanti a Inghilterra e Galles, in quello che la stampa specializzata ha già definito uno dei tornei più spettacolari di sempre.

La profondità di alcuni movimenti sportivi sta emergendo con forza, certificando un momento d’oro che va ben oltre i singoli campioni. Ovunque, ma non nel calcio. La nazionale calcistica è fuori dai Mondiali 2026. Per la seconda volta in otto anni.

È necessario spiegare come è possibile.La nazionale calcistica è fuori dai Mondiali 2026. Per la seconda volta in otto anni. Proviamo a capire come è (stato) possibile.

La pallavolo: una doppietta da manuale – La nazionale maschile di Ferdinando “Fefè” De Giorgi ha vinto il Mondiale 2025 a Manila, portando a casa il quinto trofeo iridato della storia dopo quelli del 1990, 1994, 1998 e 2022. Un ciclo straordinario, costruito su una continuità tecnica che in Italia si trova raramente. De Giorgi ha coltivato con grazia e ironia un nuovo umanesimo; nel 2021, dopo aver vinto l’Europeo, scrisse un libro: “Noi Italia pallavolo. I valori che ci hanno permesso di salire sul tetto d’Europa in trenta giorni.” La maglia azzurra vista come valore, qualcosa che va conquistata con fatica e custodita come un tesoro: può sembrare retorica, invece è una cultura tecnica vera, trasmessa da allenatore a giocatori e da giocatori a generazioni successive. Non è un caso che De Giorgi stesso sia stato cresciuto alla Panini Modena di Julio Velasco negli anni Ottanta.

Il cerchio si chiude con la nazionale femminile. Julio Velasco, il ct che aveva vinto i mondiali maschili nel 1990 e nel 1994, è diventato tre volte campione del mondo e ha scritto ancora una volta la storia, questa volta nella pallavolo femminile: oro olimpico a Parigi 2024, due Volley Nations League consecutive, e ora un oro Mondiale. Dal giugno 2024, la nazionale femminile non ha perso una partita: 36 vittorie consecutive, vincendo strada facendo tutti i tornei a cui ha partecipato. Nella storia dello sport in generale, poche nazionali sono state dominanti come questa Italia.

Il dettaglio più significativo è però un altro: fu proprio Velasco a concepire l’idea del Club Italia, una squadra formata dalle giovani più promettenti selezionate dalla Federazione, per permettere loro di allenarsi tutto l’anno senza lo stress legato alle competizioni con le proprie società. Da quella struttura uscirono le giocatrici che divennero l’ossatura dell’Italvolley femminile campione del mondo nel 2002. Una intuizione degli anni Novanta che produce frutti ancora oggi. Questo si chiama sistema.

Il modello FIPAV è stato costituito con molta pazienza, non è caduto dal cielo, ma si basa su una strategia chiara di collaborazione costante con i comitati territoriali, con progetti di avvicinamento nelle scuole, con una formazione continua per allenatori e dirigenti, supporto capillare alle associazioni sportive in tutto il Paese.

I numeri confermano il metodo: oltre 363mila tesserati FIPAV, in crescita rispetto al periodo pre-pandemia, con una forte componente femminile, fa della pallavolo lo sport di squadra femminile più praticato in Italia. Cosa che non corrisponde al fatto che sia il più ricco e neanche il più visto in televisione. Sicuramente è però il più praticato.

Dopo il doppio Mondiale 2025, a una domanda su quale sport l’Italia fosse più forte, la pallavolo ha risposto al primo posto con il 37% delle preferenze, superando il calcio (22%) e il tennis (22%). Un dato che sarebbe impensabile qualche anno fa. Lo sport degli oratori e delle palestre scolastiche ha scalzato nell’immaginario collettivo lo sport dei miliardi e dei procuratori.

Non è una rivincita morale, ma la conferma che i sistemi di formazione lavorano su scale temporali lunghe, e che i risultati arrivano quando qualcuno ha avuto la pazienza di non cambiare tutto ogni anno.

Il tennis: profondità senza Sinner – Il caso tennistico aggiunge un elemento ulteriore alla riflessione: sono tredici gli Slam con più di un italiano nei quarti di finale in singolare maschile nella storia del tennis, ma ben otto di questi si concentrano dal 2022 ad oggi. Non si può dire che sia un picco isolato, ma una tendenza strutturale.

Flavio Cobolli è il sesto semifinalista italiano al Roland Garros in Era Open, dopo Panatta, Cecchinato, Sinner e Musetti: nomi diversi, generazioni diverse, stesso sistema formativo. La Federtennis ha investito in centri federali, ha tenuto i giovani in Italia nelle fasi delicate della formazione, ha costruito una cultura dell’allenamento che non dipende dal singolo fuoriclasse. Sinner è il numero uno del mondo, ma il movimento sopravvive e prospera anche senza di lui in campo.

Il rugby: la terza rinascita – Il caso del rugby è il più sorprendente, perché parte da una base storica più fragile delle altre. Il rugby italiano ha vissuto per anni nel Sei Nazioni come una squadra ospite: presente, rispettata, ma sostanzialmente battuta da chiunque e destinata al cucchiaio di legno. La partecipazione al torneo dal 2000 pareva a tratti un atto di generosità europea piuttosto che una sfida tra pari. Poi è arrivato Gonzalo Quesada (argentino come Julio Velasco!)

Gran parte del merito del cambiamento va attribuito all’arrivo del tecnico argentino, che ha portato metodo, chiarezza tattica e una gestione più moderna del gruppo: l’Italia è apparsa più disciplinata, più concreta nelle fasi statiche e meno fragile mentalmente nei momenti chiave delle partite. La vittoria sull’Australia nel novembre 2024, poi quella sulla Scozia e quella storica sull’Inghilterra nel Sei Nazioni 2026 non sono exploit isolati: sono la prova che qualcosa di strutturale è cambiato.

