Il 9 luglio 2006 l’Italia vince il suo quarto Mondiale: Grosso, Materazzi, Cannavaro, Buffon, Pirlo, Totti, Del Piero sono l’ultima generazione dorata del calcio azzurro alza la coppa a Berlino. Ma la foto simbolo di quella notte non è un giocatore, è Guido Rossi, il commissario straordinario nominato dal Coni un mese e mezzo prima, in mezzo alla squadra. Perché quella vittoria arriva mentre la Figc viene commissariata, mentre Moggi, Giraudo, Pairetto e Carraro finiscono nel registro degli indagati, mentre Juventus, Milan, Fiorentina e Lazio vengono processate per un sistema di designazioni arbitrali pilotato. Il trionfo e lo scandalo procedono appaiati, per tutta l’estate.

Vent’anni dopo, il conto è impietoso: l’Italia non supera più un girone eliminatorio ai Mondiali dal 2006, infatti va fuori ai gironi nel 2010 e nel 2014; l’Italia è assente nel 2018, nel 2022 e ora anche nel 2026, terza mancata qualificazione consecutiva, stavolta contro la Bosnia Erzegovina. L’unica eccezione è l’Europeo vinto nel 2021 (edizione 2020, rinviata per il Covid): un lampo, non un’inversione di rotta, in un contesto di resistenza.
Calciopoli non ha prodotto la rivoluzione etica promessa, solo prodotto ferite: retrocessione della Juventus in B, penalizzazioni a Milan, Lazio e Fiorentina, crollo di credibilità delle istituzioni sportive. Tutto questo mentre la Premier League completava la sua trasformazione in macchina economica, sorretta da stadi nuovi e diritti tv crescenti. L’Italia restava ferma, con gli stadi mai rifatti nonostante l’occasione di Italia ’90.
Lo stesso Fabio Cannavaro, capitano di quella notte e oggi allenatore dell’Uzbekistan, lo ha ammesso di recente: la crisi nasce da due occasioni perse, il Mondiale casalingo del 1990, quando si potevano costruire stadi di proprietà, e proprio il trionfo del 2006, dopo il quale “abbiamo smesso di investire sui giovani e sulle strutture.”
Calciopoli è la scintilla simbolica, ma la miccia lunga è un’altra: la finanziarizzazione. Lo sostiene da anni Pippo Russo, sociologo e firma di Domani, per cui il male “che in qualche misura abbia una portata complessiva” è proprio questo: un calcio che deve produrre utili per investitori esterni, denaro iniettato solo per farlo fruttare e riportarlo fuori dal sistema.

Il calcio come incubatore finanziario – Russo chiama i club “incubatori finanziari”: non luoghi dove il denaro produce risultati sportivi, ma dove il denaro produce altro denaro, redistribuito a chi lo ha investito. I numeri confermano: 11 club su 20 in Serie A hanno proprietà straniera, otto americane — Oaktree all’Inter, RedBird al Milan, Bain Capital all’Atalanta, Krause al Parma. In Serie B la proporzione è simile. Il presidente-mecenate legato al territorio è quasi scomparso, al suo posto troviamo fondi che comprano per rivendere in cinque-sette anni, con l’obiettivo dichiarato di far crescere il brand, non lo scudetto.
Sullo stesso filone lavora Luca Pisapia, che nel suo ultimo libro pubblicato da Einaudi racconta il calcio come prodotto dell’industria culturale che meglio rappresenta la vittoria del capitale sul lavoro. Già nel precedente “Fare gol non serve a niente” aveva mostrato come il pallone si leghi al capitale con disinvoltura, e ferocia.
Il talento se ne va – Donnarumma al Manchester City dopo il Psg, Calafiori all’Arsenal, Vicario al Tottenham, Leoni al Liverpool, Retegui in Arabia Saudita. E i più giovani seguono a ruota: Marco Palestra ha scelto il Chelsea invece dell’Inter, Reggiani e Inacio sono già al Borussia Dortmund. Una fuga di cervelli, si direbbe per i ricercatori: qui è fuga di piedi buoni, stessa logica. Da noi il talento non trova spazio, altrove sì: l’Italia è terzultima su 53 campionati censiti dal Cies per minuti giocati dai calciatori del proprio vivaio: 5,5%, appena sopra Grecia e Turchia. (fonte: Il Fatto Quotidiano)
Gabriele Gravina, presidente dimissionario della Figc dopo la disfatta contro la Bosnia, lo ha messo nero su bianco in una relazione mai discussa in Parlamento: pochi calciatori italiani selezionabili, giovani che non diventano mai adulti nei club professionistici, un modo di giocare “meno veloce e meno creativo.” Come scrive Russo, il problema non nasce con Gravina né finisce con lui: dopo di lui, il diluvio resta uguale.
Un supermercato con la maglia azzurra – Il futuro non promette correzioni. I fondi guardano ormai anche a Serie B e C: club che costano meno, rendono uguale, e a cui nessuno chiede di vincere. La Lega Serie A discute intanto di cedere quote della media company internazionale a Cvc, Apollo, Bain Capital: il calcio italiano sta diventando ciò che Pisapia descrive su scala mondiale, un mercato dove tifosi, giocatori e club sono asset da valorizzare.
Con la differenza, tutta italiana, che gli scaffali si svuotano più in fretta di quanto si riescano a riempire: vent’anni fa la Nazionale festeggiava a Berlino, oggi il popolo del calcio italiano aspetta ancora di capire cosa, di quella notte, sia rimasto in piedi.
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