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Infantino vuole vendere il Mondiale ai Kushner per 20 miliardi, la UEFA dichiara guerra: il calcio globale come ultima controllata di Trump.

calcio 5 minuti di lettura

C’è qualcosa di quasi commovente nella tempistica di Gianni Infantino: il Mondiale 2026 si è appena chiuso con un incasso record di 12 miliardi di dollari, i biglietti venduti a prezzi che definire “da bagarino” sarebbe un complimento e il presidente della FIFA ha aspettato esattamente il tempo necessario a far raffreddare i coriandoli della finale prima di annunciare il passo successivo, trasformare la Coppa del Mondo in una società commerciale da 20 miliardi di dollari, la FIFA Forward Enterprise, con soci investitori tra cui, dettaglio che il comunicato stampa ha curiosamente dimenticato di enfatizzare, la famiglia Kushner. Sì, quei Kushner. Genero compreso.

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La proposta indecente – Il piano, rivelato dal Times di Londra e confermato da FIFA con un imbarazzato “non se n’è mai discusso” (che nelle aziende significa più o meno “sì, ma non lo ammetteremo prima di dover firmare”), prevede una controllata commerciale che gestirebbe Mondiale e Coppa del Mondo per Club, con un ruolo da amministratore delegato che, pura coincidenza!, potrebbe risultare comodo per un Infantino che, da statuto FIFA, dovrà lasciare la presidenza a 61 anni.

Chiamarla successione pianificata sarebbe generoso: è più simile a un uomo che, prima di lasciare le chiavi di casa, si costruisce un attico sul tetto.

Il precedente che nessuno aveva ancora capito fosse un precedente – Chi si stupisce oggi della disinvoltura con cui si tratta il calcio come un asset liquidabile, evidentemente non seguiva i Mondiali a inizio luglio. Agli ottavi contro il Belgio, l’attaccante USA Folarin Balogun si è visto revocare una squalifica dopo tre telefonate (private, informali, tra amici) del Presidente degli Stati Uniti al presidente della FIFA. Trump lo ha ammesso lui stesso, con la consueta eleganza diplomatica: ha parlato con “Gianni”, “un uomo altamente rispettato”, per chiedere “un riesame della decisione” su un fallo che, a suo dire, “non c’era”, da un arbitro che era “un po’ sospetto”. La UEFA e l’Unione Europea si sono infuriate, accusando Trump di aver compromesso la credibilità del torneo, cosa tecnicamente vera, anche se arriva con qualche settimana di ritardo rispetto al momento in cui quella credibilità aveva ancora qualcosa da compromettere.

 quando le regole non bastano nemmeno nello sport di casa propria, si telefona direttamente a chi le scrive: durante i Mondiali, Trump ha chiamato personalmente il presidente FIFA Gianni Infantino per far congelare la squalifica dell’attaccante USA Folarin Balogun, decisione che la UEFA ha definito senza mezzi termini “una linea rossa” mai attraversata prima in un Mondiale.

La geopolitica al servizio del pallone, o forse il contrario – Non è un caso isolato di leggerezza istituzionale, è un metodo. Davanti alle pressioni internazionali per sospendere le squadre israeliane dalle competizioni, Infantino ha semplicemente tolto il tema dall’agenda del Consiglio FIFA, spiegando che l’organismo “deve promuovere pace e unità” e “non può risolvere questioni politiche”, posizione che è curiosamente maturata proprio dopo la proposta di pace presentata alla Casa Bianca da Trump e Netanyahu. Sulla Russia, sospesa da FIFA e UEFA dal 2022, lo stesso Trump ha suggerito in conferenza stampa che una riammissione potrebbe essere “un buon incentivo” per Mosca a smettere di ammazzare cinquemila giovani a settimana, frase che meriterebbe una pausa di silenzio, se non fosse pronunciata nello stesso fiato in cui si parla di calendari sportivi. E poi c’è la vera perla, quella che nessuno sceneggiatore satirico avrebbe osato scrivere: la guerra commerciale in corso tra Stati Uniti e i due paesi co-organizzatori del torneo, Canada e Messico, non è per Trump un problema diplomatico da gestire con discrezione durante il Mondiale che ospita. È un valore aggiunto. Rende tutto, sono parole sue, “più eccitante”.

La UEFA e la sua improvvisa scoperta dei principi – Sia chiaro: la UEFA ha ragione nel merito. Le 55 federazioni europee hanno respinto all’unanimità il piano di Infantino, dichiarando in un comunicato che “la Coppa del Mondo non è in vendita” e che “nessuno di noi è proprietario del calcio”, frase bellissima, quasi commovente, se non arrivasse da un’organizzazione che ha inventato la Champions League a 36 squadre proprio per spremere ogni euro possibile dai broadcaster, e che si è opposta alla Superlega non perché fosse un’idea di mercificazione del calcio, ma perché non ci aveva pensato prima lei. La UEFA minaccia ora di boicottare i prossimi tornei FIFA (Mondiale Under 17 femminile in Marocco, Under 17 in Qatar, Mondiale femminile in Brasile) in quella che i giornali sportivi già chiamano, senza ironia, “guerra”. Ed è la parola più onesta usata finora in questa vicenda: non una guerra di princìpi, ma una guerra tra due cartelli che si contendono chi ha il diritto di vendere agli sponsor l’idea che il calcio appartenga ancora a chi lo gioca.

Infantino, dal canto suo, aveva già anticipato la sintesi perfetta della propria gestione qualche settimana fa, davanti alle telecamere della Casa Bianca: il Mondiale avrebbe portato “gioia e felicità a tutto il mondo”, ha detto, “e questo non ha prezzo”. Fortunatamente per lui, la FIFA Forward Enterprise sta per dimostrare esattamente il contrario: un prezzo c’è ed è 20 miliardi di dollari, più le percentuali per chi ha i contatti giusti alla Casa Bianca.


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