Ma sarebbe un errore ridurre tutto a Quesada, esattamente come sarebbe un errore ridurre la pallavolo a Velasco o il tennis a Sinner. Il singolo allenatore eccellente arriva e trova un terreno già preparato oppure semina su terreno arido e non raccoglie nulla. Nel caso del rugby italiano, il terreno è stato preparato in anni di scelte federali coraggiose e non sempre popolari.

La scelta più importante è stata quella delle franchigie: Benetton Treviso e Zebre Parma partecipano allo United Rugby Championship, il torneo internazionale che include le migliori formazioni di Irlanda, Galles, Scozia e Sudafrica. La FIR ha sviluppato accademie U23 all’interno delle due franchigie, contrattualizzando i giovani talenti di interesse nazionale per permettere loro di lavorare su base quotidiana in un contesto d’alto livello come l’URC e le Coppe Europee, completando il processo formativo avviato presso le strutture federali. È un sistema a cascata: i poli di sviluppo under 17/18 alimentano le accademie under 23, le accademie alimentano le franchigie, le franchigie alimentano la nazionale.

La FIR ha definito questo “modello di Alta Prestazione basato sulla rete coordinata di strutture“: nazionali seniores e U20, franchigie URC e club di Serie A Elite, tutti collegati in un percorso uniforme. Non è una formula magica, è un’architettura di sistema che mette la formazione prima del risultato immediato. Per anni Benetton e Zebre hanno perso partite nell’URC che avrebbero potuto vincere mettendo in campo stranieri di qualità superiore, ma hanno scelto di far giocare i giovani italiani anche a rischio di risultati peggiori. Quel rischio si sta ripagando.

Il percorso non è privo di contraddizioni, infatti le franchigie non hanno fermato l’emorragia di giocatori verso i più remunerativi campionati esteri, Top14 e Premiership: negli azzurri schierati contro l’Australia, i giocatori tesserati per club francesi o inglesi erano dodici, nove dei titolari. Il problema salariale resta irrisolto: il rugby professionistico italiano non può competere economicamente con Francia e Inghilterra, e chi emerge viene acquistato. Una contraddizione che il calcio conosce bene, ma che nel rugby viene almeno nominata e affrontata come tale, non rimossa.

Il Sei Nazioni 2026 ha chiuso con un incasso da biglietteria superiore ai 7 milioni di euro, una crescita del 51% rispetto all’edizione 2024, con oltre 120mila spettatori che hanno celebrato le vittorie all’Olimpico. Un segnale di base che si allarga: il rugby italiano comincia ad avere un pubblico, non solo estimatori.

Il calcio? Un sistema che si è mangiato se stesso: Di fronte a questo scenario, la domanda è semplice: perché il calcio non funziona?

Non è soltanto una questione di talento, perché l’Italia ha sempre prodotto talento calcistico, ma è una questione di sistema: il sistema calcio italiano ha un difetto strutturale preciso, perché ha delegato tutto la formazione dei talenti al mercato.

La pallavolo conta circa 359mila tesserati FIPAV, il calcio oltre un milione, eppure il movimento pallonaro fatica a qualificarsi ai Mondiali, mentre quello pallavolistico domina, al maschile ed al femminile. Il calcio ha indubbiamente più risorse, più praticanti, più visibilità, più spazi commerciali, ma anche meno risultati, a livello di nazionali e di singoli club. Il paradosso si spiega guardando dove e come sono investite le risorse: nei club di Serie A, i soldi finiscono negli acquisti di giocatori già formati all’estero, non nello sviluppo dei giovani italiani, al punto che il vivaio, la cosiddetta cantera, è un costo tollerato, non un investimento strategico.

La FIGC, dal canto suo, ha vissuto anni di governance instabile, commissariamenti, lotte interne, ha cambiato (ed è in procinto di cambiare ancora) commissari tecnici come si cambia allenatore di club , ha inseguito soluzioni tattiche anziché costruire una cultura calcistica condivisa, ha confuso il tornare a vincere con il ripartire da capo ogni volta.

Velasco è rimasto sulla panchina della nazionale maschile dal 1989 al 1996: sette anni.
De Giorgi ha preso la nazionale nel 2021 e la guida tuttora.
Velasco è tornato sulla panchina femminile nel 2024 dopo vent’anni di assenza, e in diciotto mesi ha vinto tutto. Nel calcio, un allenatore che non vince nelle prime quattro partite rischia l’esonero.

Questa è la differenza: non il talento, non la fortuna, non la “mentalità”, parola vaga con cui si spiega tutto senza capire niente. La differenza è organizzativa, temporale, culturale, è la differenza tra chi costruisce e chi acquista, tra chi forma e chi importa, tra chi ha un progetto e chi ha un procuratore.

L’Italia è sul tetto del mondo nel tennis e nella pallavolo, ha una buona squadra di rugby. Sono sport che, ciascuno a modo suo, hanno scelto di investire sulla formazione invece che sul mercato, sulla continuità invece che sull’improvvisazione, sulla struttura federale invece che sull’interesse del club.

Il calcio ha fatto esattamente il contrario, e i risultati si vedono, o meglio, non si vedono, perché la nazionale non è ai Mondiali.

Nel frattempo, Adriano Panatta aspetta a Parigi di premiare il vincitore del Roland Garros. Forse quest’anno sarà un italiano a ritirare la Coppa dei Moschettieri. Di sicuro quanto accadrà sarà stato costruito, non comprato.


Scopri di più da la mia pagina personale

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Altri articoli su (primo tag in ordine alfabetico): calcio

Correlati per tema e categoria

Scopri di più da la mia pagina personale

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere