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Birmingham e Parigi confermano il dominio azzurro in atletica e nuoto, mentre il calcio manca il terzo Mondiale di fila. Non mentalità o soldi in eccesso: un problema di sistema e allocazione delle risorse.

sport 7 minuti di lettura

Nella stessa metà di agosto 2026 si sono chiusi, a poche ore di distanza, gli Europei di atletica a Birmingham e gli Europei di sport acquatici a Parigi: due manifestazioni continentali in cui l’Italia ha dominato o quasi dominato, aggiungendo l’ennesimo capitolo a una storia che avevo già raccontato qui parlando di pallavolo, rugby e tennis.

Il paradosso, se possibile, si è fatto ancora più clamoroso: mentre gli azzurri salivano sul podio più alto d’Europa in atletica per la seconda edizione consecutiva e sfioravano la vetta del medagliere nel nuoto, la nazionale di calcio restava fuori dai Mondiali 2026 per la terza volta consecutiva — prima squadra nella storia, fra le ex campioni del mondo, a mancare tre edizioni di fila. Non è più una serie sfortunata di coincidenze: è un sistema che funziona quasi ovunque, tranne dove guarda la maggioranza degli italiani.

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Birmingham: il bis che nessuno aveva mai fatto – Dal 10 al 16 agosto l’Italia ha chiuso gli Europei di atletica in cima al medagliere per la seconda edizione consecutiva dopo Roma 2024: dieci ori, sei argenti, sei bronzi, 22 medaglie totali, più ori e più medaglie di chiunque altro, davanti a Gran Bretagna e Germania. In cima anche la classifica a punti, a quota 226, con un record eguagliato di 45 finalisti. I nomi contano quanto, se non più dei numeri: Gianmarco Tamberi ha conquistato il suo terzo titolo europeo consecutivo nel salto in alto, Nadia Battocletti ha completato per la seconda edizione di fila la doppietta 5000-10.000 metri, diventando la prima atleta nella storia a riuscirci in due rassegne europee consecutive, Massimo Stano ha vinto l’oro nella maratona di marcia con record europeo, Sofia Fiorini ha stabilito il record del mondo sulla stessa nuova distanza femminile, Larissa Iapichino è diventata la prima azzurra a vincere il titolo continentale outdoor nel salto in lungo, Andy Diaz ha migliorato di 28 centimetri il record italiano del salto triplo. La serata finale si è chiusa con lo storico primo oro della 4×400 maschile azzurra nella storia degli Europei, staccato alla Gran Bretagna per tre centesimi di secondo.

Parigi: quasi tutti, tranne l’oro decisivo – Dal 31 luglio al 16 agosto, a Parigi, gli sport acquatici hanno raccontato una storia quasi identica, con un finale beffardo: l’Italia ha vinto 43 medaglie complessive, più di chiunque altro, ma ha chiuso seconda nel medagliere perché la Gran Bretagna, ferma a 26 podi totali, ne ha collezionato uno in più d’oro — ed è l’oro, non il totale dei podi, a decidere la classifica. Chiara Pellacani ha vinto cinque ori nei tuffi, riscrivendo la storia della disciplina azzurra; Simona Quadarella ha completato per la terza volta in carriera la tripletta 400-800-1500 stile libero, arrivando a undici ori europei complessivi; Thomas Ceccon ha stabilito il record del mondo nei 50 dorso, salvo poi perdere l’oro nei 100 dorso per un solo centesimo; identica sorte, un centesimo, per l’argento di Benedetta Pilato nei 50 rana. Un bottino quasi perfetto, rovinato da manciate di centesimi più che da un problema di fondo.

Lo stesso sistema, ripetuto cinque volte – Come ho scritto a giugno su pallavolo, rugby e tennis dietro c’è uno schema: centri federali che tengono i giovani talenti dentro percorsi di formazione lunghi, prima che il mercato possa metterci le mani sopra. La Federazione Italiana Nuoto investe da decenni in centri federali distribuiti su tutto il territorio — dal Foro Italico a Ostia, da Livorno a Verona — dove i giovani vengono seguiti con continuità tecnica pluriennale prima ancora di sapere se diventeranno campioni. La Fidal fa lo stesso con i propri gruppi sportivi militari e i centri di allenamento federali, che garantiscono agli atleti di alto livello uno stipendio e un contesto di allenamento stabile, sganciato dalle pressioni del risultato immediato che dominano invece il calcio professionistico. Atletica e nuoto aggiungono così una quinta e una sesta prova allo stesso esperimento controllato: quando la formazione è affidata a un sistema federale con obiettivi di medio periodo, l’Italia vince; quando è delegata al mercato dei procuratori e alla logica del risultato immediato, arranca.

I gruppi sportivi militari: il pilastro che il calcio non ha mai avuto – C’è un tassello strutturale che la narrazione mediatica tende a dimenticare, ed è forse il più decisivo di tutti: gran parte degli atleti italiani saliti sul podio a Birmingham e Parigi sono tesserati, oltre che per il proprio club, per un gruppo sportivo militare — Fiamme Oro della Polizia di Stato, Fiamme Gialle della Guardia di Finanza, Esercito, Marina, Aeronautica, Carabinieri. È un’eredità novecentesca, nata per garantire un impiego statale agli sportivi olimpici in cambio di un servizio di rappresentanza, che oggi funziona come l’ammortizzatore economico che nessun altro paese europeo possiede nella stessa misura: uno stipendio pubblico, tempo pieno per allenarsi, nessuna pressione di rivendita sul mercato. È lo stesso principio del Club Italia della pallavolo, applicato su scala nazionale e da più tempo: sottrarre l’atleta in formazione alla logica del profitto immediato, finanziandone lo sviluppo con risorse che non devono generare un ritorno economico a breve termine. Il calcio professionistico italiano, per la sua stessa natura di sport interamente di mercato fin dalle giovanili più promettenti, non ha mai potuto né voluto costruire un equivalente: un dodicenne di talento entra in un vivaio di club, non in un gruppo sportivo pubblico, ed è dunque soggetto fin da subito alla stessa logica di valorizzazione e rivendita che governa il mercato dei professionisti adulti.

Il calcio: non corruzione generica, ma un’allocazione precisa – Il problema del calcio è quello di un “sistema marcio corrotto dai soldi”: non è che nel calcio ci siano troppi soldi, è che quei soldi vanno sistematicamente nel posto sbagliato. La Serie A ha chiuso l’esercizio 2025 con una perdita aggregata di oltre mezzo miliardo di euro — 531.241.500 euro, per l’esattezza — nonostante ricavi, diritti televisivi e sponsorizzazioni che qualunque altra federazione sportiva italiana si sogna. Non è scarsità di risorse: è allocazione. I club di Serie A continuano a investire nell’acquisto di giocatori già formati all’estero, spesso attraverso operazioni di mercato gonfiate da commissioni ai procuratori che pesano sui bilanci più della formazione dei vivai; il settore giovanile resta, come già notato in un pezzo precedente, un costo tollerato più che un investimento strategico. Il risultato è la sconfitta ai rigori contro la Bosnia-Erzegovina del 31 marzo 2026 che ha estromesso l’Italia dai Mondiali 2026: la terza esclusione consecutiva, un record negativo che nessun’altra ex nazionale campione del mondo aveva mai realizzato. Nel frattempo la Figc ha attraversato l’ennesima fase di instabilità di governance, cambiando commissari tecnici — da Mancini a Spalletti a Gattuso in pochi anni per ritornare adesso nuovamente a Mancini — con la stessa frequenza con cui i club cambiano allenatori dopo quattro sconfitte.

Non mentalità, non sfortuna: un’architettura che manca – La diagnosi di istinto potrebbe essere sintetizzata in “manca la cultura del sacrificio e della disciplina”, ma rischia di essere la stessa scorciatoia di “manca la mentalità” già smontata parlando di pallavolo e rugby: un’etichetta comoda che spiega tutto senza spiegare niente. Gli atleti che hanno vinto a Birmingham e Parigi non sono più disciplinati per natura dei calciatori che hanno perso a Zenica: si allenano dentro un’architettura, centri federali, continuità tecnica, obiettivi pluriennali, che rende quella disciplina economicamente sostenibile e tecnicamente coltivabile nel tempo.

Il calciatore dodicenne più dotato d’Italia, oggi, entra in un sistema che lo valuta per il prezzo di rivendita fra tre anni, non per il potenziale fra dieci; l’astista o la nuotatrice dodicenne entra invece in un centro federale che la giudicherà, con pazienza, sui tempi lunghi di uno sport che non ha nulla da vendere se non le medaglie stesse.

Il calcio resta lo sport più praticato, più visto, più ricco d’Italia, e proprio per questo il più difficile da riformare: cambiare un sistema che genera comunque miliardi di euro di fatturato, anche perdendone altrettanti, richiede una volontà politica che nessun dirigente federale ha mai avuto interesse a esercitare fino in fondo. Birmingham e Parigi non sono un miracolo sportivo isolato, sono la prova ripetuta — la quinta, la sesta, la settima volta — che il metodo esiste, funziona, è documentato: manca solo la disponibilità del calcio italiano ad applicarlo a se stesso.


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